Viviana
Verdesca
SCATOLE CINESI
Amico mio carissimo,
rientro ora nella camera affittata qualche giorno fa alla
pensione Warda, qui, a Tozeur. Rivederla mi fa uno strano
effetto. Piccola e accogliente, così mi era sembrata
al primo sguardo, quando il gestore me l’aveva mostrata;
deliziosa, avevo pensato, notando la finestrella affacciata
sul cortile interno del palazzo e, sporgendomi, ricordo ancora
la danza di azzurro e di verde che mi aveva sorpreso. Ma ora,
con il deserto addosso, nelle scarpe, nelle calze, nei pantaloni,
dappertutto sulla pelle, tra i capelli e perfino negli occhi,
mi appare straordinariamente angusta e scomoda. Ti scrivo
seduto al piccolo tavolino di semplice legno che, insieme
a uno scarno armadio e a un nudo letto, costituisce tutto
l’arredo della stanza. Forse ho la febbre, ma non mi
sento stanco.
Ho avuto una visione. Una notte, nel deserto, in un luogo
dove non saprei tornare, in un’ora che non saprei dire,
ho avuto una visione. Di questo voglio scriverti, nel chiuso
della mia stanza, prima che l’immagine che ho dinnanzi
agli occhi, come uno spettro languido, come un quadro che
non ho ancora dipinto, appassisca. Forse ti annoierò
con il mio racconto, ma tu, fedele amico, sai essere paziente.
Come
concordato, la piccola spedizione
si muove nel tardo pomeriggio di tre giorni fa: la giornata,
affatto speciale, gode dei favori di un ottobre tiepido e
benevolo. Una coppia di francesi, un tedesco, un autista e
una guida locali sono tutta la compagnia che ho. Prendiamo
posto sulla jeep: i due tunisini davanti, dietro i francesi
e per ultimi io e il tedesco. Scopro che i francesi sono entrambi
medici e che il tedesco insegna lingue straniere nel liceo
di non-ricordo-più-dove in Germania. Chiacchieriamo:
simpatizzare tra noi ci sembra quasi un dovere. Ci scambiamo
informazioni di vario genere, cosa vale la pena visitare,
dove dormire, dove mangiare, dove fare acquisti e simili.
Quando il tono di voce dei miei tre compagni si abbassa, so
già che è arrivato il momento di confidarci
il prezzo che ognuno ha pagato per partecipare all’escursione.
Alla fine, tutti sono
soddisfatti nello scoprire che nessuno ha goduto di sconti
speciali sulla cifra richiesta; ma doppiamente soddisfatto
sono io che ho speso la metà e che, come pattuito con
i tunisini, reggo loro il gioco.
I miei tre compagni di viaggio, confortati dall’idea
di aver pagato il giusto, zittiscono, e nel silenzio attraversiamo
il bacino di un lago salato che non esi-ste più; cristalli
di sale si frantumano sotto le ruote pesanti della jeep, mentre
da lontano altri rimandano riflessi abbaglianti. Per un tratto
seguiamo una pista, poi deviamo improvvisamente a sinistra
e il viaggio si movimenta. Vedo i due francesi davanti a me
oscillare senza tregua assecondando le manovre del mezzo,
ora lanciato alla conquista di una duna gigantesca, ora frenato
in una discesa vertiginosa. Rido come un matto, nonostante
una fitta improvvisa alla tempia mi avvisi dell’avvenuta
collisione con la testa del tedesco.
Il sole è pronto a tramontare quando ci fermiamo in
un avvallamento tra dune. Ad attenderci due berberi seduti
sulla sabbia davanti ad una tenda bassa e ampia, come se ne
vedono da queste parti. Senza dire una parola uno dopo l’altro
scendiamo dalla jeep e ci avviciniamo all’accampamento,
lasciando accanto alla tenda ognuno il proprio zaino. Mi guardo
attorno e poco più in là distinguo un gruppo
di dromedari: devono essere i nostri, penso. Li metto a fuoco
e mi accorgo che ogni animale ha le due zampe destre legate
tra loro con un laccio teso a limitarne il movimento: deve
essere per non farli allontanare troppo, penso.
Poi è il tramonto a rapire la mia attenzione. E mentre
i due tunisini riman-gono
alla tenda a impartire ordini ai berberi (lo intuisco dai
gesti che fanno), noi europei ci sparpagliamo in direzioni
differenti, come se ognuno avesse da inseguire il proprio
nord, come quattro bussole impazzite. Mi volto e continuo
per la mia strada.
È un mezzo sole quello che ammicca all’orizzonte
pizzicandomi gli occhi con le sue tinte vivide al punto da
divenire presto brucianti. Le pupille avvampano e la percezione
tutta si fa colore: mi muovo, cammino nel denso del colore;
colore ciò che respiro. Mi incapriccio di una duna
e decido di montarci sopra: arranco, affondo, ma poi la conquisto.
