Paola Merlini
ANDRE


Ci incontriamo, io, il Chito, il Gandolfi e gli altri, giù all’ex- casello, questa sera, verso le dieci.
Io porto un paio di passamontagna, la Betti ha trovato due maschere
antigas nel garage del suo nonno pompiere; poi vediamo cosa sono
riusciti a rimediare gli altri.
Tutti agitati e contenti per domani: finalmente una manifestazione che
sta facendo già casino ancora prima di essere iniziata.
C’è grande movimento: forse verranno anche i black block da Berlino e i negozi hanno già le saracinesche sprangate.
E poi autoblindo, pattuglie ad ogni angolo.

Devo far partire il motorino a spinta, col caldo che fa, anche se è sera, sono subito fradicio di sudore.
Mi passo la mano tra i capelli e poi me l’asciugo dietro nei jeans: chissà se viene anche quella stronzetta della Chiara: dice, dice, tanti bei discorsi quando siamo al centro sociale, ma poi, quando c’è da scendere in piazza, trova sempre la scusa dei suoi che non la fanno venire.
“Scusa”- le faccio io- “Ma diciott’anni li hai compiuti anche tu, no?”
Allora lei fa quella faccia da bambina imbronciata, e non dice più niente. Mi guarda, e basta, come se io fossi un deficiente integrale, che non capisce la sua posizione di “disequilibrio col mondo”, di “instabilità emotivo-affettiva”, perché i suoi si sono separati l’anno scorso, e lei sta qui a Genova con sua madre e vede suo padre due volte al mese.

E allora?
Va beh che è carina una cifra, che parla con quella voce tipo flauto anche per chiedere in prestito una bic, ma io mi sono scassato di aspettare che si dia una mossa.
Tanto, ce n’è un sacco di gente così, che si infioretta la bocca di letteratura no logo, apologie contro l’imperialism-consumis-global-delcazz e poi, sotto il giubbetto di jeans stracanato c’hanno le polo Ralph Lauren, e il papà le scarrozza allo stage di danza con la monovolume climatizzata.
Forse domattina, prima di muovermi con gli altri, gliela spedisco quella
famosa lettera che le ho scritto e che non ho ancora avuto il coraggio di mandarle.
“Mi chiamo Andrea perché il mio nome andava bene sia per un maschio che per una femmina, mi racconta sempre mia madre. Per lei e mio padre non ha mai fatto differenza se tu eri uomo o donna, nord o sud, operaio o impiegato.
Mi hanno insegnato che quello che conta è il rispetto, la tolleranza, la
solidarietà, e per queste cose vale la pena di combattere, di sgolarsi, di sporcarsi anche le mani.
E sporcarsi le mani vuol dire essere scomodi; andare a rompere i coglioni là dove il sistema ci vorrebbe consenzienti e omologati, tutti contenti, coi cellulari micro, gli scooter metal; domande zero, risposte già date tutte.
Vuol dire mandare affanculo il tuo perbenismo liberista, uscire dall’intimismo delle tue personalissime beghe, e schierarsi con chi si fa il mazzo per non piegarsi, per non fare finta, in nome della comodità e di certi piccoli, meschini privilegi.
Io firmo con l’ultima A dentro al cerchio dell’Anarchia; mi piace da morire, mi fa sentire libero, mi fa sentire forte, insieme a tutti quelli che
lottano, che non ci stanno.
Gente che non se ne sta lì a guardare, senza dire, fare nulla, mentre ilmondo se lo sputtanano questi quattro stronzi, che giocano col potere e le ideologie, sulla nostra pelle .”

Gliel’ho scritto, alla Chiara, e stavolta gliela spedisco, ho deciso.

No, non le ho detto che mi fa rabbia proprio perché mi piace e sto male quando non c’è, ma forse perché non lo sapevo nemmeno io, e l’ho capito solo adesso, che è quasi l’alba e la bocca è amara di nicotina.

Ho un buco nello stomaco, forse l’ansia.
Intanto la giornata sta per cominciare: probabilmente sarà rovente, e
anche la nostra protesta, credo.

