| Raffaello
Spagnoli
A STENTO
Si alzò con
un movimento affaticato, da anchilosi, si tolse gli occhiali
che posò sulla tastiera del computer, si stropicciò
gli occhi arrossati e si stirò, allungando mani e braccia
verso l’alto, come per afferrare qualcosa che non c’era,
mentre si sollevava sulla punta dei piedi. Infine tornò
a guardare lo schermo del computer ed imprecò di nuovo.
Il risultato era là, chiaro per chi lo sapesse leggere
e lampeggiava, come schernendolo.
Aveva sbagliato tutto.
Un risultato del genere significava che aveva sbagliato fin
dall’inizio, dall’impostazione del problema. Ma
dove stava il difetto? Ci aveva lavorato su tutta la sera
precedente e parte della notte. Gli era sembrato che tutto
ciò che aveva fatto fosse corretto, impostato bene.
Ma il responso del computer era inequivocabile. Mosse qualche
passo nel laboratorio e tirò il saliscendi della tenda
che lo oscurava; la luce del sole lo investì in pieno,
irritandogli ancor di più gli occhi arrossati, irritati
da troppe ore passate a fissare lo schermo, brutalizzati dalla
mancanza di sonno. – ‘fanculo! – pensò
– adesso non ho voglia di ricominciare tutto. –
Si rimise gli occhiali, tolse il camice bianco e lo appese
all’attaccapanni, afferrò la giacca e, dopo aver
scollegato il computer, uscì sbattendo la porta dal
locale che puzzava di attrezzature elettroniche, plastica,
polvere e chiuso.
Non incontrò nessuno, data l’ora, nei lunghi
corridoi del centro di ricerche e, all’uscita, salutò
il sorvegliante del turno di notte che ricambiò il
saluto non senza avergli comunicato con lo sguardo tutto il
suo compatimento. Sapeva, per avergli parlato, che quel tizio
non condivideva il suo stile di vita, troppo unilaterale,
così incanalato nel lavoro da scordarsi anche di sé
stesso. Non poteva dargli torto, ma era fatto così.
Era un inesauribile curioso e se si poneva un quesito ne esigeva
la risposta, presto e provatamente esatta. Il suo problema,
semmai, era che di domande se ne poneva in continuazione.
Tante. Troppe.
Sbagliava chi lo accusava di eccessiva ambizione, di arrivismo,
di desiderio di primeggiare rispetto ad altri. Il suo male
era solo la curiosità. Per questo si era dedicato alla
ricerca, solo per questo.
Fuori, la giornata era abbagliata da un sole splendente e
l’aria tersa del mattino primaverile era allietata dalle
baruffe di decine di uccelli che, saltando di ramo in ramo
o raggruppandosi a terra in cerca di cibo, cinguettavano fino
allo stordimento. Respirò a pieni polmoni, golosamente,
l’aria che conservava ancora i residui dell’umidità
notturna, non ancora contaminata dagli scarichi del traffico
che, presto, avrebbe intasato le strade. Si buttò la
giacca su una spalla e si incamminò lungo un viale
accondiscendendo ad un inespresso impulso che gli imponeva
di camminare, di offrire aria e ristoro alla sua mente esausta.
Non conosceva il viale, non sapeva dove portasse, ma immaginava
che fosse parte del complesso del Centro. Nessuno in vista.
Le sue gambe, scarsamente allenate, sembravano animate di
vita propria, quel mattino, come invase da una linfa diversa,
a ricordargli che era un giovane uomo, non una parte assemblata
di computer, non un terminale o una tastiera o un mouse.
Le scarpe gommate non producevano rumore, sull’asfalto,
se non un ritmico fruscio che lo accompagnava piacevolmente,
mescolandosi agli altri rumori soffici della mattinata. A
parte i filari di alberi che fiancheggiavano il viale, macchie
di cespugli punteggiavano la distesa dei prati che dividevano
le palazzine del Centro. Aceri giapponesi dai colori vivi
di rosso e di verde nelle varie tonalità creavano ombrelli
ombrosi sotto i quali si indovinavano i fulminei movimenti
di piccoli animali, forse scoiattoli. Si rese conto di essersi
fermato a scrutare nella penombra molle, cercando di dare
una forma o un nome al suo stupore, senza riuscirci. Si era
dimenticato ormai da anni dell’esistenza di simili creature
così come si era scordato del mondo reale per rifugiarsi
nel suo regno di astrazioni, per aggrovigliarsi tra problemi
aggrovigliati, per sfuggire in mezzo a cifre ed equazioni,
perdendosi. Perdendosi contro le risposte negative di uno
schermo lampeggiante che lo irrideva. Ma non quella mattina,
decise. Aveva proprio voglia di passeggiare. Riprese la camminata
ed un motivetto senza armonia e senza un tema definito iniziò
a sibilargli tra i denti.
