Marella Paroli Serredi
PENSIONE RICASOLI 1944

Alcuni degli ufficiali della Wermacht erano davvero bellissimi. Quelli bruni specialmente, con occhi profondi, azzurri, ma di un azzurro cupo, come le loro divise.
Io non avevo ancora compiuto i tredici anni. Faceva caldo quella primavera, caldo come solo a Firenze a volte si avverte già di maggio e al Caffè Paszkowski, verso le undici del mattino, quegli ufficiali si potevamo ancora vedere fuori, seduti tranquillamente al sole sulle poltroncine di vimini, con bicchieri di Campari in mano, in compagnia di giovani ragazze italiane vestite di finta seta leggera e sandali dalle zeppe di sughero.
Le vacanze erano cominciate prima del tempo, le scuole chiuse per via dei bombardamenti, e la mia amica Laura ed io potevamo finalmente girellare per il centro, nei nostri vestitucci ricavati da qualcosa che era esistito già prima in altra forma, una camicia del babbo, canovacci di canapa, un vecchio lenzuolo del corredo materno.
La meta preferita era sempre il caffè Paszkowski e quegli ufficiali dallo sguardo lungo, velato dalle fitte ciglia brune, che neppure ci sfiorava, ma il fatto di essere lì, separate dai tavoli e da loro solamente da una siepe di pitosforo, ci esaltava. E poi l’orchestrina sul podio all’aperto, formata da uomini magrissimi, senza età, visi risucchiati da fame, consunti abiti scuri, che con sorriso ingessato strimpellavano un continuo di valzer viennesi, canzoni napoletane e la nostalgica Lily Marlen.
Laura diceva che odiava i tedeschi e che tra poco se ne sarebbero andati ma quegli ufficiali erano troppo belli nelle loro divise blu per rinunciare a guardali.
Così finalmente anch’io mi sentivo quasi grande, coi miei bottoni mammari che dolevano e trasparivano timidamente dal vestito infantile.

Laura aveva quindici anni, due ricche trecce di capelli castani che le scendevano gloriosamente giù per le spalle e i piccoli seni già maturi. Ci eravamo conosciute pochi mesi prima, quando mia madre aveva deciso trasferirsi dall’appartamento di Campo di Marte al centro, in una piccola pensione familiare di via Ricasoli, al numero 19. Per via dei bombardamenti, diceva, che picchiavano forte sulla ferrovia, e ripeteva che “sotto il Duomo” saremmo state molto più sicure.
All’inizio non avevamo simpatizzato, Laura ed io. Forse perché era figlia della proprietaria della pensione e aveva il privilegio di possedere una cameretta tutta sua in una specie di mansarda che guardava sui tetti e sui monumenti della città. E perché il suo letto era ricoperto di bambole, di animaletti di peluche e panno lenci; io avevo dovuto invece abbandonare tutte le mie preziosissime cose, quasi scappando dalla nostra bella casa in periferia, per venire ad abitare, con mia madre, in una camera del tutto anonima e priva di qualsiasi nota che mi riportasse al mio vero mondo.
E forse anche perché suo padre era morto anni prima (e lei non sembrava dolersene), mentre il mio era invece disperso da qualche parte in Yugoslavia. senza saperne più niente e ne sentivo a volte una mancanza struggente.

Poi, a poco a poco tra noi era avvenuto il prodigio.
Mi aveva mostrato i suoi tesori, nella cameretta magica, i suoi vecchi giochi, i suoi libri, i suoi diari con la copertina di stoffa fiorita, coperti da una calligrafia piccola, inclinata e questo sì mi aveva sedotto. Coi suoi racconti di amori, di baci rubati, di un fidanzato lontano, diceva, a combattere su, in montagna.
E’ un partigiano, mi aveva confidato, anzi, sussurrato in modo misterioso.
Quelle due parole pronunciate da lei, fidanzato e partigiano, mi avevano sorpresa e affascinata. Per la prima parola, credo che esagerasse, che volesse mostrare tutta la sua superiorità nei miei confronti, ché ero più piccola e di una ingenuità sorprendente.
In quanto alla seconda, partigiano, se ne parlava tanto da qualche tempo a questa parte, anche se sempre sottovoce, ma era anche la stessa parola che i tedeschi traducevano in “banditen”, banditi. Uomini che, secondo loro, rubavano, uccidevano, avevano tradito l’Italia e i loro alleati e per questo finivano impiccati con cartelli infamanti attaccati al collo.

