Fabio Marroni
WHEN FRIDAY COMES AROUND


Prologo
Mi svegliai che erano le 8,30 di Sabato mattina. Aprii gli occhi. Dalle
fessure dell’avvolgibile filtrava un po’ di luce, timida, grigia, spenta:
molto nuvoloso, con possibilità di piovaschi. La testa mi doleva, come
sempre. Decisamente, non sembrava l’inizio di una giornata destinata a rivoluzionare la mia esistenza. E infatti non lo fu. Semplicemente, era Sabato mattina, erano le 8,30 di una giornata uggiosa, ero giovane e inquieto, stavo male, ed ero completamente, ineluttabilmente, irreversibilmente solo. È incredibile come le cose cambino di prospettiva con il passare del tempo. Quando andavo alle elementari attendevo con ansia il Sabato, l’ultimo giorno della settimana, perché sapevo che per cena la mamma avrebbe fatto la pizza, e dopo cena sarei potuto rimanere alzato fino a tardi a guardare la televisione. Quando poi crebbi un poco, il Sabato divenne una sorta di ritiro spirituale per la partita da giocare la domenica mattina, prima della partita della prima squadra, quella dei grandi. Poi vennero le scuole superiori e l’università. E il Sabato fu, in un crescendo stonato e stancante, l’alcool, le donne, le canne. Adesso, il Sabato è una lunga strada grigia e vuota che mi si stende davanti. L’unica cosa che posso fare è percorrerla stancamente, fino al traguardo agognato del Lunedì quando la rassicurante routine lavorativa mi sottrae alla paranoia e mi riconsegna all’ipocrisia della realtà. Rimasi un po’ nel letto, sveglio. Le tempie mi pulsavano. La caldaia, in cucina, faceva il suo solito rumore infernale. Non c’erano dubbi: era la mia vita, era la realtà. Ero fregato. Perso per perso, tanto valeva alzarsi. Mi misi seduto sul letto. Attesi un poco che il dolore alle tempie si attenuasse e poi mi misi in piedi. In bagno mi osservai all specchio. 28 volte 365 giorni. Sembrava quasi che ogni giorno avesse voluto lasciare la firma sul mio volto. Sul mobiletto, il profumo scordato da Rita. Era veramente buono. Chissà se Rita ne avrebbe sentito la mancanza. Beh, indubbiamente, in tal caso non avrebbe esitato a chiedermi di portarglielo. Era un regalo costoso, del suo fidanzato. Forse, mi dissi, uno di questi giorni dovrei chiamarla per ricordarglielo. Cosa sarebbe successo se il suo fidanzato, per semplice curiosità, le avesse chiesto del profumo? A volte sono proprio i dettagli che ci condannano a una misera fine. Tornai in camera per vestirmi. Alla radio il telegiornale delle 9 vomitava notizie. Afghanistan, Euro, giustizia, previdenza e lavoro. Questo era il programma fisso dei notiziari in quell’assurdo febbraio del 2002.
Nell’ultimo mese non c’erano state variazioni di rilievo. In Afghanistan la gente continuava a morire, in Europa si continuava a investire in dollari, la giustizia era più opinabile della matematica, la previdenza era ormai pronta a trasformarsi in bene di consumo. Solo il lavoro continuava (almeno per me) a esistere, solido e reale come sempre. L’Italia è una Repubblica (?) fondata sul lavoro. Restai allibito dal mio qualunquismo. Ci mancava solo questo, pensai, la metamorfosi in qualunquista.