Quindi, prendo a passeggiare sul suo crinale, non saprei dire
per quanto tempo. Mi siedo a caso, e rannicchiato mi sforzo
di non pensare.
Un grido mi sorprende: dall’accampamento mi chiamano.
Lì per lì mi sento smarrito: è buio ormai,
come farò a trovare la strada per la tenda?, penso.
Mi scopro terrorizzato alla prospettiva di non riuscire a
tornare indietro. Poi rido di me stesso: tutto è imprevedibilmente
luminoso. Ma come ho fatto a non accorgermi
del riverbero della luna che è ovunque attorno a me?
Distinguo persino le mie impronte, che prendo a calpestare
sulla via del ritor-no. Scorgo in lontananza il fuoco dell’accampamento,
poi, ad ogni passo, sempre più vicino. All’ennesimo
grido raccolgo il fiato e rispondo.
Raggiunta la tenda i miei compagni mi accolgono con indifferenza.
Noto che i due berberi sono particolarmente indaffarati: quello
che tra i due mi sembra più giovane sta preparando
un fuoco con foglie di palma essiccate, l’altro lavora
a mani nude un impasto di acqua e farina (farina è
la cosa che più le somiglia). I due non si parlano
e nemmeno si guardano. Io, al contrario, secco e impalato
al loro cospetto, non distolgo un momento lo sguardo e dentro
di me è un gran confabulare. Quello più giovane
scava accanto al fuoco una piccola nicchia, dove l’altro
adagia una solida palla bianchiccia (la mia cena, penso),
la appiattisce e quindi la ricopre con ceneri e braci ardenti.
I due berberi, impassibili, rimangono al loro posto, ogni
tanto alimentano il fuoco con nuove foglie di palma, ogni
tanto spostano un po’ di brace sul tumulo di ceneri
che ricopre l’impasto. Senza fretta, i due aspettano
e io, statuario, con loro. Gli altri sono seduti attorno ad
un altro fuoco; parlano con la guida: hanno un tono pacato,
ma non sono cortesi. Penso al denaro che hanno speso e nascondo
un sorriso.
Trascorre del tempo, finché i berberi rompono la ripetitività
dei loro gesti, estraendo dalle ceneri un disco nero piuttosto
largo e spesso almeno tre dita. Mentre l’altro lo tiene
fermo davanti a sé, quasi a schermarsi, quello più
giovane prende a colpire il pane con uno straccio che qua
e là ricorda un passato di bianco. Il rumore sordo
e ripetuto che fanno attira escursionisti, guida e autista,
che mi si affiancano. Quando i berberi ritengono di averlo
pulito a sufficienza, spezzano il pane e lo distribuiscono
in pezzi disuguali a noi che con mal celata avidità
tendiamo le mani, trattenendone una piccola parte per sé.
Preceduti dai tunisini, la coppia di francesi e il tedesco
fanno ritorno al loro fuoco, esternando ognuno a modo proprio,
secondo il rispettivo repertorio di suoni, l’apprezzamento
per il pane che sta gustando. È buono davvero, penso,
e in breve mi ritrovo a mani vuote: l’ho divorato.
Sono ancora in piedi di fronte ai berberi: tra i due è
l’altro che attira la mia attenzione. Mentre il più
giovane è rimasto al proprio posto con il viso rivolto
alla fiamma che continua ad alimentare, l’altro si è
sdraiato su un fianco, appoggiandosi alla duna che lì
comincia la sua salita fino a un cielo stellato come non ho
mai visto. Mi colpisce di trovargli ai piedi un paio di ciabatte
di quelle che sono abituato a vedere nelle piscine: sono azzurre
e di plastica.
Mi stupisce riscontrare che questo dettaglio del tutto estraneo
allo scenario che ho dinnanzi agli occhi non turba affatto
la figura del berbero. Non riesce nemmeno a risultare ridicolo,
penso.
Mi è impossibile volgere altrove lo sguardo, che ora
gli scivola addosso, pesante come una mano, mettendone in
risalto la posa-femmina. Le gambe unite e lievemente flesse,
il bacino giusto un po’ curvato a seguire la morbida
inclinazione della duna, il braccio sinistro raccolto dietro
la testa, fasciata in un tessuto chiaro: lo vedo uomo, un
momento dopo lo vedo diventare donna. Quale incantesimo lega
il mio sguardo?, domando a me stesso.
Poi, la bocca. La mano destra tiene il pane e con una lentezza
che pare misurare ogni istante, glielo avvicina. Il berbero
mastica e la sua bocca aperta che si muove rallentata è
tutto quello che vedo. Questo essere senza desinenze mastica
e io mi sento fatto a pezzi. Il berbero perde via via consistenza:
ora gli guardo attraverso, e sotto di lui è la sabbia,
è il Sahara. Amico mio, a questo punto comprendo: è
la mia arte che vedo (questo pensiero mi sorprende come uno
schiaffo inatteso). È la mia arte che vedo, così
mi ripeto.