Non ne parlai naturalmente con nessuno, ma un giorno, in un moto estemporaneo di provocazione, chiesi a mia madre che cosa significasse essere partigiano, cioè se fossero dalla parte giusta o sbagliata
Lei ebbe inaspettatamente una reazione di sorpresa quasi rabbiosa.
- Che domanda, sei già abbastanza grande per capire, no? Sono quelli che ci stanno aiutando a toglierci dalle scatole i tedeschi e che spesso purtroppo ci rimettono la vita - rispose brusca, ma mi parve subito pentita del temine “toglierci dalle scatole” che per lei non era affatto usuale e soprattutto per quella rabbia che aveva però immediatamente spento con un sorriso, abbracciandomi stretta.
Dal giorno in cui mio padre era partito per l’Albania, quattro anni prima, mia madre stava sostituendosi in tutto e per tutto a lui, persino negli atteggiamenti .
Anche se di maschile aveva ben poco perchè era molto bella e indossava ancora con grazia i suoi abitini leggeri oramai un po’ scoloriti.
Da quando eravamo arrivati alla pensione si arrabattava poi a fare cose che non avrebbe mai immaginato prima della guerra, cucinare, lavare i nostri pochi panni, correre in bicicletta sotto le bombe a rubare patate nei campi della periferia con qualche pensionante più coraggioso.
Perché di fatto da quando in città erano iniziati a scarseggiare acqua e cibo, quella, più che una pensione, era diventata una dimora comune. Gli ospiti si arrangiavano come potevano per procurarsi da mangiare e poi ognuno a turno in cucina, a cuocersi quello che aveva trovato in qualche modo.
Andavano molto le barbabietole da zucchero e la farina dolce di castagne.
Mamma era così brava che aveva inventato la “torta di barbe” passandole al setaccio e spianandole in una teglietta di ferro. Una volta cotta risultava gradevole, ma soprattutto ci toglieva la fame. In quanto alla farina dolce, preparava dei sottili castagnacci che ci riempivano la pancia e poi bisognava correre in bagno, e poi ancora buttare nel cesso l’acqua recuperata dai catini dove ci eravamo lavate al mattino.

Ma i miei momenti più magici consistevano nel salire i gradini della scaletta a chiocciola che portavano alla camera di Laura. Ce ne stavamo lì a parlare fitto fitto di fidanzati, partigiani, ufficiali tedeschi e anche dei pensionanti, che lei detestava.
-Tutti imboscati –diceva degli uomini, con aria di disprezzo - stanno qui nascosti per non andare in montagna.- Il Belli – quello che fa lo stupido con tutte – avrà poco più di vent’anni e maneggia un sacco di soldi. Per me fa il mercato nero. Ieri si è cucinato un pezzo di carne, di nascosto, di notte, mentre tutti si dormiva. Mi è arrivato l’odore dalla cucina –
Anche quando suonava l’allarme facevamo fatica a staccarci da quella stanza, da quei discorsi, da quel diario mentre le grida delle nostre madri ci raggiungevano dal basso angosciate ma perentorie. Così ci trovavamo a scendere tutti insieme per le scale del palazzo verso il rifugio, (altro non era che una cantina attrezzata con sacchetti di sabbia e qualche palo di legno a puntellare la volta), le madri che spingevano avanti i figli, i pensionanti, gli inquilini degli altri piani, bambini e vecchi che rallentavano la corsa e già cresceva il rombo dei “liberators” sopra le nostre teste con rumore sordo di tuono.