Il viale curvava morbidamente, tra gruppi di cespugli verdi,
ed iniziava a costeggiare un alto muro di cinta. Lo seguì
fino a quando un’apertura attrasse la sua attenzione,
un cancelletto pedonale la cui luce era chiusa da una lastra
metallica, impedendo di vedere fuori. O dentro.
Incuriosito cercò di sbirciare tra le fessure ma senza
riuscirvi. Arretrò di un passo e si rese conto che
in una nicchia c’era un apparecchio di vigilanza ed
un campanello. Lo pigiò. Vide la spia della telecamera
accendersi e la voce del sorvegliante gli chiese – Dica.
– Il tono era tra l’interrogativo ed il seccato.
– Mi farebbe uscire? – chiese . Il sorvegliante
chiese ancora - Dove vuole andare? – Bella domanda!
– Non lo so. Cosa c’é di la? Non sono mai
uscito da questa parte. – Il sorvegliante non rispose
ma la serratura elettrica scattò. Prima che la telecamera
si spegnesse, ebbe modo di chiedere – Come posso rientrare?
– Ora il sorvegliante pareva decisamente seccato. –
Accanto al cancelletto c’é un campanello, come
da questa parte. – La comunicazione fu interrotta. Uscì,
tirandosi dietro il cancelletto che, con uno scatto, si chiuse.
Guardò sui lati per avere conferma dell’esistenza
del campanello, poi si volse. Cespugli alti, olivastri, mirto.
Un sentiero sassoso e polveroso tracciato tra radici sporgenti
e pietre bianche. Lo imboccò. Dopo qualche passo il
sentiero piegava decisamente a destra, per aggirare una macchia
di vegetazione alta, tra la quale dominava una quercia. La
vista gli mozzò il fiato: una baia smeraldina, quasi
tropicale, con una striscia di sabbia abbagliante nel sole
del mattino. Aveva dimenticato che il Centro era stato costruito
sulla costa. Non l’aveva mai vista.
Ora che era uscito alla luce piena del sole ne sentiva il
calore diretto, una carezza un pò ruvida sul capo e
sulle spalle, ma gradevole. Percorse il tracciato del sentiero
e scese alla spiaggia, deliziato dallo spettacolo e dalla
temperatura. Sentiva nelle ossa il bisogno di esporsi, come
se il suo essere bramasse al contatto diretto con gli elementi
naturali, dopo tanto tempo passato sotto la luce artificiale,
nella semioscurità dei laboratori, davanti agli schermi
dei computers.
Raggiunta la spiaggia, lasciò cadere a terra la giacca
e sedette a togliersi le scarpe e le calze. A piedi nudi iniziò
a passeggiare lungo il bagnasciuga, ritrovando il senso di
qualcosa che sapeva di aver conosciuto durante l’infanzia
e che poi aveva scordato inesorabilmente. Qualche ricordo,
slegato da un preciso contesto, iniziò ad affiorargli
alla mente, sensazioni di una vita che, per quanto ancora
breve, gli pareva di aver trascinato per un tempo immemorabile,
lasciandosi dietro, come fanno le lumache, una scia umida
ed incerta.
Si slacciò la camicia, umida di sudore, ed espose il
petto al sole.
C’era una pace illimitata, in quella scena, un senso
di mondo primordiale, di alba della vita, che gli colmò
il cuore. Respirò forte, commosso. Qualcosa si mosse,
a una certa distanza da lui. Interdetto e contrariato osservò
la scena. Una ragazza dal corpo slanciato, dai lunghi capelli
bruni, stava attraversando la spiaggia a lunghe falcate, bellissima
e completamente nuda, la pelle abbronzata esposta al sole
con grato orgoglio. La vide entrare in acqua, ignara della
sua presenza e, a lunghe e potenti bracciate, allontanarsi
dalla riva. Giunta al largo, ad una cinquantina di metri dalla
spiaggia, si immerse completamente. Poco dopo ne vide il capo
riemergere, la bocca che succhiava aria con avidità.