Carnevale
A carnevale ogni angoscia vale. Oddio, non che ci sia bisogno del Carnevale, in realtà. Il Carnevale è una patetica botta di vita nella triste Versilia invernale. Ma se non altro, la sera posso saltare in groppa al mio fidato destriero arancione e dirigermi oltre il muro del suono e della disperazione in direzione Viareggio città. E lì offrire il mio possente contributo agli operai dei cantieri navali consumando litri e litri del loro vin brulé. Giro come una trottola al rallentatore. Volti. Volti noti ogni pochi passi. Fermarsi. Come va, come non va. Purtroppo. Diecimila anni luce di distanza. Mi sono perso da qualche parte e non ho idea di come fare per ritrovarmi. Vino caldo dentro il mio pancino. Tra poco dovrò andare in bagno. Meglio interrompere il riposo del mio Ciao e riprendere la strada di casa. Ma. Piacevoli ma che cullano a volte. Sei tu, non sei tu. Stavo andando a casa. Casomai, quando qui non si balla più, vieni a trovarmi. Tanto non dormo. E così verso l’una una e trentacinque circa, il mio campanello si mette a suonare. Entra. Vuoi un po’ di vino? E la mattina la maschera nera di Arlecchino appoggiata sul letto. È Domenica. È mattina. C’è il sole. Riemergo, appiccicoso e sporco. Doccia. Lavare, lavare via tutto. Beh, se non altro anche questo weekend è quasi finito. Ancora una decina di ore da far rotolare somehow. Prendo il libro che sto studiando. Riesco a superare due equazioni. Alla terza mi impantano. 20 minuti. Un vero record di costanza. Già che sono seduto al computer decido di giocare a Risiko. Resisto per dieci minuti. Alla radio dovrebbero esserci le partite.
Accendo. Da S. Siro. Inter zero, Lecce uno. Spengo di nuovo. 30 secondi scarsi. Attorno a me ogni oggetto mi lancia accuse di immaturità. Un dente mi duole. Mi metto davanti allo specchio. Osservo il mio torace alzarsi e abbassarsi, assecondando il respiro. Dentro la gabbia toracica, i miei polmoni. Prima o poi ci saluteranno. E allora, addio immaturità. Morto appena alzato dal cesso, senza nemmeno il tempo di tirarmi su i pantaloni. Questa seduta di autocommiserazione mi frutta altri 5 minuti percorsi verso la fine del weekend. Guardo fuori dalla finestra. Il supermercato di fronte a casa mia è aperto. Il posteggio è quasi pieno. Decido di andare a vedere se nel reparto libri è finalmente arrivato qualcosa di leggibile.
Mi guardo nuovamente allo specchio. Impresentabile al punto giusto.
Prendo il piumino ed esco. Il supermarket è affollato. Giro senza una meta. Anche qui volti noti. Aiuto. Mi sentite? Ehii, sono quaggiù nella
galassia lontana. Niente da fare. Non riusciamo a capirci. Prendo un libro di Murakami e scappo. Eccomi a pagare. Bancomat o carta? La mia cassiera preferita. Vorrei. Vorrei te. Te. Mi sorride in modo strano. Aiuto. La stavo fissando. Mi sorride. E io so che lei sa. Torno via con il libro e cinque punti della Coop. E mezz’ora di weekend in meno. Accendo lo stereo. Massive Attack. Un attacco massiccio per cinque minuti. Poi crollano esausti. Mi ostino a guardare fuori dalla finestra. Ogni tanto qualcuno passa davanti al mio cancello. Vorrei avere un campanello al contrario, con il pulsante accanto all’interruttore della luce, in sala, e la suoneria in strada. Così lo suonerei ogni volta che passa una persona interessante. Sospiro. Un altro minuto, lentamente, è passato.
È un peccato che la mia dottoressa non riceva il Sabato o la Domenica. Sarebbe un modo interessante per passare una mattina del weekend. A fare la guerra alle vecchiette. A barattare con loro un numero di Repubblica per due numeri di Novella 2000. Oppure il Mucchio. Quello, non lo mollerebbero mai, convinte come sono che sia un giornale porno. Quando si rendono conto che parla di musica, assumono un’espressione delusa, ma continuano a leggere imperterrite, pur di non cederlo. Le vecchiette. Se non ci fossero bisognerebbe inventarle. Pogano più loro in coda al supermercato che una banda di esagitati ai concerti dei Sex Pistols. Vantano il 100% di presenze alle visite della dottoressa.
E il 100% alla messa. Forse è per questo che i dottori non ricevono la
Domenica mattina. Perché sarebbe un conflitto di interessi con la messa. Questi tristi pensieri fruttano cinque minuti, e alla mia dottoressa la promessa di un monumento da parte mia.
Scrivere SMS richiede tempo. Decido di scriverne uno, per ingannare la noia. Devo decidere a chi. Consulto la rubrica del telefonino. In memoria 117 numeri. Sarà l’influsso del 17. Sfoglio la rubrica alla ricerca di un destinatario. La ricerca mi frutta un paio di minuti, ed un’immensa tristezza.

San Valentino
Oggi è San Valentino. Non so perché, mi torna in mente la canzone Venerdì Santo di Guccini. Sono le dieci di sera e vorrei andare a letto.
Annullare a forza la mia coscienza. Il sonno riesce sempre a cacciare tutte le mie angosce. Solo che a volte tutte le mie angosce riescono a cacciare via il sonno. La notte è lunghissima, da svegli. E la mattina ci si sente sempre un po’ confusi e piccoli. La notte, il rumore della pioggia mi culla, il rumore del vento mi assilla. All’alba le preoccupazioni si diradano un poco, fino a diventare il background fisiologico della mia esistenza. Ad ogni modo lo spettacolo è condannato a continuare. La quiete è un lusso che non mi posso concedere. Non dovrebbe essere consentito che le domande rimangano senza risposta. Cosa accadrebbe se?