Gli altri cominciano a svegliarsi: la Betti nel sacco a pelo di suo fratello paracadutista mugola ancora nel sonno.
Le abbiamo fatto un culo così ieri sera, lei quasi piangeva, e noi tutti a
ridere: “Oh, ma a casa tua son tutti arruolati in qualche arma?”
È un tipo, la Betti, non se la fila nessuno con quella faccia foruncolosa e lo sguardo impacciato, ma quando c’è da organizzare qualcosa lei c’è sempre e si fa in quattro per tutti, a modo suo.
Che poi le due maschere antigas non servono a un cazzo perché sono ultravecchie, non hanno nemmeno più i filtri; però ce le portiamo lo stesso perché fanno una scena della madonna. E brava la Betti Wild! Vai!

Usciamo, l’aria è tiepida.
C’è un azzurro incredibile a quest’ora, ma non penso che qualcuno ci
faccia molto caso.
Cerco l’accendino in tasca, e le sigarette, mentre ci guardiamo attorno, senza dire niente, ancora un po’ stonati; scalcio dei sassolini sull’asfalto mentre aspetto.

Si va: il motorino lo lascio qui appoggiato al muro, tanto fa pena solo a
guardarlo, non lo tocca nessuno; lo riprendo poi stasera.
Saliamo tutti insieme sul furgone del Gandolfi, che sembra partiamo per la guerra da tanto che siamo zitti e seri.
Nemmeno il Chito, che di solito cazzeggia e fa battute su qualsiasi cosa, apre bocca.
Arriviamo fino al lungomare, poi la facciamo a piedi; è ancora presto: di sicuro siamo in centro prima di mezzogiorno.
Fa un caldo pazzesco; meno male la gente ci butta acqua dalle finestre: non mi immaginavo che venisse tutta questa folla, siamo tantissimi, ma c’è un’aria tesa dappertutto.
File di pulotti con caschi e scudi trasparenti tappezzano lunghi tratti sui viali; stanno lì, tutti insieme, come cani da guardia pronti a colpire in branco.
Addestrati a muoversi in gruppo, sembrano un unico meccanismo uma-noide; devono esercitare il potere della paura.

Ma oggi no.

Non con noi.

Vediamo se col Chito riusciamo a sganciarci e passare per i vicoli per
andare più avanti a fare un po’ di casino, a far sentire che ci siamo, e arriviamo dappertutto: dovranno vederci, ascoltarci.
Entriamo nella piazzetta di corsa e quasi andiamo a sbattere contro il cellulare dei carabinieri.
Stranissimo, c’è concentrato tutto qui uno spiegamento di forze esagerato, come se volessero bloccarci.
Sì, non ci vogliono far passare davvero.
Tiro giù sulla faccia il passamontagna e comincio a tirare contro i mezzi qualche bottiglia e lattina che trovo in terra.
“Fateci passare, BASTARDI!”
Vedo la gente spostarsi tutta insieme, un’onda compatta; un furgone si muove in retromarcia contro di noi.
Sono sudato, ho i capelli fradici sotto la lana, che mi colano anche negli occhi: l’estintore in terra è rosso.
Ce l’ho già in mano quando sento qualcuno urlare, e nel frastuono è qualcuno che urla “Andrea!” – qualcuno che chiama proprio me, con la A di Anarchia dentro il nome, perché è un grido che vibra, si dilata, come la risonanza della chitarra di Jimi Hendrix, mi arriva dentro, nella pancia, con la sua ripercussione di gloria e catastrofe, ma non può essere la Chiara, in mezzo a ‘sto casino, no, infatti è la Betti che è caduta ginocchioni, le sanguina il naso, mi guarda spaventata.
Intravedo un gruppo di caschi e mimetiche che si affannano con braccia e gambe a colpire, chini su qualcosa, qualcuno.
È un pestaggio: c’è un tipo in terra con le braccia sulla testa, non ha più una scarpa, la folla si sposta ancora tutta insieme, non lo vedo più.
Urlano tutti; nella camionetta scura i militari si premono contro i finestrini blindati, ci guardano con l’unico occhio buio della pistola, io guardo loro, mi avvicino.
La Betti mi grida ancora qualcosa, poi guarda davanti a me, sta piangendo, la maglietta tutta macchiata di sangue.

L’hanno fatta cadere, ‘sti stronzi; alzo in alto l’estintore, è leggero, è rosso.