Si immerse nuovamente, in un gioco solitario che le doveva
piacere molto e che continuò per qualche tempo. Lui,
sempre passeggiando, si avvicinò al punto nel quale
la ragazza era entrata in acqua, ne osservò le impronte
che, venendo dai cespugli, ne segnavano il percorso, piccole,
leggere. Si accucciò a terra, continuando ad osservarne
le evoluzioni. C’era qualcosa di primordiale nella scena
cui stava assistendo e lui ne assaporava la sensazione. La
ragazza sembrò accorgersi di lui e si avvicinò
con il suo nuoto tranquillo e potente alla riva. Giunta in
un punto in cui l’acqua ancora riusciva a coprirla si
fermò e, con lo sguardo un pò cupo, lo osservò
un attimo, prima di chiedergli – Chi sei? – Lui
glie lo disse, spiegando anche da dove veniva. Lei sorrise
– Uno dei topi di laboratorio, allora? – Sorrise
anche lui. – Penso che mi si potrebbe definire così,
certo. E tu chi sei? – Lei gli spiegò che abitava
nel borgo vicino, che lui non aveva mai visitato e non sapeva
dove collocare, e che, come ogni mattina, si era fermata a
fare una nuotata prima di recarsi a prendere l’autobus
per la città. Gli pareva di essere un turista appena
sbarcato da un aereo in un lontano paese esotico che cercava
di comunicare con uno del posto, che dava per scontato che
tutti sapessero tutto di quel che li circondava. Lei sembrò
leggergli la perplessità nello sguardo. – Sei
qui da poco? – Lui dovette rispondere – Tre anni.
– La ragazza tacque, aggrottando la fronte, perplessa.
– Sempre rintanato? Qualcuno, ogni tanto, scende al
paese verso sera. Però non ti ho mai visto. –
Lui assentì.
- Fate una vita davvero strana, voi. Come mai? – Non
rispose. Non sapeva cosa rispondere. Poi la ragazza gli chiese
di portargli i suoi abiti, che aveva lasciato su un cespuglio
ad una decina di metri dal bagnasciuga. Lui si alzò
e, seguendo la direzione che lei gli indicava, vide le cose
della ragazza. Raccolse un telo di spugna e tornò verso
l’acqua. – Te lo porto io? – le propose
ma lei si alzò e si avvicinò a decise falcate
alla spiaggia. Lui le stese il telo e lei vi si avvolse. Era
rimasto senza fiato. Lei rise alla sua espressione imbambolata
mentre, tenendosi fermo il telo davanti al corpo, ne afferrava
un lembo ed iniziava a frizionarsi i capelli. Lui si volse,
arrossendo violentemente. Tornò sui suoi passi e le
portò il resto dei suoi abiti. La ragazza lasciò
cadere il telo, abbagliandolo nuovamente con la vista del
suo bellissimo corpo flessuoso e nudo. Sentì il rossore
aggredirgli nuovamente il viso, mentre lei si infilava con
rapidi gesti una vestaglia. Indossò poi la biancheria
intima e, con un gesto che denotava pratica, raccolse i lunghi
capelli in una voluminosa crocchia.
Lui era rimasto incantato, colto completamente di sorpresa
dall’apparente disinvoltura con cui la ragazza mostrava
la sua nudità, e lo fu altrettanto dalla subitanea
trasformazione che lei aveva operato vestendosi. Se prima
era sembrata una dea, fiera della sua salute e bellezza, abbagliante
nella sua pelle ambrata, ora sembrava di quindici anni più
vecchia, goffamente coperta dalla vestaglia e con quell’anacronistica
crocchia in testa, informe, scialba.
Lei parve leggere e comprendere la sua reazione – Lo
faccio apposta – disse – Una ragazza deve pur
proteggersi, no? Al mondo non si incontrano solo topi di laboratorio,
sai? – Lui colse il leggero tono di scherno, nella sua
frase, come una sorta di presa in giro per la sua goffaggine.