Ancora Carnevale
Il motorino protesta un po’ ma alla fine si mette in moto. Posso partire,
in questa Domenica un po’ ovattata e anestetizzata, e andare verso Viareggio. Ancora Carnevale. Peluche su peluche su peluche. Come in un immenso documentario di Discovery Channel. Io invece sono, come si dice qua, in borghese. Con i pantaloni della mimetica, gli scarponi, un maglione color panna a collo alto e sopra un giaccone invernale di finto camoscio. Coriandoli, schiuma e stelle filanti spray. Mi compro una birra e vado in giro da solo. Musica di carnevale, tutti ballano, ogni tanto qualcuno mi sfiora, qualcuno mi saluta. Mi fermo, e osservo un gruppo di ragazzi e ragazze che ballano. C’è anche una ragazza che conosco. Mascherata da gitana, con una gonna rossa, la camicia colorata ed un sacco di braccialetti e cavigliere, una collana sgargiante e due grossi orec-chini. Ecco che mi vede, mi viene a salutare, un bacio. La camicetta semiaperta lascia intravedere la parte superiore del suo bel seno. I capelli neri e riccioli escono energici dal fazzoletto rosso che ha in testa. Tutto è così complicato. Mi guarda e sorride. Si avvicina per dirmi qualcosa, mi spinge col petto, mi sfiora. Mordimi, le griderei. Separati da una barriera trasparente. È così faticoso oltrepassarla. Lasciami un braccialetto con cui fare breccia. 15 sassolini colorati e un elastico. Non che mi stia particolarmente bene. Ogni tanto lo indosserò comunque, non si sa mai. E così la trascino al mitico CROD (Circolo Ricreativo Operai Darsena) a bere una birra, cinque, venti. Djembè imperversano all’interno, balliamo con la birra in mano, con la birra in testa e dappertutto. Pausa delle percussioni. Mi appoggio a una colonna e lei a me. Baci. Baci dappertutto. Vorrei che tutto sparisse intorno a noi, appoggiati a una colonna di niente in mezzo al nulla. I suoi amici ci raggiungono e le percussioni ripartono. Ridefinizione dei rapporti in corso e riprendiamo a ballare. Poi lei sparisce e torna con una bottiglia di vino ed alcuni bicchieri.

20 febbraio, Venerdì
Ancora Venerdì. Esco da lavoro alle 18,30. Alle 19 salgo sull’autobus e alle 20 e 15 sono già a casa, con le borse della spesa in mano. Il vento forte ha asciugato i panni che avevo steso in veranda, così li porto in casa. Mentre ceno sento il rumore del vento che ulula rabbioso. Decido che dopo cena andrò a sentire il rumore del mare. È bello avere qualcosa da fare, il Venerdì sera. Così la mia depressione si allevia un poco, mangio con più appetito del solito (risotto alla trevigiana e patate lesse), preparo da fumare, lavo i piatti ascoltando Adore degli Smashing Pumpkins e poi parto in motorino. Mi porto lo zaino, in cui ho messo una bottiglia di Cynar. Partenza. Viaggio. Arrivo. È tutto molto semplice, come il riassunto di una qualsiasi esistenza. Tutti, che ci piaccia o no, siamo costretti ad abbandonare la nostra casa, percorrere un viaggio più o meno lungo e alla fine, esausti o ancora pieni di energia, gettarci nel mare. Posteggio il motorino nella piazza, scavalco il cancello del secondo stabilimento balneare sulla sinistra e mi ritrovo nel corridoio di legno che fiancheggia il bar. Ha un’aria molto triste. Si capisce subito che è abbandonato da vari mesi, e che probabilmente lo resterà per un altro po’ di tempo. Cammino ancora un po’ ed arrivo al punto in cui il corridoio si divide. Adesso potrei continuare a diritto, fiancheggiando le cabine, ed arrivare fino alla spiaggia, oppure girare a sinistra, dove uno spiazzo di circa un metro e mezzo separa il retro del bar dalle cabine. Entro nello spiazzo, che è riparato dal vento. Mi siedo. Per terra c’è un po’ di sabbia, portata dal vento, dalle ciabatte dei bagnanti. È un buon posto per fumare e bere in tranquillità. Il mare è un po’ rumoroso. Ma io non posso vederlo, perché è coperto dalla serie di cabine. Forse, più tardi, mi avvicinerò un poco. Mi ritornano in mente altre persone in un’altra vita. Ma sono tutti andati via. Con un biglietto per chissà dove. È un po’ triste essere soli. Eppure, certe volte, non è male. Giudizio sospeso. Mi alzo. Riprendo lo zaino col Cynar e mi avvicino a riva. Il mare mi chiama rabbioso. Vieni. Vieni qua. Ma ovviamente il mare non può parlare. Sta lì. In tempesta. Il grande immenso liquido amniotico dell’umanità. Il vento mi getta un po’ di sabbia in faccia. E qualche spruzzo di acqua salata. Resto un po’ lì, impalato come un imbecille, con la convinzione di essere a un passo dalla scoperta di una verità sconvolgente. Vale 28 minuti, questa assurda ricerca della verità. Poi decido che non se ne fa di niente e torno a casa. Controllo la cassetta delle lettere. Nessuna cartolina per me. Torno in casa. Ascolto in segreteria. Qualcuno deve aver lasciato un messaggio per me. No. Non è per me. È una ragazza che cerca Jessica. Ma Jessica non c’è e non c’è stata mai. Mi guardo intorno. Vedo tutto e non vorrei vedere nulla. Non capisco nulla e vorrei capire tutto. Ma. Sono le ingiustizie della vita. Comunque, anche questo Venerdì sera è andato. Un Venerdì in meno, prima di morire. Allegria. A questa impresa hanno partecipato tra gli altri il messaggio in segreteria (2 minuti), una banana (3 minuti) e un collegamento a internet per controllare la posta elettronica (20 minuti).