Mi chiamano. I cinque accampati più in là mi
reclamano: per noi è previsto dell’altro cibo
ed è me che educatamente aspettano. Mi allontano dai
berberi, che per tutto questo tempo non mi hanno degnato neppure
di un’occhiata, quasi non esistessi, e mi vado a sedere
tra l’autista e il tedesco di modo che posso continuare
ad osservare i due che non sono invitati alla nostra tavola.
Non ho fame, e affisso lo sguardo sul berbero, non quello
più giovane, l’altro. Quando, infine, è
il momento di coricarsi e tutti, esclusi i due berberi, si
accomodano al riparo, sotto la tenda, rimango incerto: non
so dove stare, se dentro, se fuori.
Dei due giorni successivi a questo non ricordo pressoché
nulla, come se la memoria si fosse contratta in uno spasmo
e mi consegnasse solo ora al presente di questa stanza simile
a un prigioniero improvvisamente liberato da catene che nemmeno
sospettava di avere. Sono qui ma anche altrove, ancora in
quel luogo di permutazioni che è il Sahara, dove il
riflesso di me continua a vagare come un Orfeo-pittore sulle
tracce di un’Euridice nomade, inafferrabile, perduta
e non una volta sola.
Amico
gentile, ho la febbre, adesso ne sono certo. La vista si offusca,
l’attenzione scema… sarà bene che mi distenda
un poco, sforzandomi di riposare. Che queste
pagine e il mio abbraccio affettuoso ti raggiungano presto
su ali
di vento!
Francis Bacon
P.S.: A quanti mi dovessero
cercare di’ solo che non dovranno attendere a lungo
il mio ritorno. (F.B.)
***
- Sì, la lettera sembrerebbe
autentica. Come può bene intuire non mi è
costato nessuno sforzo riunire i migliori esperti richiedendo
loro una
perizia calligrafica congiunta. Ebbene, mi hanno confermato
l’autenticità di questi fogli. Naturalmente,
li hanno confrontati con campioni della scrittura di Bacon
sulla cui autenticità non vi è alcuna ombra
di dubbio.
- Naturalmente.
- Ho scomodato anche la scientifica, sa?
- Non mi sorprende.
- Esami sulla carta, esami sull’inchiostro… ho
più referti sul “caso Bacon” (faccio per
dire) che sul caso R., sa, quel tizio, sempre in doppiopetto,
implicato nella bancarotta della holding K.
- Ne ho sentito parlare.
- E come avrebbe potuto altrimenti: è ovunque, sui
giornali, nelle notizie televisive… un uomo affatto
sgradevole, anzi, di grande fascino, sempre impeccabile nei
suoi abiti sartoriali… Sa, io lo conoscevo.
- Non avevo dubbi.
- Su cosa?
- Sul fatto che lo conosceva. Sul fatto che avrebbe prudentemente
declinato la sua antica amicizia al passato.
- Non siamo mai stati amici.
- Mi pare evidente.
- Ma veniamo a noi. Immagino che nel pacco che ha portato
sotto braccio fin qui ci sia il quadro che potrei decidere
di acquistare. Immagino male?
- Immagina benissimo.- A notte fonda ho sempre concluso i
miei affari migliori, vediamo se anche questa volta l’ora
tarda mi porterà bene.
- …
- Mi dica, si è guardato attorno?
- Avrei dovuto?
- Insomma, la conduco nel mio gabinetto privato, dove sono
raccolti tutti i pezzi della mia collezione (e ci sono elementi
di grande pregio, glielo assicuro), e lei si siede con indifferenza
senza neppure gettare uno sguardo, anche falsamente interessato,
a uno a caso dei miei preziosi oggetti. Se ne sta lì
immobile, sostenendo appena la conversazione. Scommetto che
non ha nemmeno la più pallida idea di ciò che
colleziono, o sbaglio?
- In effetti, no, non lo so.
- Vede, io colleziono documenti, oggetti, produzioni artistiche
di ogni genere, a patto che il nome del loro autore o artefice
sia Francis. Mi spiego? Tutto ciò che può vedere
raccolto in questa stanza è opera di un Francis. Non
fa differenza che Francis sia poi nome di battesimo o nome
d’arte: io non distinguo.
- Capisco.
- Non lo trova originale?
- …
- Beh, comprendo le sue spallucce, chissà quanti individui
bizzarri incontra lei, con il mestiere che si è scelto…
- Se è per questo anche lei.
- Cosa?
- Anche lei deve avere a che fare con un campionario umano
alquanto bizzarro, con il lavoro che fa…
- Ma torniamo a noi. Posso vedere il quadro?
- Prego.
