Salvatore Di Martino
QUELL’UOMO CHE CADDE DAL BALCONE

Motivazione della giuria
Ad una prima lettura il racconto risulta enigmatico, troppo intimo per essere interpretato secondo un criterio oggettivo. La bellissima epigrafe di Manganelli introduce una storia dall’architettura complessa e non facile da riassumere, ma senz’altro ricca di suggestioni. Questo testo induce il lettore ad armarsi di concentrazione e a misurarsi con un linguaggio difficile e molto colto, intriso di numerosi richiami letterari: soltanto allora i nodi cominciano a sciogliersi e la forma mentis del protagonista va pian piano delineandosi. Luino Bazzellati, dipendente dei trasporti pubblici di Roma, “buon condottierio, infelice conduttore” è la voce narrante e l’unico attore della vicenda. Si tratta di un lungo monologo interiore nel quale si intromettono, come controvoce, gli eventi del mondo esterno. La storia si sviluppa secondo due assi: quello orizzontale, che assume la configurazione dell’autobus guidato da Luino che procede lungo la traiettoria prevista dal percorso urbano, e quello verticale che si sintetizza nella caduta di un uomo dal balcone, da cui il titolo del racconto. Luino vede la realtà come una catena di automatismi che si susseguono, tutto procede secondo la logica dell’omologazione che non lascia spazio alla sfera del privato, i passeggeri sono “sagomelle di cartone incarnato”: Luino è tutt’un con la meccanica del veicolo che conduce. Improvvisamente però si verifica una frattura: Luino frena bruscamente e la meccanica che muove l’universo si arresta per un istante. Accade qualcosa di imprevisto, un’allucinazione o forse un’epifania: la caduta, il rovinoso fragore provocato dal precipitare di un corpo. Il congegno di un automa perfetto ha cessato di funzionare per sempre: siamo dunque esseri umani, individui animati che nascono per poi morire? Meglio ingranare la marcia e proseguire la corsa senza farsi troppe domande sull’annosa questione dell’esistenza.
Non so se questa mia interpretazione risponda alle intenzioni dell’autore, e sono dispiaciuta di non potergli chiedere conferma di persona, magari il potente e diabolico internet ci aiuterà a colloquiare!

Elena Brachini

"Piomba animale morto, corpo chiuso e concluso, fiondato proietto, e fa guasto"
Giorgio Manganelli

…fatto male?
Trasportare le pene del caso, altrui organizzata memoria in forma di
contestabile sospiro, dinanzi alla pietà riflessa dal vetro di un finestrino.
Luino Buzzellati, dipendente trasporti pubblici Roma, cosa fa se non
l’autista, buon condottiero, infelice conduttore, di filocarontiche sagomelle di cartone incarnato, ben incartato in muscoli e cartilagini vestiti a festa. Gli inferni, dice, sono la grammatica della vita, direste?
La linea H parte da piazzale dei Cinquecento diretta a Porta Portese,
puntuale. Oggi Luino s’è svegliato quel po’ dopo la sveglia comprata a
Porta Portese, non puntuale. Patacche!
Eccola lì, miserrima traiettoria per acquistabili cianfrusaglie di proprietà fu di altri: monete e affini, affini ad altre monete: patacche! Direi, patacche. Ne vedo, nè sento, patacche.
“M’arriva il brusio della menzogna e non posso negare che è un dolce
suono, più d’ afasia di freni…è la verità. Oh! la verità…la verità è il vezzo dei bugiardi.”
Sottoposti al grave sforzo, i freni. Bruscamente, morsero il sentiero.
Caddero, i cittadini, in avanti, diagonalizzandosi, piegandosi magistral-mente dal dolore, inveleniti, come cipressi al Fungo Anatomico, che procede secondo la regola di calcolate fisiche ed isteriche stitiche.
Uno di questi s’avvicina allo spazio preposto per il condottiero e sceglie la via dell’ottava più alta per irrigidire i muscoli della faccia di Luino. Se esce con calcolata posa dallo spazio propostogli dall’azienda è per.
“Stia calmo e buono e calmo! Ho dovuto frenare, non vede!”.

Gli indica la folla degli otto sul cinemascope del parabrezza. Guardano con accorata apprensione, condottiero e condotti: Luino s’appresta alla postazione, irretito dall’interessante proiezione che il tergicristallo potrebbe cancellare se fosse, come lui vuole che siano, certe metafisiche invenzioni di sua invenzione.
Il rimuovirealtà.
Una specie di tergicristallo a tre velocità: la prima per le realtà minime,
veramente poco pedanti: quindi, pedoni col vizio della striscia pedonale, vecchiuzze tesserete al partito Diritto del Biancapello; rari randagi, sole-ti, mal addestrati al codice caino della strada. La seconda, per realtà medie: traffici illegali di venefiche acatilitiche,
pascolabili frotte di sabatodonti in dirotta verso il centro, scafi di metallo freddo per competenza frigorifera: container con merci di prima glaciazione più qualche illuso, intruso in carne e fossa.
La terza per realtà massime: emuli di Lupin con furto e spasso, investitori di licenziose gattone da parco: omicidi di dieci mici; vigili!
Osservatori delle altrui distrazioni, che possono essere spedite comodamente a casa e far finta, comodamente, che non siano mai arrivate: ma le distrazioni si pagano, caro Luino…
Fischiano, le distrazioni.
Non si assicura, Luino, di aver inserito il freno a mano. La strada sale per chi sale e scende per chi, come lui, non ha inserito il freno a mano. Se la Storia fosse più elastica nelle dinamiche dell’indietro, potremmo capire che quel che è passato non è passato, né vorrebbe esserlo. Il bus della linea H, suffragato dalla rotaia benevola, non può che ripercorrere pochi passi indietro e schiantarsi, amorevolmente, s’intende, contro il primo anfratto cementizio da cui, valigetta alla mano, tal dottor Fulgenzio Desisti, sta uscendo. Se il nostro luminare, ginecologo, esploratore di slabbrati piaceri, riuscisse a schivare la bomba H ecchè ne direbbe la Storia?!
“Volevo buttarmi dal balcone, Luino, perdonami. Amo solo te, perdonami!”