Non reagì. Non poteva reagire: aveva ragione lei. La
sua esperienza con l’altro sesso si era fermata a troppi
anni prima, poco oltre l’età in cui bambini e
bambine giocano a dottori per scoprire i reciproci segreti,
le differenze, i leggeri turbamenti che misteriosamente il
reciproco contatto sapeva muovere. Non aveva mai avuto una
“storia” e la sua iniziazione al sesso era avvenuta
quando, adolescente, era incappato nella giovane sorella divorziata
di un suo amico che, dopo averlo portato fino al suo primo
atto sessuale, lo aveva devastato con frasi di scherno riguardanti
la sua goffa prestazione. Non era più stato in grado
di riprendersi e aveva conservato quel segreto nel più
profondo del suo essere fino a quel giorno, rimuovendo ogni
ricordo dalla sua mente, soffocando ogni impulso nel lavoro
esasperato ed esasperante, in una ininterrotta lotta tra il
corpo e la mente.
La ragazza si avviò lungo il sentiero che, evidentemente,
portava alla strada e lui non seppe più cosa fare e
non seppe trovare alcuna frase per fermarla e non seppe compiere
un gesto né per trattenerla né per accomiatarsi.
Quando era ormai lontana un centinaio di metri, la ragazza
si volse – A domattina, topo di laboratorio! –
gli gridò allegra e lui sentì esplodere qualcosa
dentro il suo petto. Sparì.
Non seppe mai come fosse ritornato fino al cancelletto ma
si ritrovò a premere il pulsante per farsi aprire,
scoprendo di avere in mano uno straccio informe che era stata
la sua giacca, dentro il quale erano avvolte scarpe e calze.
Il petto gli ardeva e, solo allora, si accorse che lo spazio
che la sua camicia slacciata aveva lasciato esposto, era ormai
ridotto ad epidermide color aragosta, come era inevitabile,
dato che non aveva mai esposto la propria pelle al sole.
Percorse il viale a ritroso a piedi nudi, quasi senza sfiorare
l’asfalto, e si ritrovò nel proprio alloggio
senza rendersene conto. Si gettò sul letto e, cullato
dal ritmo accelerato del suo cuore, si addormentò di
colpo. Non seppe se fosse stato un sonno senza sogni. Non
seppe neppure quanto avesse dormito. Seppe solo che a un tratto
era sveglio e la soluzione al problema che lo aveva assillato
durante la notte, fino al momento in cui il computer gli aveva
mostrato la soluzione errata, era limpidamente incisa nella
sua mente. Si alzò, fece una smorfia nel grattarsi
il petto, e collegò il computer, connettendolo alla
rete del laboratorio. Richiamò quanto aveva impostato
la notte precedente e apportò le necessarie modifiche
al programma. Poi fece partire l’elaborazione e, come
si era aspettato, la soluzione corretta gli fu confermata
dalla macchina. Salvò tutto e fece una copia su dischetto.
Brillante. Brillante e pulito.
Quando si decise a guardare l’ora sussultò. Così
tardi? O così presto?
Tolse gli scuri alla finestra ma, dall’esterno, filtrarono
solo luci artificiali, i fasci dei lampioni che tagliavano
la notte in larghe porzioni. Possibile che avesse dormito
tutto quel tempo? Era quasi l’alba! Qualcosa gli cantava
dentro il petto, qualcosa che non aveva mai sperimentato prima.
Si infilò sotto la doccia, senza preoccuparsi dell’ora
assurda, del disturbo che avrebbe potuto arrecare ai colleghi
vicini che, forse, dormivano. Fischiettando si lavò,
strofinandosi vigorosamente la parte del corpo non arrossata
dal sole. Quando uscì dalla doccia, lo specchio appannato
gli restituì l’immagine nota di un giovane uomo
alto, magro ma con qualche cuscinetto adiposo nei posti meno
opportuni, con i capelli castano chiaro e gli occhi da miope,
il petto a strisce multicolori.
Poteva piacere ad una donna, uno così? Non aveva esperienza,
in merito. Non gli rimaneva che attendere il giudizio di una
donna.......di quella che lui aveva in mente.