- Mi dia una mano a levare l’incarto… ecco, così…
un momento che cerco le forbici… dovrei averle messe
qui… da qualche parte… ma dove diavolo sono finite?…
ah, sì, eccole, trovate!.. ancora un momento…
mi aiuti a sollevarlo da terra… qui sulla scrivania…
sarà bene spegnere quella lampada… ora lo vedo
bene… beh, oddio, bene… Mi sono documentato, sa,
quando mi sono messo sulle tracce di questo pittore, questo…
Bacon (per me sono tutti Francis) ed ero preparato ad una
delle sue stravaganze, di quelle che fanno rimpiangere il
gusto classico per l’arte, non so se mi intende…
ma quello che vedo ora supera in sconcerto le mie aspettative.
Se non avessi studiato la lettera che mi ha lasciata un mese
fa, beh, non saprei proprio cosa cercare su questa tela così…
così buia. Forse non vedrei punto nulla. Ecco: qui
riesco a distinguere una bocca… non sorride, non grida…
eh sì, guardi, mastica… si direbbe che mastichi.
Lo vede anche lei?
- Pare che sia come dice.
- E questa macchia azzurra quaggiù? Ma certo! Devono
essere le ciabatte, quelle da piscina… sì, nella
lettera diceva proprio che il berbero indossava ai piedi delle
ciabatte da piscina… che cosa assurda, probabilmente
il nostro amico pittore ha avuto le visioni su un berbero
formato turistico… Ad ogni modo abbiamo la bocca e abbiamo
i piedi, è già qualcosa! Beh, un po’ a
fatica ma ora intravedo la figura… È un quadro
orrendo, se mi è consentito: certo, non lo appenderei
mai in salotto, ma per la mia collezione sarebbe un Francis
in più, capisce?
- Sì. Capisco.
- …
- …
- Mi ha chiesto una cifra spropositata per questo quadro,
lo sa? Se n’è reso conto?
- Ho chiesto il giusto.
- Non mi imbarazza confidarle che si tratta grosso modo di
tutto il denaro corrente di cui dispongo. Vorrei che lei rivedesse
le sue pretese.
- Consideri pure che l’abbia fatto.
- Davvero paradossale: sto per consegnare un capitale nelle
mani di un individuo di cui nemmeno mi fido e per un quadro
di cui nessuno sa nulla, anonimo, la cui autenticità
è supportata da una lettera, autografa, quella sì,
“probabilmente” originale. Non mi ha nemmeno concesso
di condurre delle perizie direttamente sulla tela: questo
suo divieto è alquanto sospetto, non crede? Lei mi
fa sentire… ingannato in partenza.
- …
- Si dice nel giro che lei sia un falsario.
- Si dice nel giro che lei sia un giudice corrotto.
- Per quel che ne so, questa tela potrebbe essere un falso.
- Per quel che ne so, questa potrebbe essere moneta falsa…
- …
- … sa com’è, con tutti gli amici che deve
essersi fatto un brav’uomo
come lei…
- Ma sì, se li annusi per benino quei pezzi di carta,
se crede… Mi ha seccato: si prenda quei soldi; voglio
vederla uscire da questa stanza e dalla mia casa!
- Bene, l’accontento.
- Attenda un momento. Mi dia solo una mano a montare il quadro
lì… sì, sopra la mensola, bene al centro.
- Posso andare?
- Proprio non vuole soddisfare la mia curiosità? È
dunque lei l’amico, quello della lettera?
- No.
- No? Non è lei?
- No, non voglio. Le auguro una buona notte.
<
Ma che è questo rumore?
I ladri!
Ma… no, non si direbbe…
… chi è che… mastica? >
- Polizia? Sì, ecco telefono dall’appartamento
del giudice D.
-
- Sì, via * al numero *, ultimo piano.
-
- Lui non è da nessuna parte e la porta dello studiolo
dove la sera di solito si ritira… insomma è chiusa.
-
- Come: di chi sto parlando? Di chi se non del signor giudice!
-
- Come sono entrata? Con cosa crede che sia entrata nell’appartamento
del signor giudice: con le chiavi, no?
-
- Sì, il signor giudice mi aveva dato le chiavi di
casa. Sono la sua governante da ben ventisette anni. -
- No, tutte tranne quelle dello studiolo.
-
- Senta, io non so cosa fare: mi sento che è successo
qualcosa al povero signor giudice.
-
- Certo che ho provato a chiamarlo: non ho più voce
tanto ho urlato.
-
- Sì, fate presto che mi sento che è successo
qualcosa di brutto alla povera anima del signor giudice…
…
sì, l’ho sentito dire anch’io: pare proprio
che la stanza fosse chiusa dall’interno, ma dentro il
signor giudice non c’era mica! …
… mi hanno detto che è stata la governante a
lanciare l’allarme: conosceva le abitudini del giudice
e ha capito subito, appena messo piede nell’appartamento,
che era successo qualcosa di grave…
… eh, già, deve essersi spaventata a morte, poverina…
… allora i pompieri hanno sfondato la porta; io ero
lì, sul pianerottolo, insieme agli altri inquilini;
hanno fatto una fatica dell’accidenti perché
era blindata mica da ridere, sa com’è, nello
studiolo, quello, teneva una fortuna…
… non ricordo, collezionava cose di ogni genere, si
era fissato con un nome, mi pare, e cercava cose fatte da
artisti con quel nome, una cosa così…
… ma lo vuoi proprio sapere il fatto più strano?