Fulgenzio non è niente per me.
…e il bus non cede alle lusinghe dello sterzo, perché la corte di Luino, all’ambulante meccanica affidatagli per contratto, fu spietata ma non convincente. Il freno a mano era abbastanza guasto e manomesso. Sarebbe stato uguale, direste? Lo sterzo non è tale. Patacca anche lui, un sesterzo! ridendo, se c’è da ridere o c’è il tempo per fingere di ridere. Non ce n’è mai stato molto, s’intende.
La gridano la paura, gli esterni al bus. Gli interni ondeggiano, cadono,
rotolano e si piegano; non hanno il tempo di aver paura perché questi
numeri richiedono gran fiato, gran coraggio, gran esercizio.
Cadendo, uno, sbattè con violenza la testa sul ginocchio di chi riuscì a star seduto sulla defecanda paura.
Qualche altro si spense contro spigoli e rientranze e reggiseggiola metallici a guisa di braccio piegato attorno al collo e un giro completo del corpo, a capo fermo, e le ossa si rompono ed è come impiccarsi in orizzontale, direste?
Luino vede i suoi trent’anni di servizio, sempre la stessa linea, in moviola. Vede qualche chilometro d’inevitabile: il bus conosce bene il lavoro anche a marcia indietro.
Ripercorre a ritroso e non crede a ciò che vede: nell’angolo in basso a destra del cinemascope c’è scritto REPLICA.
Direste?
C’è questo movimento, beccheggio, rollio di terraferma che ha ormai
fatto il mestiere designato: quelli rimasti in piedi sono seduti, quelli seduti sono in oscillante allimpiedi, quelli che non si muovono più sono lì che rotolano da una parte all’altra del bus e ci sarebbe da fare a gara a chi ne schiva di più, mentre rotolano da una parte all’altra del bus. Il mezzo è al centro dell’interesse in crescendo di chi ne vede il retro con sorprendente chiarezza.
Si potrebbe ipotizzare di premere il pulsante STOP, dlin! FERMATA PRENOTATA, ma una non-fermata prevede anche dei non discendenti. E lasciate stare i conducenti e i discendenti, per favore!
Ingigantendo gli occhi, dentro lo specchietto retrovisore, lascia che la
gola agevoli allo stomaco una pallottola di freddo catarro romano.
Gridano ancora da dietro. I seduti come gli alzati, lui non ne ha colpa,
direste? Doveva rompersi il freno a mano e poi perché: eppure, come fosse ultimo respiro, sfiato, si era fermato, frenato, davanti alla folla che tanto assorta, in contemplazione dell’accaduto, del caduto, cioè di colui che ha deciso che molecole d’umana natura e molecole gusto bitume, valgono quanto un cono gelato.
L’asfalto era tatuato di fresco per l’occasione.
Luino, per piacere!
Frena la meccanica del bus, per piacere. Solo un momento.
Perché in avanti veloce la scena prevede: otto passanti infilati dallo stesso inorridito pensiero di non voler fare MAI una fine degenere. A che fine tal fine, a che? Una Squadra del Servizio Supremo Segnaletica Stradale rincorre il robottino delle strisce, infollito, intestardito, ben deciso a confezionare Roma con un bel nastro bianco e qual miglior dono per la sua bella Metropolis. Ed ancora, direste? un bimbello tutto compunto, pesciolino rosso, bello di mamma, quella certa rigidezza tra le gambe. Nascosto, dietro gambe
di mamma, lisce, in odor di calzarete, da cui guarda con attenzione.
Guarda e impara il volo di Icaro: dal READY TO START al PRESS A
BUTTON TO CONTINUE.
S’è scavato una fossa profonda qualche millimetro, quell’uomo che cadde dal balcone. Crepato, gli si diramano crepe come radici, tutt’intorno…
Ma non crescerà più niente in questo posto?
No. Niente. Neanche un segnale stradale.
Direste?

Luino ha inavvertitamente schiacciato il pedale del freno per sgranchirsi le gambe; si rallegra del fatto che l’impianto frenante sia così straordin-riamente solidale a quella certa voglia che cadde dal balcone. Oh! da dietro gridano. Oh! da dietro qualcuno ha sfondato un vetro con la testa e s’è buttato.
Ah. Da dietro arrivano certe suppliche che viale della Conciliazione
porta a San Pietro ma la linea H no. Il Tevere, più vicino del solito, dicono sia infestato da parassiti o paracarri o muretti che si sfrangiano contorcendosi.
Luino, stringi lo sterzo e apri le portiere. Fai la fermata.
Sembra che il Tevere sia infestato da passati amori, allo stesso modo dell’asfalto, anche se il colore non è lo stesso, direste?
In ogni meccanica c’è un uomo che cadde dal balcone. Scendete alla
prossima.