Guardò nuovamente l’ora. L’alba sembrava
ritardare.
Aprì il suo modesto armadio e scelse un paio di jeans
ed una camicia sportiva, scarpe da tennis senza calze, gli
occhiali con le lenti fotocromatiche. Tutto per la spiaggia,
poteva essere il suo motto del giorno. Si vestì con
cura, aspettando che il sole si decidesse a salire nel cielo.
Forse per la prima volta in tre anni si preparò una
colazione completa anziché il solito caffè liofilizzato,
accorgendosi che buona parte dei cibi che aveva nella dispensa
erano scaduti. Però rimediò delle fette biscottate
che non avevano fatto la muffa, un barattolino di latte condensato
che sembrava latte condensato, alcuni biscotti ancora in buono
stato, un vasetto di marmellata di ciliegie. Preparò
una buona moka di caffè vero, da tre tazzine e la mise
sul fornello, mentre spalmava le fette biscottate con la marmellata.
Quando il caffè fu pronto si era ormai scordato delle
fette biscottate e lo bevve tutto, lasciando perdere i cibi
solidi, che lo disgustavano, quel mattino. Il sole si decise,
infine, a fare capolino all’orizzonte e lui, ansioso
come un liceale sotto esame, guardò nuovamente l’orologio,
lo esortò a correre più in fretta. Finalmente
poté lasciare il suo alloggio. L’emozione gli
contraeva lo stomaco ed un sudore sottile gli stava scendendo
lungo la schiena senza che lui si fosse esposto al sole. Percorse
il viale cercando di tenere una buona andatura ma anche di
non dare l’impressione di avere fretta. Quando gli si
presentò il cancelletto che dava accesso alla spiaggia
stava soffocando senza speranza. Si fermò sotto l’ombra
degli alberi, a riposare per riprendersi e calmarsi. Era ancora
presto e lui ne approfittò. Trasse lunghe boccate d’aria
e suonò il campanello solo quando il suo cuore ebbe
assunto nuovamente un ritmo normale. Il sorvegliante rispose:
- Chi é? Ah, é lei. Non l’ho vista al
lavoro, stanotte. Successo qualcosa? – C’era un’aria
di interessata malizia nella voce e nei modi del sorvegliante.
Si sentì avvampare, come un discolo colto in fallo.
– Ho lavorato nella mia stanza. Mi apre? – L’altro
lo guardò interrogativamente – Stiamo prendendo
nuove abitudini. O nuovi vizi? – Lui non rispose. Fissò
l’immagine del sorvegliante con la fronte corrucciata
e l’altro gli aprì il cancello. Poté finalmente
uscire e percorrere trepidante, quasi affannato, il sentiero
che portava alla spiaggia. Quando raggiunse la macchia verde
dominata dalla quercia intorno alla quale il sentiero curvava,
fece una breve sosta per controllare il proprio abbigliamento.
Tutto a posto.
Si affacciò alla spiaggia lontana, scrutando i dintorni,
ma non vide nessuno. Con una punta di delusione scese lungo
il sentiero fino alla sabbia sottile e bianca. Il mare veniva
tranquillo a lambire la sabbia, con un mormorio impercettibile,
soffice, accattivante. Dov’era? Lo stomaco contratto,
le mani umide, tutto lo faceva sentire quel che era: ansioso
fino quasi al collasso.
Finalmente, in lontananza, vide il movimento tra i bassi cespugli.
Poco dopo la vide attraversare la spiaggia e scendere in acqua.
Era stordito. In piedi, immobile, lasciò che la risacca
gli entrasse nelle scarpe nuove, gli bagnasse i jeans fino
al polpaccio, per non perdersi quell’immagine, quella
sequenza impagabile. Si incamminò verso la posizione
di lei, mentre la ragazza batteva l’acqua con il suo
ritmo gagliardo, allontanandosi dalla spiaggia. Intravedeva
i suoi lunghi capelli che nuotavano con lei, come un calamaro
nero che ondeggiasse tra le sue spalle, mentre le sue braccia
si alzavano e si abbassavano. Stette a rimirarla fino a quando
lei si fermò, scosse la testa per respingere i capelli
che le si avvolgevano intorno al capo, agli occhi, si immergeva
un paio di volte, riemergeva, spruzzava acqua, gioiosa, felice
di essere là, di unirsi agli elementi che amava, mare
e sole. Infine si accorse di lui, alzò un braccio in
un saluto che gli parve felice, quindi riprese a nuotare per
tornare a riva, verso di lui. Lui si volse per andarle a cercare,
tra i cespugli, il telo di spugna. Ma non lo trovò.