No che non mi riferisco alla storia della camera chiusa dall’interno,
con tutti i gialli che ci hanno costruito sopra lo saprei
fare anch’io, di lasciare una stanza chiusa a quel modo.
Mi risulta che qualcosa, dentro la stanza, l’abbiano
trovata: la veste da camera del giudice…
… sì, sì, la governate l’ha riconosciuta:
proprio quella che indossava quella sera…
… no, ma il fatto più strano è che stava
lì come se il giudice l’avesse avuta ancora indosso,
insomma rigida come addosso a un fantasma. Per quel che ne
so, nessuno l’ha… toccata, no. Probabilmente è
ancora lì, seduta alla scrivania.A pensarci mi vengono
i brividi…
… ho sentito dire che fosse amico di R., sì,
quello che sta su tutti i giornali… ha fatto bancarotta
con non ricordo quale società…
… voci di corridoio dicono che abusasse della sua
posizione…
… ho sentito di peggio sul suo conto, sa?, dicono che
fosse un giudice un po’… flessibile…
… corrotto, corrotto fino all’osso…
***
È il sorriso indio di Fanny a dare il benvenuto a Marìa
Kodama, come sempre del resto. La premurosa governante accenna
ad aiutarla a sfilarsi il soprabito, ma Marìa le fa
intendere che prima di mettersi comoda desidera sistemare
nella camera grande i crisantemi gialli che tiene raccolti
in un bel mazzo. Fanny si scosta e lascia entrare la non più
giovane signora nel piccolo ingresso: “il señor
la sta aspettando in salotto”. Marìa, i lunghi
capelli neri raccolti dietro la nuca, raggiunge in breve il
soggiorno; quindi, saluta Borges, seduto, come d’abitudine,
sul divano verde, e si scusa per averlo fatto attendere. Borges
ricambia il saluto della cara amica d’infanzia con uno
di quei sorrisi che gli accendono in volto quella meraviglia
infantile che tanto stupisce quanti hanno occasione di vederla
fiorire sui suoi ottant’anni, e con quell’espressione
immutata si volta come a seguire Marìa, che nel frattempo
è già scomparsa nella camera più ampia
e luminosa dell’appartamento, in cui Borges ha voluto
raccogliere i mobili un tempo appartenuti alla madre, Leonor
Acevedo. Borges la sente armeggiare con il vaso di vetro che,
leggenda di famiglia vuole, Leonor acquistò durante
la prima guerra mondiale a Murano, dove le fu venduto come
un pezzo unico realizzato per un servizio destinato al Re
d’Italia. Poche mosse bastano per sostituire i fiori
vecchi con il profumo dei nuovi: Marìa si muove con
la disinvoltura di chi è di casa, di chi sa dove e
come mettere mano alle cose. Prima di uscire dalla stanza,
Marìa si lascia catturare dalle fotografie che ingombrano
la piccola scrivania materna: ritraggono Borges da piccolo,
solo o accanto alla madre, radiosa nella sua giovane età.
Ce n’è qualcuna anche del padre: la sorte volle
che nella sua lenta e progressiva cecità Borges vedesse
anticipato il proprio destino, che da decenni oramai l’ha
rassegnato all’oscurità. Marìa ricorda
che nel lontano 1914 e successivamente nel 1923 il padre di
Borges consultò anche un celebre oculista ginevrino
che però nulla poté dinnanzi all’inevitabilità
della malattia. Il primo viaggio europeo dei Borges…
era il 1914 e quell’avventura costò all’intera
famiglia un soggiorno forzato in Svizzera della durata di
anni, tutti ostaggi della guerra scoppiata poco dopo il loro
arrivo nel vecchio continente. Un debole miagolio sottrae
Marìa alle sue mute riflessioni: Beppo, il gattone
bianco di Borges, si stiracchia sul copriletto chiaro che
riveste il letto spagnolo in cui Leonor Acevedo, novantanovenne,
spirò. Sono anni che il felino la fa da padrone nell’appartamento…
a Marìa sembra quasi di sentire l’amico mentre
spiega al curioso di turno come si sia ispirato per il nome
del gatto ad un racconto di Byron, dove si narra di un marito
che finalmente di ritorno a casa dopo una lunga assenza, trovandosi
a constatare l’adulterio in cui la moglie aveva consumato
l’insopportabile attesa, perdonerà la traditrice
dopo aver sorbito una tazza di buon caffé. “Anche
il mio Beppo è molto saggio”, così conclude
immancabilmente lo scrittore gustandosi il disorientamento
nel quale lascia il più delle volte il suo interlocutore.