Verso la metà di maggio, con una delle sue uscite improvvise e inaspettate, mia madre decise di farmi prendere lezioni private di inglese.
Le mie nuove, improbabili insegnanti, due sorelle, erano di madre inglese. Emily, la più giovane, che forse poteva avere sì e no sedici anni, era rossa di capelli con un viso tutto coperto da buffe efelidi. Abigal, la maggiore, di due o tre anni più grande, bionda, era molto bella, e indossava spesso curiosi pantaloni larghi oppure abitini corti a piccoli fiori che la rendevano al mio sguardo molto più femminile.
Abitavano in Piazza Donatello, al pianterreno di uno stabile che seguiva curiosamente la curva della piazza. Era un appartamento pieno di libri, quadri, oggetti, i più disparati, ammucchiati in tutti gli angoli, un pianoforte coperto di spartiti di musica, le biciclette appoggiate nell’ingresso di entrata, una nonna magra e alta con capelli grigi tagliati molto corti che sorrideva sempre e ci offriva il “tea” ad ogni ora del giorno e parlava un italiano buffo, come Stanlio e Ollio che vedevamo al cinema. Non incontrai mai in quella casa né un padre né una madre.
Emily e Abigal erano molto brave ad impartirmi le prime regole della grammatica inglese, ma non sembravano neppure insegnanti, o almeno non assomigliavano affatto alle professoresse inamidate della mia scuola.
Parlottavano spesso tra loro in inglese come se avessero dei segreti e qualche volta, all’improvviso durante la lezione, dopo una breve telefonata o una suonata di campanello che non annunciava alcuna presenza alla porta, si scusavano con un sorriso, mi riconsegnavano i miei quaderni e prima ancora che accennassi ad uscire inforcavano le loro biciclette e se ne andavano. La nonna restava tranquilla e sorridente continuando ad impartirmi una specie di lezione pratica, parlandomi sempre in inglese ed insistendo che restassi per una “cup of tea” con “muffin”, biscottini che sapevano di stantio, che lei traeva orgogliosa da una scatola di latta.

Adesso, più della camera di Laura e del Caffè Paszkowski, era la vita che si svolgeva nell’appartamento di Emily e Abigal che esercitava su di me un fascino indicibile. Il loro umore sempre allegro, il fatto che anche durante gli allarmi se ne restassero in casa, senza correre al rifugio e che si mettessero a suonare il pianoforte o ascoltare Radio Londra per ignorare il rumore degli aerei che incombevano sulle nostre teste, mi faceva scoprire una realtà completamente nuova.
Qui niente grida materne, niente corse per le scale; dal pianoforte uscivano note gaie o carezzevoli, oppure dalla radio tenuta a volume molto basso, quell’attacco di musica sinfonica che ritmava bum-bum-bum, bum-bum-bum seguita dalla voce di un signore inglese che parlava un italiano un po’ legnoso ma che gentilmente augurava “buonasera” e commentava le ultime notizie spiegando che le truppe tedesche e fasciste si stavano ritirando verso il nord. Che insomma, “loro", le forze dell’Asse, stavano perdendo la guerra. Seguiva una serie di curiosi messaggi senza senso che mi affascinavano :
"il maggiore con la barba", "la gallina ha fatto l'uovo", "la vacca non da latte"”, le scarpe mi stanno strette”, “ il pappagallo è rosso”; ” l'aquila vola”.

Naturalmente più tardi raccontavo tutto a Laura che mi ascoltava in un voluto silenzio che mi inquietava. Non dicevo invece nulla a mia madre, anche se tutti sapevamo bene che uno dei pensionanti, il vecchio professor Vattini, chiuso nella sua camera, ascoltava ogni sera Radio Londra e il giorno dopo ne commentava emozionato i contenuti a voce bassa con Aiello, un rappresentante di stoffe rimasto bloccato dal fronte a Firenze durante uno dei suoi viaggi, separato dalla famiglia che viveva a Napoli.
E quando li incrociavo nel corridoio, il vecchio professore, rivolgendosi a me con l’indice didatticamente alzato e il viso corrucciato esclamava:
- E tu, bambina che sei cresciuta sotto il fascismo, sappilo: peggio di Attila, i tedeschi, peggio degli Unni, questi sono i nuovi barbari !!-
E gridava forte, la voce alterata dall’ira, come volesse farsi udire da tutti, in una ribellione che si trasmetteva ai suoi radi capelli bianchi, ritti sul capo e l’Aiello a calmarlo, a blandirlo, trattenendolo per un braccio:
- Via, professore, stia calmo, stia calmo, vedrà che oramai ne avremo per poco….. - e lasciava in sospeso la frase che si perdeva tra i suoi baffi scuri, sempre ben pettinati sul labbro.
Io pensavo con struggente trasporto ai begli ufficiali del Caffè Paszkowski, con i loro bicchieri di Campari in mano e alle ragazze italiane sedute sulle poltroncine di vimini, le gambe accavallate, nei graziosi vestiti leggeri, ma immediatamente anche, con una inquietudine nuova, sconosciuta, ai partigiani morti impiccati con cartelli appesi al collo.

