Viterbo
Sabato 5 e domenica 6 novembre
Ex Chiesa di Sant'Orsola, via San Pietro 2
Stampalternativa, Associazioni
culturali “Achille Poleggi”, “Frisigello”
e Arci Nuova Associazione presentano:
Gruppo teatrale “Volgiti, che fai”
Sottoassedio
di Antonello Ricci
sabato 5 novembre, ore 21.00 e domenica
6, ore 18.00
ingresso a sottoscrizione
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il volantino
Nato da scrupolose ricerche
d’archivio, Sottoassedio porta in scena e indaga sentimenti
e risentimenti, affetti ed effetti, odi e rancori di parte
accesi e moltiplicati dalla violenza dello squadrismo fascista
nella insanguinata stagione che precedette la marcia su Roma
e l’avvento del regime. Il testo, di Antonello Ricci,
si basa sulla meticolosa ricostruzione e su una interpretazione
storiograficamente rigorosa dei cosiddetti “fatti di
Viterbo”. A partire dal vaglio sincero e spassionato
di tutte le fonti disponibili (dagli atti processuali alle
carte di polizia, dagli articoli di giornale alle foto d’epoca,
dai memoriali scritti alle testimonianze orali) e attraverso
la messinscena della sua folla di personaggi “inventati
dal vero” Sottoassedio rievoca nel linguaggio del dramma
(fatto di parola detta - a volte, perché no?, parola
dialettale - ma anche di gesti e silenzi, di rulli di tamburo
e versi improvvisati, di canzonette e cori) alcuni gravi episodi
di violenza politica accaduti a Viterbo tra la primavera 1921
e l’estate 1922. Nella convinzione che rivivere teatralmente
certe vicende o, se si preferisce, certi incubi, come in ogni
psicodramma che si rispetti, sia il primo passo necessario
per una buona terapia. Ma qui il discorso si farebbe lungo…
ITALIA 1921-’22
– I FATTI DI VITERBO
2 maggio 1921. Campagna elettorale
per le politiche. A Viterbo, un lacero e scarmigliato Bottai
prende parola da un balcone in piazza delle Erbe. O almeno
tenta. Perché dabbasso un popolo di mezzadri e cavatori,
anarchici e socialisti, repubblicani e comunisti lo fischia,
impedendogli di parlare. Lo raggiunge lo scalpellino Duilio
Mainella, repubblicano e ardito del popolo, che lo affronta
in contraddittorio. Il comizio, in altre parole, appena cominciato
è già finito. I pur numerosi fascisti, intervenuti
da Roma e dall’Umbria, si arrendono all’evidenza:
abbandoneranno la città. Ma non prima di aver dato
vita a violenti scontri a piazza della Rocca. Ci scappa il
morto. Il giovane Antonio Prosperoni il quale, inerme e incolpevole,
rincasava dal lavoro. Viterbo, in lutto, resiste inespugnata.
Ma è solo questione di tempo. L’assedio è
cominciato.
Il 10 luglio, per l’inaugurazione
del gagliardetto del fascio locale, le vie della città
sono presidiate da gruppi di fascisti orvietani armati fino
ai denti. Ovunque intimidazioni, soprusi, malmenamenti, ferimenti.
La popolazione, terrorizzata, si barrica in casa. Qualcuno
decide di reagire. Tafferugli isolati. La forza pubblica non
brilla per iniziativa. Dalla sua casa nei pressi di via Cairoli,
il contadino Tommaso Pesci ode colpi d’arma da fuoco,
uno dei figlioletti manca all’appello, decide di affacciarsi
per strada. È freddato sull’uscio da un colpo
di revolver. Due giorni dopo, è il 12, funerali solenni,
con la città in sciopero e in stato d’assedio:
esercito alle porte, manipoli di arditi del popolo a guardia
delle mura medievali, qualche centinaio di fascisti accampati
nell’immediato suburbio. È di passaggio per Viterbo
un’Alfa Torpedo su cui viaggia, di ritorno da una gita
e diretta a Roma, la signora Lucille Beckett coi suoi 3 figli.
Tragico equivoco o macabra provocazione?
L’auto è investita
da una gragnola di colpi d’arma da fuoco. Perde la vita
il secondogenito della signora Beckett, il quindicenne Jaromir
Czernin. Anche stavolta i fascisti non ce l’hanno fatta.
Ma l’assedio si stringe.
Passa un anno, uno soltanto.
Tutto è cambiato però, quando la sera del nove
luglio 1922 tre sicari fascisti uccidono a coltellate sulla
pubblica via il venticinquenne Antonio Tavani, ardito del
popolo. Tutto è cambiato. Perché ai funerali,
pur imponenti per adesione di popolo, saranno di fatto assenti
le istituzioni. Perché la città sarà
presidiata per giorni da squadre fasciste. Perché l’opinione
pubblica negherà il carattere politico dell’omicidio
preferendo ascriverlo invece alla categoria dei reati comuni.
Ma soprattutto perché i sicari conoscevano bene l’assassinato
essendo stati tutti, fino a poche settimane prima, anarchici
e arditi del popolo essi stessi. A dimostrazione che il vero
assedio si stava consumando altrove. Nella nascosta camera
della coscienza. E in tanti avevano già capitolato.
Alla violenza dello squadrismo. Al conformismo.
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