21 febbraio, Sabato
Dopo la notte di vento, mi sveglio il Sabato mattina verso le nove e il sole penetra dalle fessure. In lontananza sento un treno che passa. Alla radio le previsioni del tempo prevedono che stamani ci sarà il sole. Mi faccio una doccia veloce, e mi preparo per andare a Pisa. L’autobus arriva puntuale. L’autista e tre passeggeri. Se salisse il controllore potremmo farci un pokerino mentre stiamo fermi al passaggio a livello sempre irrimediabilmente chiuso. Intanto mi metto a leggere Nati due volte di Giuseppe Pontiggia. Dopo un po’ il passaggio a livello si apre e noi possiamo ripartire. Percorriamo il viale delle prostitute di colore. Se fosse uno spettacolo e non la realtà, sarebbe anche divertente. Con tutte queste ragazze di colore bellissime che ballano e si spogliano in mezzo alla strada. Piano piano, le superiamo.
Ciao, Margarida, ciao!! Lei la conosco. La incontro spesso sul bus.
È molto simpatica. Adesso aspetta un cliente. Da quando le ho parlato
anche lei si diverte a fare la classifica del tempo che riesce a passare senza annoiarsi. Insomma, del tempo perso! Ogni volta che la vedo mi aggiorna sulle nuove entrate. Una volta mi ha detto che masturbarsi pensando a me vale 15 minuti. Non male! Quando arriviamo a Pisa, vado al mercato. Favoloso mercato. Vecchiette che spuntano come funghi. La sagra della vecchietta. Ogni volta vengo al mercato convinto che vi troverò in offerta speciale il segreto dell’esistenza. Ogni volta mi consolo con le crocchette di patate. Siamo tutti in coda, ognuno col suo numerino. Il problema è che non si riesce a prevedere quando toccherà a noi. Il mercato è pieno di jeans
fuseax mutande reggiseni pigiami. I cinesi vendono eserciti di Teletubbies.
Non riesco a capacitarmi di quello che mi sta intorno. Forse è questa che chiamano alienazione. Me ne sto lì impalato in mezzo al mercato per non so quanto tempo, quando il saluto di una mia collega di laboratorio mi riporta a terra. Rispondo mentre lei si allontana e mi sorride. Comunque anche il Sabato mattina se ne va. Unico contributo notevole al lieto trascorrere del tempo la meditazione riguardo al concetto di alienazione (cinque minuti). Comunque, tutto fa; tutto - probabilmente - ha un senso, per quanto recondito possa essere. Oppure no.

Discobibliografia:
1) Hallgrímur Helgason (Guanda 2001) 101 Reykjavík
2) Giuseppe Pontiggia (Mondadori 2000) Nati due volte
3) Haruki Murakami (Baldini & Castoldi 1999) L’uccello che girava le Viti del Mondo
4) Smashing Pumpkins - Adore (Virgin Records 1998)
5) The Cure - Friday I’m in love in Wish (Fiction Songs – Elektra Entertainment 1992)