Avrei voluto chiedere spiegazioni a Laura, che da qualche tempo stava un po’ sulle sue, ma i suoi lunghi silenzi mi dicevano che forse ne sapeva molto più di quello che non dichiarasse. Non mi parlava più del fidanzato partigiano e arrivai a pensare che se lo fosse inventato per far colpo su di me. Non le andava che mi recassi così spesso a lezione di inglese e che ne tornassi piena di cose da raccontare.
Intanto era iniziato luglio, un caldo opprimente, arrivavano notizie di fucilazioni in città di ragazzi del ‘25 che non si erano presentati alla leva, di morti civili e no che venivano seppelliti in bare di legno fresco, spesso ricoperte da una bandiera, al Giardino dei Semplici perché il cimitero era oramai irraggiungibile ed ora quando andavamo a prelevare l’acqua con fiaschi e stagne dal pozzo del Giardino della Gherardesca, c’erano in giro ronde armate tedesche a tre a tre e solo donne e bambini potevano circolare per la città.
Niente più passeggiate in centro e sguardi sognanti dietro la siepe di pitosforo del Caffè Paszkowski, i negozi avevano tutti abbassato le saracinesche, solo i panifici restavano aperti con alla porta lunghe code di donne e ragazzi per acquistare la razione giornaliera di pane, oramai impastato con tante patate e poca farina.
Non mi restava che correre più spesso a casa di Emily e Abigal che ancora potevo raggiungere a piedi, mentre mia madre era da qualche parte a procurarsi il cibo.

Le mie lezioni di inglese andavano ora a rilento, spesso trovavo solo la nonna, le ragazze erano fuori con le loro biciclette non so dove ( la nonna non me lo diceva mai) ma bevevo volentieri il “tea” e mangiavo avidamente i “muffin” stantii.
Un giorno ebbi la sorpresa, facendomi annunciare dal campanello, di trovare in salotto un ragazzo che non avevo mai visto prima. L’allarme aereo mi aveva colta mentre ero ancora per strada e Abigal mi spinse subito all’interno, senza troppi complimenti.
- Sei matta, sei matta a venire ? -mi ripeteva ma sempre sorridendo, senza ansia. E poi -si chiama Paul – aggiunse senza imbarazzo alcuno, presentandomi il ragazzo. Lui stava seduto al pianoforte e accennava in sordina qualche nota. Vestiva in modo un pò buffo, pantaloni troppo corti per la sua statura, una camicia leggera, quasi trasparente, a quadretti che gli stringeva sul petto e fui sicura che appartenesse ad Abigal.
- E’ un nostro caro amico - e stava già arrivando Emily dalla cucina con in mano un vassoio che conteneva una specie di torta e me ne venne subito offerto uno spicchio. Era appena mangiabile, ma ora aspettavo la nonna che puntualmente entrò e mi offrì la solita “cup of tea” .
Abigal era molto attraente quel giorno in uno dei suoi vestiti corti a fiorellini, i capelli biondi, lunghi e vaporosi lavati di fresco. Anche Paul era del tutto a suo agio seduto al pianoforte e nessuno di loro sembrava badare al rombo degli aerei che si avvicinavano né alle prime esplosioni che si udivano ancora lontane.
Paura ? – mi chiese in italiano Paul e parlava come il signore gentile di Radio Londra, con un bel sorriso, quasi affettuoso, e aveva bellissimi denti bianchi. Al di là dell’ansia per il bombardamento in atto che percepivo in quel momento e che l’espressione attonita del mio viso doveva ben rivelare, mi chiesi se il ragazzo fosse inglese o australiano o canadese. Americano, forse ?
Risposi balbettando che sì, avevo paura, che non ero con mia madre e che Paul per me era uno sconosciuto straniero e non sapevo come e perché si trovasse lì.