È un gatto malato, ha subìto molte operazioni
e non è destinato a vivere ancora a lungo: Marìa
si rattrista al pensiero del dolore che la sua dipartita causerà
al vecchio amico. Con un movimento brusco quasi a voler spezzare
il filo invisibile delle sue riflessioni, Marìa abbandona
la stanza: per un istante ha creduto che questi ricordi, e
altri ancora, avessero il potere di trattenerla in quella
camera per l’eternità, e anche oltre, se un oltre
si dà. Con passi veloci e decisi, la donna raggiunge
una sedia accanto al tavolo rettangolare del soggiorno (soggiorno
che all’occorrenza funge anche da studio e da sala da
pranzo); quindi, accorgendosi di avere ancora indosso il soprabito,
se lo sfila riponendolo con cura sulla sedia adiacente a quella
su cui si lascia cadere con uno sbuffo a sottolineare la conquistata
comodità. Solo ora Marìa nota i tre bastoni
stesi di traverso sulle gambe di Borges: c’è
quello cinese di lacca rossa, quello pesante e nodoso dei
pastori irlandesi, e per finire quello con il manico finemente
intarsiato che lei stessa ha regalato all’amico in occasione
di una visita al Cairo. Borges deve essere preda di uno dei
suoi soliti momenti di fatale indecisione; cautamente, Marìa
si azzarda a domandare all’amico quali siano le sue
intenzioni per il pomeriggio, nonostante Borges abbia evidentemente
tutta l’aria di voler uscire per una delle sue interminabili
passeggiate per le vie intricate di Buenos Aires. Lo scrittore,
a sorpresa, indica alla cara amica il foglio che è
steso sul tavolo e le chiede con il garbo di sempre di leggergli
i versi che in mattinata ha dettati a Marìa Esther
Vàzquez. Marìa, prima ancora che Borges termini
la sua richiesta, ha già riconosciuto la calligrafia
della donna che da anni, insieme a un numero imprecisato di
amiche-ex allieve, si alterna a lei nelle mansioni di segretaria
e accompagnatrice nei viaggi che impegnano Borges di frequente.
Quindi, schiaritasi la voce, intona al meglio i versi dell’amico
poeta, il quale, subito dopo, detta a Marìa una nuova
coppia di rime da aggiungere alle prime, lentamente e specificandone
la punteggiatura. Dopodiché di nuovo, daccapo, Marìa
pazientemente li recita tutti di filato, mentre Borges con
l’indice della mano destra se li “scrive”
sul dorso della sinistra, per meglio visualizzarli sul foglio
bianco della sua mente. Segue qualche correzione, quindi Borges
dichiara che per quel giorno ha finito: Marìa ha forse
voglia di accompagnarlo per una passeggiata pomeridiana? Tempo
di sentire accolto l’invito che Borges è già
balzato in piedi con il bastone rosso nella destra e il foglio
nella sinistra, per avanzare sicuro fino alla sua camera,
un ambiente grande poco più di una cella. Si siede
sul bordo del modesto letto e così si china a riporre
nel vano inferiore della cassettiera che gli sta di fronte
il foglio, su cui solo pochi attimi prima scriveva Marìa.
Nel frattempo, Epifània (questo il nome per intero
dell’anziana governante), attirata dal movimento, si
affaccia dalla cucina a domandare se i signori hanno intenzione
di passeggiare e, rivolgendosi al señor, se deve attenderlo
per cena; quindi con una agilità insolita per la sua
mole accompagna i due alla porta. La coppia, una volta sul
pianerottolo, supera sulla destra le scale elicoidali, troppo
pericolose per un ottantenne cieco e per la sua non più
giovane accompagnatrice, e va a stringersi nel piccolo ascensore
del palazzo che dal sesto piano li porta fino al pianterreno,
ovvero nell’angusto atrio di marmo giallo che conduce
al portone d’ingresso.
Eccoli in strada, in Calle Maipù: Buenos Aires, ventosa
e assolata, si distende ai loro piedi aprendosi nuda in una
rosa inesplicabile di percorsi. “Prendiamo a destra,
mia cara”; Borges, al braccio di Marìa, sottolinea
con il bastone cinese la direzione nella quale intende incamminarsi.
I due si muovono in perfetta sintonia, avanzando a passo lento,
via dopo via, lasciandosi penetrare di volta in volta dall’odore
di ognuna. Borges è insolitamente silenzioso, ragione
per cui Marìa, allarmata da tale stranezza, si decide
a domandare all’amico se qualcosa quel giorno l’abbia
forse turbato. Sono fermi ad un crocevia; Borges, indicando
con il bastone davanti a sé, prende a raccontare alla
fedele amica lo strano caso che si è trovato a vivere
poco prima che lei facesse il suo ingresso nell’appartamento.