Con aria contrita la vide emergere senza avere nulla tra le
mani da porgerle per asciugarsi e coprirsi. Disperatamente
lanciò occhiate tutto attorno, senza risultato.
La ragazza era ormai in piedi nell’acqua bassa, i seni
alti, orgogliosi, ben distanziati, la pelle color del miele
scuro, il triangolo nero del pube spudoratamente brillante
nel sole, i lunghi capelli che le cadevano fin quasi a coprire
i seni, bella, i lunghi muscoli allenati dall’esercizio
fisico che risaltavano sotto la pelle, gli occhi brillanti
che lampeggiavano sotto le sopracciglia folte. Con altri tre
passi fu all’asciutto. Lui si slacciò la camicia,
se la tolse e glie la porse, goffo ma fiero di aver trovato
una soluzione anche a quel problema. Lei vi si avvolse e se
la strinse addosso, girando su se stessa ed offrendogli la
vista delle natiche che si ergevano marmoree in una sfida
alla forza di gravità. – Grazie – gli disse
– sei molto carino. – Aveva voce morbida. Lui
non aveva nulla da dire e si limitò ad attendere che
lei si girasse nuovamente, aspettandosi che, con la fretta
della mattina precedente, si rivestisse per fuggire via, verso
i suoi impegni, verso la sua vita, lasciando di nuovo il suo
mondo vuoto, deserto, arido ed inutile, lasciandolo ad aspettare,
trepidante, che lei gli dicesse nuovamente – A domattina!
– ma lei non si muoveva. Rimase a dargli le spalle,
avvolta dentro la sua camicia che si intrideva dell’acqua
che era rimasta sul suo corpo, disegnandola.
Sentì una improvvisa tenerezza nascergli dentro, invadergli
l’anima. Mosse due passi e l’abbracciò
da dietro, avvolgendola tra le sue braccia goffe, non abituate
alla forma, al contatto di un corpo femminile. Spaventato
dalla sua stessa azione, si aspettò una reazione violenta,
uno schiaffo ed, invece, lei gli si abbandonò, adattando
la propria postura alle sue braccia, afferrandogli le mani
e tenendole tra le sue. Rischiò di svenire. Passarono
alcuni istanti eterni e fulminei prima che lui chiedesse –
Non devi prendere l’autobus? – La sentì
ridere. – Oggi é domenica. – gli rispose.
Si accorse di non avere mai fatto mente locale a quel particolare,
negli ultimi anni. Per chi lavorava al Centro non esistevano
i giorni della settimana perché i loro orari erano
flessibili, le loro giornate non schematiche, il loro impegno
liberamente erogabile. Glie lo spiegò. Lei si sciolse
dolcemente dal suo abbraccio e si volse verso di lui. –
Nessun orario? Chi controlla quello che fate? Quanti giorni
lavorate? – Lui fece alcuni calcoli mentali e si rese
conto che, quella settimana, aveva lavorato ininterrottamente
per sei giorni, dormendo un paio d’ore ogni tanto, troppo
preso dal problema che lo stava assillando ed al quale doveva
trovare soluzione per accorgersi dello scandire del tempo.
Quel giorno era il primo vero giorno di riposo che si prendeva,
dopo una intera notte di sonno, da tanto, tanto tempo. Lei
lo guardò negli occhi – Perché? –
gli chiese. Lui non aveva risposte, per cui disse –
Perché mi piace. – Ci fu un lampo malizioso,
nello sguardo di lei, quando gli chiese – Ti piace più
di me? – Ancora, non aveva risposte. La sua mente precisa,
schematica, non fu capace di far esprimere alle labbra un
si o un no, ma si arrampicò lungo le astrazioni, cercando
di dare una risposta matematica alle pulsioni dei sensi, aggrovigliandosi
irrimediabilmente in una rete di sinapsi che non erano in
grado di chiudersi perché, da sempre, ma lui non lo
sapeva, i sentimenti sfuggono a qualunque razionalizzazione.