Non mi furono date molte spiegazioni in proposito. Ma il pomeriggio si rivelò esplosivo in tutti i sensi. Le pareti tremarono, i lampadari oscillarono, polvere di calcinacci si staccò dal soffitto. Credo di avere gridato e la nonna mi raccolse tra le sue braccia legnose, ma rassicuranti. - it’s all right, my dear, no problem Be quiet., calm down –
Alla pensione, più tardi quando terminò l’allarme, mi accompagnò Abigal, sulla canna della sua bicicletta da uomo, schivando pericolosamente gli autocarri dei pompieri che sfrecciavano all’impazzata per le strade a sirene spiegate.
Mia madre mi accolse sulle scale arrabbiatissima, in piena crisi di nervi.
Sei matta, matta – mi ripeteva anche lei, mentre mi stringeva forte tra le braccia e forse avrebbe voluto schiaffeggiarmi. Non disse nemmeno grazie ad Abigal per avermi accompagnato.
Dopo ci rifugiammo in camera a piangere tutte e due e in quel momento mi resi conto con sgomento che pensavamo con struggente nostalgia a mio padre, di là dal mare, lontano da noi chilometri e chilometri.
Compresi anche che le mie lezioni di inglese erano finite per sempre.

Laura non parve molto colpita dal fatto che non potessi più frequentare le mie lezioni. Un giorno mi disse che, dai miei resoconti, aveva intuito già da qualche tempo che le due ragazze, Abigal e Emily, fossero staffette.
- Sì, staffette, quelle che portano messaggi ai partigiani senza destare alcun sospetto nelle ronde, nelle pattuglie tedesche. Se sono carine, meglio. Se hanno la bicicletta, meglio. Spesso quando le scoprono le portano a Villa Triste. E le interrogano - mi confidò, sempre in un tono misterioso e lugubre. E non aggiunse altro.
Ero tornata nella sua orbita ma ora non parlavamo più di ufficiali tedeschi, di fidanzati. Due giorni più tardi, in tutt’altro tono, mi riferì che aveva scoperto lungo la rampa delle scale del palazzo, prima dell’ingresso al rifugio, una finestra interna che dava dentro il magazzino di una vecchia, grande cartoleria che aveva chiuso il negozio mesi prima.
- Non hai idea di che cosa ci sia - mi aveva confidato – di tutto, libri, quaderni, cancelleria, una catasta di cose, e scatole, scatole, una miniera di curiosità - continuò– e poi, io sono già riuscita a entrarci, ci sono sbarre larghe alla finestra, una cosa da niente scavalcarla. Tra l’altro c’è una grossa cassa piena, stracolma di coccarde, nastri di carta crespata tricolore, bianca, rossa e verde, come la nostra bandiera. Sai che ho pensato ? Appena i tedeschi se ne vanno sciogliamo i nastri giù dai davanzali delle finestre e diamo il benvenuto ai partigiani, agli inglesi, agli americani, capisci, capisci, no ?-
Io la guardavo colpita da quei suoi occhi scintillanti e quello che capivo era solo che voleva rifarsi di tutte le ore che avevo trascorso da Emily e Abigal lontana da lei.
Aveva pronunciato quelle parole in maniera perentoria, un po’ esaltata, buttandosi le grosse trecce dietro la schiena con aria di sfida, come dovesse in qualche modo riparare al fatto che io sola avessi conosciuto di persona due stravaganti staffette e lei no, chiusa nella sua magica cameretta, con la finestra che guardava i tetti e i monumenti della città.

