Giuseppe Sorrentino
IL GIORNO DELLA SCHEDATURA

Il primo gennaio del 1941 a Parigi il freddo era così pungente da far battere i denti. Nella notte non c’erano stati grandi festeggiamenti per il nuovo anno. Erano tanti i parigini che non se la sentirono di giubilare.
L’occupazione dei soldati tedeschi smorzava ogni gioia.
In un piccolo appartamento abitava, solo e invecchiato, il filosofo Henri Bergson, premio Nobel. Per dare un po’ di calore al suo corpo malato, egli si stringeva addosso le coperte nel letto dove trascorreva da qualche mese il suo ultimo scampolo di vita.
A svegliarlo, quella mattina, non furono la pioggia e il vento che battevano con forza sui vetri della finestra, ma il pensiero di quello che avrebbe dovuto affrontare. Come scosso dal rumore di qualcosa, aprì gli occhi e guardò l’orologio che teneva sul comodino di legno scuro accanto al letto. Nel vedere che le lancette segnavano le sei, si agitò e disse tra i denti una parola incomprensibile. Non poteva restarsene ancora sotto le lenzuola, perché l’invito a comparire negli uffici della polizia era alle sette. Nell’alzarsi la testa gli girò così forte che avvertì un senso di vomito molto simile a quello provava negli ultimi tempi girando per le strade di Parigi occupate dai nazisti.
Fece un grosso sforzo per mettersi in piedi. Il dolore alla gamba sinistra era più fitto delle altre mattine e dava prova che la malattia, ogni giorno di più, si prendeva un pezzo della sua vita.
Per il suo stato di salute, e visto il freddo che faceva, sarebbe stato meglio che lui fosse restato ancora a letto invece di andare all’altra parte del quartiere dove c’erano gli uffici della polizia.
Ma per Bergson era di grande importanza andare lì, presentarsi davanti ai militari come era stato ordinato. Se non l’avesse fatto, si sarebbe sentito un traditore di se stesso e soprattutto degli altri ebrei che vivevano in città. Egli faceva parte della grande famiglia ebraica e non l’avrebbe mai delusa, per nessun motivo al mondo, anche a costo della vita, non presentandosi.
Bergson voleva essere schedato come tutti gli altri ebrei.
Lui sapeva bene che era il primo passo per essere poi deportati nei campi di concentramento. Ma ciò non costituiva un valido motivo per sottrarsi a quell’ordine, magari accettando la possibilità offertagli dai nazisti di esserne esonerato.
Per il filosofo, a differenza degli altri ebrei che vivevano a Parigi, la schedatura non fu l’adempimento di un dovere, bensì una scelta.

Dopo che la città fu riempita di manifesti che ordinavano agli ebrei la registrazione, si presentò a casa sua il Comandante delle SS, responsabile della raccolta di tutte le schedature, per comunicargli che da Berlino era arrivato l’ordine di esonerarlo dal compiere quel che era doveroso per gli altri.
“ Hitler e la Germania nazista hanno grande stima della sua persona per le opere che ha scritto. La Germania ha grande considerazione degli uomini di ingegno, non fa come il comunismo che mette tutti sullo stesso piano” disse il Comandante dagli occhi azzurri e con i capelli così corti che quasi non si vedevano. Parlava con il piglio di chi non è abituato ad essere contraddetto, come un perfetto militare che obbedisce ai superiori senza discutere e la stessa cosa pretende da chi gli è inferiore.
Bergson, che non aveva certo educazione all’obbedienza cieca, gli rispose che non era mai stato un comunista, ma non trovava giusto essere trattato diversamente dagli altri ebrei, ringraziava per la stima, ma si sarebbe presentato sicuramente agli uffici della polizia per la schedatura.
Il soldato mise per qualche secondo le mani in tasca e gli disse che un uomo nelle condizioni fisiche in cui versava avrebbe fatto bene a non fare troppo l’eroe.
Bergson lo fissò con i suoi occhi scuri e rispose che in un solo caso non si sarebbe presentato: se venivano esonerati dalla schedatura tutti gli ebrei.
“ Impossibile” replicò il Comandante con un sorriso sornione che voleva più che altro essere un invito a non dire sciocchezze.