Lei lo scosse da quel vortice vuoto prima che ci si perdesse
e gli diede una spinta, facendolo cadere sulla sabbia calda.
Poi si chinò a sua volta e lo baciò sulla bocca.
A un tratto fu ributtato indietro, ai tempi della sua pubertà
violata, quando una giovane donna più vecchia di lui
gli aveva fatto conoscere il gusto della carne, il sapore
del sesso, il senso di vuoto appagamento che l’atto
sessuale era in grado di portare, per poi gettarlo come uno
straccio nel più nero inferno mentale e spirituale.
Ne fu atterrito e si divincolò, balzando in piedi,
affannato. La ragazza lo guardò stupefatta, notò
il turgore della sua eccitazione che andava spegnendosi, la
sua aria sconvolta. – Sei gay? – gli chiese. Lui
scosse la testa e, non potendole spiegare altro, si sfilò
i jeans e le scarpe e si buttò in acqua. Aveva imparato
a nuotare da bambino ma non aveva l’allenamento, la
grazia, la potenza ed il fiato della ragazza e si limitò
a qualche bracciata, per allontanarsi dalla riva, dal profondo
turbamento che lo aveva preso. – Non voglio di nuovo
fare il pagliaccio...- disse, senza rivolgersi a lei in particolare,
quando si alzò in piedi. Gli slip gli si erano incollati
al corpo e la ragazza lo poté vedere come se fosse
stato del tutto nudo. Si lasciò cadere la camicia dalle
spalle e si rituffò, raggiungendolo in un lampo. Quando
emerse, lo spruzzò alzando l’acqua a piene mani,
iniziando un gioco in cui lui non poté non lasciarsi
trascinare. Andarono avanti per un pò a spruzzarsi
a vicenda, ridendo, sbuffando, tuffandosi ed emergendo dall’acqua,
fino a quando non ebbero più fiato. Allora lei gli
si avvicinò e, senza preavviso, gli balzò addosso,
facendolo cadere nell’acqua bassa, tenendogli la testa
sotto fino a quando lui, esausto, bevve una generosa boccata
d’acqua salata. Allora, convulsamente, la respinse,
la gettò indietro, emerse a respirare golosamente,
tossendo, respirando, tossendo. Quando si rese conto che si
era calmato, lei gli afferrò i capelli, gli buttò
indietro la testa e lo baciò nuovamente, trattenendolo
anche quando lui cercò di liberarsi, finché
si fu calmato e lo sentì rilassarsi e rispondere al
bacio.
Con una forza inaspettata lui si alzò, la sollevò
tra le braccia e la portò di peso sulla spiaggia. Fu
lei, tuttavia, a guidarlo nell’ultimo passo. Lui, anche
se con tutti i limiti della scarsa esperienza, diede sfogo
a tanti anni di inattività e si rivelò focoso
ed insaziabile, con una capacità di ripresa rapida
e prontissima che la lasciò sbalordita. Si ritrovarono
a carezzarsi con la sabbia che rendeva ruvide le mani che
scivolavano sulla pelle, lentamente, lungamente, teneramente.
Il sole li asciugò. Lei si sciolse dall’abbraccio
e, appoggiata su un braccio, gli fece un’ultima carezza
sul viso. – Dov’era il problema? – Lui,
faticosamente, cercò di spiegarglielo, strozzandosi
con le sue stesse parole. Lei lo ascoltò fino alla
fine poi si mise a ridere. – Gli uomini e le donne,
a volte, sanno essere scemi e complicati. Sprecare tanta parte
della vita ......... – Lui la strinse a sé con
altra tenerezza, con nuova tenerezza, grato, con un senso
di liberazione che gli faceva cantare ogni molecola del corpo.
– Ti amo. – disse. La ragazza si fece improvvisamente
seria, pensosa, come se le due semplici parole l’avessero
irritata. – Domani vado via. – E lo disse con
voce roca, remota. - Lascio l’isola. Ho trovato un lavoro
più interessante e meglio pagato, uno che spero mi
possa assicurare un futuro più certo, meno soggetto
ai capricci di un padrone che ti usa, ti sfrutta, ti logora
e poi ti butta via. –
Gli parve di morire, come se una mazzata tremenda gli avesse
squassato il petto. Staccò dal corpo di lei la mano
che ancora la stava accarezzando, come se si fosse scottato.