Dovemmo rimandare di qualche giorno la sortita eroico-avventurosa nel magazzino della cartoleria.
Il 29 luglio il Comando Tedesco fece affiggere dei manifesti per tutta la città in cui si “ordinava alla popolazione di sgomberare una vasta zona prospiciente l’Arno sull'una e l'altra sponda del fiume”.
- Ci siamo ci siamo….si preparano cose grosse… i barbari si ritirano, ma a che prezzo, a che prezzo per la nostra Firenze ?! – declamò a piena voce il vecchio professor Vittini girando tra l’inquieto e l’eccitato per i corridoi della pensione, sbucando infine nella sala da pranzo. – sarà la sentenza di morte per i nostri monumenti, le nostre opere d’arte, i nostri ponti, che dio ci protegga! – e questa volta neppure l’Aiello potè fare qualcosa per calmarlo

La sera tra il 3 e il 4 agosto Laura ed io stavamo davanti alla finestra della sua camera a guardare affascinate le traiettorie luminose delle artiglierie che si incrociavano tra i tetti contro un cielo già scuro, ma pieno di stelle. Le nostre madri, da sotto la scaletta a chiocciola a ordinarci di scendere , subito, e noi lì, impietrite, incapaci di muoverci.
All’improvviso un grande lampo di luce ci investì in pieno illuminando a giorno la camera, le bambole di panno lenci ammucchiate sul letto, l’armadio verniciato di rosa, i quadretti a stampe delle pareti e seguì un rumore orrendo di tuono che si rincorreva in una specie di eco, mentre il pavimento oscillava paurosamente sotto i nostri piedi.
Capimmo così che i tedeschi stavano facendo saltare tutti i ponti e le strade intorno all’Arno.
Ricordo come in sogno la voce di mia madre che ci raggiunse, insolitamente calma ma familiarmente consueta, in qualche modo rassicurante:
- Stupide, cretine, scendete giù, subito !! E’ pericoloso lassù! -
In quel momento sentii ad un tratto le labbra farsi asciutte, riarse, come disseccate e mi venne un gran mal di pancia.
Dovetti scendere di corsa in bagno e me ne vergognai.
Quanto tempo era passato da quella sera? Poche ore. E non potevamo neppure più andare a prendere l’acqua al Giardino della Gherardesca perché i cecchini fascisti sparavano dai tetti. Passò un furgone sotto la strada a distribuire barbabietole e bottiglie di un latte magro, azzurrino ed io la notte sognai di addentare due panetti di burro tra cui si adagiavano morbide fette di prosciutto.
Quando lo raccontai a mamma, mi apostrofò dura che ero la solita sognatrice piena di troppe fantasie.
- Come tuo padre, uguale, uguale - e poi, all’improvviso, scoppiò a piangere.

Radio Londra, per bocca del professor Vattini che si aggirava esagitato ma esultante per i corridoi , riferiva che i tedeschi e i fascisti si stavano ritirando finalmente verso le colline a nord di Firenze, c’erano ancora però sacche di resistenza ovunque, in Oltrarno soprattutto, ma i partigiani riuscivano ad infiltrarsi, a snidarli, gli Unni, casa per casa. E morivano, anche.
- Quei barbari hanno ammazzato, distrutto ponti, strade, ma stiamo per essere liberati, liberati, finalmente! – gridava il professore e anche Aiello gli dava voce, si agitava tutto e persino i suoi baffi mi sembravano meno pettinati del solito.