Se ne stava seduto sul divano con Beppo placidamente appisolato
sulle ginocchia: pensava alla poesia cui aveva lavorato per
tutta la mattina, distratto di tanto in tanto dai rumori provenienti
dalla cucina che Fanny, proprio in quel momento, aveva deciso
di riassettare. Ad un tratto (con un gesto rapido e inaspettato
Borges spaventa Marìa di proposito) Beppo si drizza
sulle zampe e sgattaiola nella camera grande (“è
evidente che preferisce il letto di Leonor alle mie gambe
ossute”, commenta lo scrittore) e solo allora, racconta,
comincia a “vedere”: ecco comparirgli dinnanzi
agli occhi una scena a lui del tutto estranea, un luogo in
cui non è mai stato e che in nessun modo può
ricordare, solo un atto d’immaginazione, che pure non
sente suo. Senza sapersi spiegare come, si trova a spiare
dall’alto un uomo, solo, in una stanza disadorna, intento
a scrivere una lettera; ne legge l’intestazione: è
indirizzata a un amico. A quell’amicizia lontana lo
sconosciuto della stanza vuole confidare la misteriosa esperienza
di qualche giorno prima; si tratta di una visione: quell’uomo
è stato nel Sahara (“in certa misura avverto
che lo sconosciuto è ancora là”). D’un
tratto la camera si squarcia ed è il deserto che avanza
fino ad inghiottire ogni cosa. Poi è di nuovo una stanza;
e ancora una volta, racconta, non può mancare di osservare
la scena dal punto privilegiato, panoramico cui pare inchiodato
il suo occhio. Lo scrittore argentino arresta il passo, e
Marìa con lui, “prendiamo a destra”; quindi
riprende a narrare. La seconda stanza appare molto diversa
se paragonata alla prima: “sembrerebbe il gabinetto
privato di un collezionista”, così dice di aver
pensato; e subito dopo comprende che effettivamente proprio
di questo si tratta. Seduti ad una pregiatissima scrivania
si fronteggiano due uomini, non saprebbe però descriverne
la rispettiva fisionomia. “Proseguiamo diritti, mia
cara”. Dagli stralci di conversazione che riesce a cogliere,
intuisce che è in corso una bizzarra transazione: riguarda
un quadro che il collezionista sta per acquistare da quello
che deduce essere un mercante d’arte; la tela forse
è un falso, l’acquirente è un giudice
corrotto, il venditore è un falsario. “Svoltiamo
a sinistra ora”. Concluso l’affare, il giudice
rimane solo: di fronte a lui campeggia il quadro comprato
soltanto qualche istante prima. Borges riferisce di aver squadrato
in un primo momento il giudice, poi la tela: sa con certezza
(una certezza che gli viene da altrove) che vi è in
qualche modo rappresentata la visione avuta dall’uomo
spiato per primo, un pittore (ora, chissà come, ne
conosce anche il nome). Quindi racconta di aver cercato nuovamente
con lo sguardo il giudice, senza però riuscire a trovarlo:
seduta alla scrivania ne rimaneva solamente la veste da camera
nella posa esatta di qualche attimo prima, quando ancora foderava
il corpo del giudice. Poi l’immagine si dissolve come
dissipata dal brusio crescente che sente progredire da ogni
dove. Infine è il suo soggiorno che vede. “Prendiamo
a destra, amica mia”. Proprio così: si trova
a spiare se stesso seduto sul divano verde del salotto con
i tre bastoni stesi con cura sulle gambe (aveva in mente di
farsi accompagnare nel pomeriggio per una passeggiata, ma
non sapeva decidersi per uno dei tre). Per uno strano caso
il suo sguardo cieco si era, per così dire, sovrapposto
all’immaginazione altrui, quasi per effetto di un contatto.
“Diritti”, il bastone cinese scatta in avanti.
Marìa incalza animata da un’inquietudine di cui
ancora non è cosciente: se non era sua, a chi mai apparteneva
quella fantasticheria? A uno scrittore, uno qualsiasi: Borges
racconta di aver rovesciato lo sguardo all’indietro
(“qualunque espressione dovessi usare per descrivere
questa situazione non può che suonare ridicola”)
e di averlo visto, vecchio, in un ambiente desolato saturato
da una luce gialla, con la penna sospesa sul foglio bianco,
come incapace di decidere per una storia, per una qualsiasi;
di aver compreso che per quell’uomo lui stesso altro
non era che un puntino tra gli innumerevoli del suo foglio
immacolato, il tratto vago di una delle sue tante storie mai
scritte, mai narrate. Su questo rifletteva quando l’immagine
si è improvvisamente rappresa in un’istantanea
in bianco e nero, la luce gialla mutata in grigia, come raggelata:
“è quando sei arrivata tu, amica mia.”