– Vai via? Ma...io...tu... –
Iniziò a balbettare. – Ma io pensavo...credevo.
Ma, allora, perché...questo? – Lei gli regalò
un sorriso tenerissimo. – Perché ho fatto l’amore
con te? Perché ti ho visto così, impacciato,
timido, una persona pulita. Ho bisogno di persone pulite.
Tutto il mondo ne ha bisogno. Tu pensi di amarmi, adesso,
per quello che abbiamo fatto insieme ma non ti rendi conto
bene di quel che significa l’amore. Neppure io lo so.
Per questo me ne devo andare. Per questo e per la vita, la
mia vita. Conserverò di te un ricordo dolcissimo e
spero che anche tu lo conservi di me. Sei una persona buona.
Meriti grandi cose, per questo. – Lui la guardava senza
capire, la ascoltava senza sentirla, troppo assordato dalla
disperata voce che, da dentro, gli gridava NOOOOO. –
Cosa farò, io, adesso? Come farò a continuare
a vivere? – La ragazza gli fece una lunga carezza sul
viso. Si alzò e si sfilò la camicia bagnata
che gli restituì. Lui la divorava con lo sguardo, sentendo
che quel nuovo sentimento che gli era appena nato dentro gli
masticava l’anima con denti aguzzi, glie la triturava
facendola sanguinare. Lei iniziò a togliersi la sabbia
che le era rimasta appiccicata al corpo. – Tu hai ed
avrai il tuo lavoro. Ti aiuterà. Ma.....cosa fai esattamente?
– Svagatamente, la testa altrove, lui provò a
spiegare ma si rese subito conto che lei non capiva. Improvvisamente
non capiva lui neppure. La ragazza si spostò per recuperare
la sua biancheria, che indossò. Poi si infilò
un altro di quei larghi camici che usava, raccolse i capelli
come aveva fatto il giorno precedente. Si volse verso di lui
e lo fissò negli occhi. – Spero che quello che
fai ti dia soddisfazione, che ti realizzi. Io non posso sapere
a che cosa sia indirizzata la tua ricerca. Spero che sia una
ricerca buona, che porti dei benefici al nostro povero mondo.
Io ho sempre in mente questa frase che é scritta nel
libro della Sapienza, nella Bibbia :
I ragionamenti dei mortali sono timidi e incerte le nostre
riflessioni,
perché un corpo corruttibile appesantisce l’anima
e la tenda
d’argilla grava la mente dai molti pensieri. A stento
ci raffiguriamo
le cose terrene, scopriamo con fatica quelle a portata di
mano;
ma chi può rintracciare le cose del cielo? –
Poi si volse e, con il suo passo elastico, come danzando sulle
sue lunghe gambe, corse via, sparì oltre la curva di
una duna. Il suo mondo divenne squallido, slavato, incolore.
Si alzò con estrema fatica, recuperò gli slip,
si infilò la camicia bagnata che ancora sembrava mantenere
la forma di lei, il suo profumo, il suo calore, poi indossò
i jeans e, tenendo in mano le scarpe bagnate, si incamminò
lungo la spiaggia, solo, angosciato, svuotato. La frase che
la ragazza aveva citato gli rintoccava nel cervello vuoto,
disertato. – A stento ci raffiguriamo le cose terrene....-
I suoi passi sembravano non lasciare orme, come se lui, in
realtà, non esistesse. - ..... scopriamo con fatica
quelle a portata di mano...- Si arrestò di botto. Annaspò.
– Oh, porca vacca! – In una folgorazione il quadro
complessivo delle sue ricerche aveva preso forma davanti ai
suoi occhi, come disegnato su uno schermo luminoso. L’ira
gli si scatenò dentro. Era stato preso in giro. Per
tre anni lo avevano preso per il culo lasciandogli credere
di essere un ricercatore puro, astratto, libero. Nulla di
quanto aveva creduto era vero. Tutta la sua vita era stata...era
un falso totale. Glie l’avrebbe fatta vedere lui, ora.
- ...ma chi può rintracciare le cose del cielo? -
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