Laura ed io finalmente decidemmo di agire. Quel pomeriggio penetrammo attraverso le grate della finestra del magazzino che si affacciava sulle scale e raccogliemmo a bracciate le coccarde, i nastri di carta crespata tricolore. Li trascinammo su, fino alle finestre della pensione che davano sul fronte della strada.
La via sembrava deserta, scorgemmo solo due uomini armati, scivolare rasente ai muri delle case, le barbe incolte, coperti di polvere ed una fascia al braccio con la sigla: CTLN
Ci guardammo e Laura disse febbrilmente che non potevano essere che partigiani. Srotolammo giù il più in fretta possibile i nastri, le coccarde, prima che qualche pensionante ci potesse sorprendere, con affanno, piene di eccitazione. Le trecce di Laura ondeggiavano sul suo petto nella fatica di sporgersi dal davanzale.
Mi guardava con quell’aria di sfida e di trionfo che le conoscevo bene, che pareggiava i conti, che la ripagava di lunghe ore trascorse sepolta tra le sue bambole senza di me.
Quella sera andammo a dormire agitate, confuse, le facce arrossate, nascondendo alle nostre madri quello che avevamo fatto, mentre si udivano ancora spari e raffiche risuonare nell’aria calda della notte.
Una notte d’agosto del 1944.
Il mattino dopo, quando Laura ed io ci affacciammo alle finestre, ci rendemmo conto incredule che tutti i nostri trofei tricolori erano stati rimossi, strappati e giacevano giù per strada, sul marciapiede, miseramente accartocciati.
- Siete matte, voi due – gridò il Belli irrompendo più tardi in sala da pranzo– voi non sapete che rischio ci avete fatto correre, stanotte. Per fortuna che vi ho visto e sono riuscito a staccare tutto in tempo. E se i tedeschi tornassero? Lo sapete cosa potrebbe accaderci, no ? Avete mai sentito parlare di Villa Triste, ?–
Il solito vigliacco, lo lessi nello sguardo adirato e orgoglioso di Laura ed io con lei.
Restavamo lì ferme, davanti ai pensionanti come impavide pulzelle destinate al rogo.
Sentii mamma sopraggiungere alle mie spalle e la vidi sorridermi. Era raro che sorridesse negli ultimi tempi.
Il Belli tacque, e anche tutti gli altri tacquero. Si guardò attorno come stranamente smarrito, schiacciato da quell’inatteso, silente insulto corale.
E il professor Vattini alzò perentorio il suo dito accusatore proprio verso di lui.
- Lei, lei, si vergogni, si vergogni!! – e si accasciò su una sedia non riuscendo a pronunciare altro sopraffatto dall’emozione.
Aiello e i pensionanti accorsero in suo aiuto, qualcuno gli porse premurosamente un bicchiere d’acqua. Ma in quel momento ebbi la certezza che Il professore fosse ad un tratto ringiovanito di vent’anni.

Il giorno dopo corremmo tutti, credo l’intera cittadinanza, verso l’Arno.
Mentre ci facevamo faticosamente strada tra le macerie di tanta, incredibile distruzione scorgemmo con stupore alcuni militari inglesi attraversare il fiume sulla pescaia di Santa Rosa, a piedi nudi. Tenevano prudentemente le scarpe in mano.
- Eccoli finalmente – disse mia madre emozionata, ma come divertita – sono arrivati –
E stranamente, nervosamente felici, ci mettemmo a ridere.
Il giorno dopo, davanti al Duomo, vedemmo soldatesse della WAAF salire la scalinata con il bedecker in mano.

Di Emily e Abigal non seppi più niente. E neppure di Laura. Fu come se non le avessi mai conosciute. Gli avvenimenti che succedettero alla liberazione ci avevano travolti.
Quando molti anni più tardi, presa da improvvisa curiosità, salii al 19 di via Ricasoli, in quella che era stata una piccola pensione familiare, trovai solo uno spazioso appartamento vuoto in via di restauro. Due muratori stavano mangiando un panino seduti sul pavimento, la schiena contro la parete. Fecero finta di ignorarmi.
Cercai una scaletta a chiocciola che portava ad una camera con la finestra che dava sui tetti e i monumenti della città, ma invano.
Pensai allora ad un sogno che oramai restava vivo solo nella mia memoria, con gli occhi della bambina che ero stata una volta.


P.S. I fatti sopra descritti sono realmente accaduti a Firenze nell’estate del 1944. I luoghi sono autentici. Ho omesso o alterato volutamente i nomi e alcuni particolari per difendere la privacy dei “piccoli” protagonisti di questo spicchio di vita quotidiana durante il passaggio della guerra. Essi non sono entrati nella storia, ma il ricordo di quei giorni resta ancora indelebile nella mia memoria.