Con un tono civettuolo, che le esce suo malgrado piuttosto
forzato, Marìa promette a Borges che mai più
si lascerà sorprendere da alcun ritardo, considerata
la razza di incontri accaduti nell’attesa di quel pomeriggio;
al che lo scrittore indirizza alla dolce accompagnatrice uno
dei suoi meravigliati sorrisi. La donna, avvertendosi inerme
dinnanzi all’avanzare del proprio disagio, si stringe
istintivamente al braccio dell’anziano amico e gli domanda,
spinta in realtà da nessun interesse particolare, se
per caso ricordi ancora il nome del pittore. Una volta udito
il nome di Bacon, la donna riferisce a Borges di essersi imbattuta
in una sua esposizione a New York proprio nell’anno
della morte di Leonor. La sorpresa che la coglie nel sentirsi
pronunciare questa menzogna senza ragione è pari all’impennata
di inquietudine che la travolge fino a farla vacillare. “Ora
a sinistra, cara”. La lingua di Borges si è definitivamente
sciolta dal mutismo iniziale: di slancio prende a commentare
che nell’Inghilterra della regina Elisabetta era vissuto
un filosofo che portava quello stesso nome; da qui Borges
avvia un’erudita digressione sulla vita e le alterne
fortune del filosofo inglese (quando arriva a descrivere il
tracollo che precipitò Bacon dalla carica di Guardasigilli
e di Cancelliere ad una cella della Torre di Londra, con la
punta del bastone abbozza nell’aria la rovinosa parabola
della sua carriera politica), per concludere, infine, con
la fatale polmonite che il filosofo si procurò studiando
nel corso di un rigidissimo inverno la conservazione dei tessuti
di una volpe sepolta sotto la neve. Marìa non gli dà
retta, tesa com’è nell’ascoltare il suo
timore crescere fino ad affilarsi in acuminata certezza: la
casa di Calle Maipù non è mai esistita. Le imprevedibili
geometrie di Buenos Aires sfumano lasciando affiorare, per
contrasto, una trama complessa di bivi e spigoli via via disponibili
in una progressione più che reale. È dunque
un labirinto quello che da sempre sta attraversando al fianco
dell’amico cieco, che la guida sì con sicurezza,
ma con il passo di chi sa anche che da un dedalo di tal fatta
non è dato defilarsi per alcuna via. Nessun inizio,
nessuna fine, solo una successione di svolte che allontana
senza rimedio da ogni inizio e da ogni fine scavando nel mezzo
una distanza inestimabile, irriducibile a qualsivoglia calcolo
dell’astuzia. Sferzante come un colpo di frusta, questo
pensiero si dilegua con la stessa rapidità con cui
è sopraggiunto: il solo segno che lascia del suo fulmineo
passaggio è la presa contratta di Marìa sul
braccio di Borges, che, pure, sembra non darsene cura.
“Svoltiamo a sinistra, mia cara”.
***
Un uomo siede in cima ad una duna color oro a contemplare
il tramonto sul deserto.
Dall’orizzonte lo sguardo cade distrattamente ai suoi
piedi: cosa sono
quei segni che vede tracciati sulla sabbia giusto in prossimità
di una delle sue estremità?
Non gli occorre molto tempo per distinguere chiaramente l’impronta
di
uno scorpione di dimensioni affatto trascurabili. D’istinto
l’uomo balza in piedi scuotendo convulsamente i suoi
indumenti convinto che di lì a poco sentirà
un ago acuminato perforargli la pelle.
Niente di tutto questo; lo scorpione se c’è,
non è addosso a lui: ma allora dov’è?
Prova a smuovere con un piede la sabbia tutt’intorno
alla sagoma dello scorpione: niente.
Sul versante della duna esposto alla luce del tramonto scorge
una processione di segni che rivelano il tragitto compiuto
dallo scorpione per giungere fin lassù: somigliano
a coppie di parentesi sfalsate e lievemente oblique.
Seguendone a ritroso le tracce, individua un secondo calco,
e poco oltre un altro ancora: là dove lo scorpione
ha arrestato la sua corsa alla conquista della duna, ecco
permanere la sua immagine al negativo, un surrogato tanto
dettagliato da sembrare pieno, reale a tutti gli effetti.
Di calco in calco l’uomo si è ormai lasciato
alle spalle la cima da cui poco prima dominava il tramonto;
adesso fa rotta verso uno sparuto gruppo di bassi arbusti,
dove si inabissa quella che potrebbe sembrare la trascrizione
di un concitato diverbio tra piccole mezzelune.
Non che si aspetti di trovare lo scorpione, sa bene che gli
scorpioni non camminano all’indietro come i gamberi;
piuttosto, risalendo controcorrente il flusso di segni, è
l’altro capo della serie che ora reclama.
Ha già individuato la scia di virgole che fuoriesce
dalla piccola macchia di vegetazione, quando risuona nell’aria
un richiamo.
L’uomo nemmeno ci fa caso.
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