Bergson, la mattina del primo gennaio, si guardò nello specchio e si vide invecchiato, dimagrito da far spavento, con i baffi bianchi e gli occhi stanchi. Il pensiero volò indietro nel tempo, quando era un giovane che scriveva libri e aveva un discreto successo con le donne. A ricordare quel giovane così diverso, gli venne una stretta allo stomaco, ma fu solo per pochi secondi, perché ritornò con il pensiero a quel che doveva fare e non c’era tempo per la nostalgia.
Tentò di radersi la barba, ma la mano gli tremava e per non tagliarsi vi rinunciò. Si vestì a fatica, indossando l’abito blu scuro poggiato sulla sedia accanto al letto. Infilando i pantaloni gelati, sentì un brivido di freddo alle gambe; mise il vecchio cappotto nero, il cappello a falde larghe e impugnò il bastone con cui si aiutava a camminare negli ultimi tempi.
Quando entrò negli uffici della polizia non c’erano altre persone a farsi schedare. Un giovane militare che metteva in ordine una pila di schede sulle quali si riassumeva in poche righe la vita di uomini che sarebbero stati mandati a morte dopo qualche giorno.
Nel guardare il giovane ufficiale fare questo lavoro con la noia tipica del burocrate che ripete migliaia di volte le stesse cose, Bergson provò terrore.
“ Che tempi stiamo vivendo!”, pensò mentre si toglieva il cappello.
Il giovane ufficiale gli chiese con voce un po’ infastidita cosa volesse.
“ Sono qui per la schedatura. Sono ebreo” rispose con tono pacato.
“ Qual è il suo nome?” gli domandò l’ufficiale mentre prendeva un grosso registro dallo scaffale alla sua destra.
“ Bergson. Henri Bergson”.
Il soldato aprì le pagine del registro, scorrendo col dito i nomi che v’erano segnati. Quando trovò quello del signore che aveva di fronte, alzò gli occhi e disse che doveva chiamare il capo.
Bergson si trovò nuovamente di fronte il Comandante che era andato a casa sua. L’alto ufficiale gli ripeté quel che già aveva detto e, quasi con fare amichevole, suggerì al vecchio filosofo di scappare in America come avevano fatto altri importanti ebrei.
“ La ringrazio, ma sono troppo stanco ed ammalato per scappare” gli fece Bergson.
Allora, il Comandante prese un modulo di due pagine in cui c’erano spazi bianchi da riempire. Dopo aver segnato tutte le informazioni richieste, Bergson disse al soldato: “ Mi raccomando, custodite con grande cura queste schede”.
Il soldato non capì. Non capì che quei moduli sarebbero stati la prova dei crimini commessi, la testimonianza delle assurdità che si andavano consumando. Quei fogli avrebbero dato la possibilità al mondo intero di ricostruire le generalità di una razza che la Germania nazista stava trasformando in cenere.
Bergson consegnò il modulo all’ufficiale, che lo passò al giovane soldato per essere catalogato e sistemato secondo regolamento.
Il vecchio filosofo raccolse il cappotto appoggiato sulla sedia e fece per uscire, ma fu fermato dall’ufficiale che gli chiese il motivo del suo comportamento, perché non accettava l’esonero che gli era stato offerto.
“ Ho saputo anche che lei non è più di fede ebraica, ma è già da molto tempo un cattolico. Allora perché farsi trattare da ebreo?”.
“ Vedo con piacere che lei e il suo governo vi interessate anche alla mia fede. Pensavo che noi ebrei per voi fossimo solo dei numeri da scrivere e poi cancellare. Comunque è vero. Sono diventato cattolico, ma ho rifiutato il battesimo, per restare un ebreo, perché restando tale io sono con coloro che voi perseguitate. La mia morte si aggiungerà a quella di tanti altri uomini e il vostro crimine così sarà ancora più grande”.
L’ufficiale restò impressionato dalle parole del filosofo, che uscì dall’ufficio senza nemmeno salutarlo.
Il quattro gennaio, di mattina, il Comandante si recò insieme ad altri sei soldati a casa di Bergson per portarlo sul treno che andava in Germania. I soldati bussarono più volte alla porta, ma nessuno apriva. Allora il Comandante ordinò di sfondare la porta. Quando entrò vide il corpo del filosofo immobile sul letto, gli tastò il polso e capì che era morto.
Sul letto vide un biglietto scritto con una grafia che non era di Bergson, non somigliando nemmeno un poco a quella che c’era sulla scheda. Il biglietto l’aveva scritto qualcuno che era stato con lui nelle ultime ore della vita e ne aveva raccolto le ultime parole.
Il biglietto diceva: “ Chiedo scusa a tutti gli ebrei se muoio adesso. Avrei voluto essere con voi e morire come molti di voi nei campi della vergogna”.
I nazisti nei giorni successivi cercarono di scoprire chi fosse stato a scrivere quel biglietto, chi fosse stato accanto a Bergson nelle ultime ore della sua vita. Ma non ci riuscirono. L’ autore del biglietto non fu mai trovato.