| Marella
Paroli Serredi
PENSIONE RICASOLI 1944
Alcuni degli ufficiali della
Wermacht erano davvero bellissimi. Quelli bruni specialmente,
con occhi profondi, azzurri, ma di un azzurro cupo, come le
loro divise.
Io non avevo ancora compiuto i tredici anni. Faceva caldo
quella primavera, caldo come solo a Firenze a volte si avverte
già di maggio e al Caffè Paszkowski, verso le
undici del mattino, quegli ufficiali si potevamo ancora vedere
fuori, seduti tranquillamente al sole sulle poltroncine di
vimini, con bicchieri di Campari in mano, in compagnia di
giovani ragazze italiane vestite di finta seta leggera e sandali
dalle zeppe di sughero.
Le vacanze erano cominciate prima del tempo, le scuole chiuse
per via dei bombardamenti, e la mia amica Laura ed io potevamo
finalmente girellare per il centro, nei nostri vestitucci
ricavati da qualcosa che era esistito già prima in
altra forma, una camicia del babbo, canovacci di canapa, un
vecchio lenzuolo del corredo materno.
La meta preferita era sempre il caffè Paszkowski e
quegli ufficiali dallo sguardo lungo, velato dalle fitte ciglia
brune, che neppure ci sfiorava, ma il fatto di essere lì,
separate dai tavoli e da loro solamente da una siepe di pitosforo,
ci esaltava. E poi l’orchestrina sul podio all’aperto,
formata da uomini magrissimi, senza età, visi risucchiati
da fame, consunti abiti scuri, che con sorriso ingessato strimpellavano
un continuo di valzer viennesi, canzoni napoletane e la nostalgica
Lily Marlen.
Laura diceva che odiava i tedeschi e che tra poco se ne sarebbero
andati ma quegli ufficiali erano troppo belli nelle loro divise
blu per rinunciare a guardali.
Così finalmente anch’io mi sentivo quasi grande,
coi miei bottoni mammari che dolevano e trasparivano timidamente
dal vestito infantile.
Laura aveva quindici anni,
due ricche trecce di capelli castani che le scendevano gloriosamente
giù per le spalle e i piccoli seni già maturi.
Ci eravamo conosciute pochi mesi prima, quando mia madre aveva
deciso trasferirsi dall’appartamento di Campo di Marte
al centro, in una piccola pensione familiare di via Ricasoli,
al numero 19. Per via dei bombardamenti, diceva, che picchiavano
forte sulla ferrovia, e ripeteva che “sotto il Duomo”
saremmo state molto più sicure.
All’inizio non avevamo simpatizzato, Laura ed io. Forse
perché era figlia della proprietaria della pensione
e aveva il privilegio di possedere una cameretta tutta sua
in una specie di mansarda che guardava sui tetti e sui monumenti
della città. E perché il suo letto era ricoperto
di bambole, di animaletti di peluche e panno lenci; io avevo
dovuto invece abbandonare tutte le mie preziosissime cose,
quasi scappando dalla nostra bella casa in periferia, per
venire ad abitare, con mia madre, in una camera del tutto
anonima e priva di qualsiasi nota che mi riportasse al mio
vero mondo.
E forse anche perché suo padre era morto anni prima
(e lei non sembrava dolersene), mentre il mio era invece disperso
da qualche parte in Yugoslavia. senza saperne più niente
e ne sentivo a volte una mancanza struggente.
Poi, a poco a poco tra noi
era avvenuto il prodigio.
Mi aveva mostrato i suoi tesori, nella cameretta magica, i
suoi vecchi giochi, i suoi libri, i suoi diari con la copertina
di stoffa fiorita, coperti da una calligrafia piccola, inclinata
e questo sì mi aveva sedotto. Coi suoi racconti di
amori, di baci rubati, di un fidanzato lontano, diceva, a
combattere su, in montagna.
E’ un partigiano, mi aveva confidato, anzi, sussurrato
in modo misterioso.
Quelle due parole pronunciate da lei, fidanzato e partigiano,
mi avevano sorpresa e affascinata. Per la prima parola, credo
che esagerasse, che volesse mostrare tutta la sua superiorità
nei miei confronti, ché ero più piccola e di
una ingenuità sorprendente.
In quanto alla seconda, partigiano, se ne parlava tanto da
qualche tempo a questa parte, anche se sempre sottovoce, ma
era anche la stessa parola che i tedeschi traducevano in “banditen”,
banditi. Uomini che, secondo loro, rubavano, uccidevano, avevano
tradito l’Italia e i loro alleati e per questo finivano
impiccati con cartelli infamanti attaccati al collo.
Non ne parlai naturalmente
con nessuno, ma un giorno, in un moto estemporaneo di provocazione,
chiesi a mia madre che cosa significasse essere partigiano,
cioè se fossero dalla parte giusta o sbagliata
Lei ebbe inaspettatamente una reazione di sorpresa quasi rabbiosa.
- Che domanda, sei già abbastanza grande per capire,
no? Sono quelli che ci stanno aiutando a toglierci dalle scatole
i tedeschi e che spesso purtroppo ci rimettono la vita - rispose
brusca, ma mi parve subito pentita del temine “toglierci
dalle scatole” che per lei non era affatto usuale e
soprattutto per quella rabbia che aveva però immediatamente
spento con un sorriso, abbracciandomi stretta.
Dal giorno in cui mio padre era partito per l’Albania,
quattro anni prima, mia madre stava sostituendosi in tutto
e per tutto a lui, persino negli atteggiamenti .
Anche se di maschile aveva ben poco perchè era molto
bella e indossava ancora con grazia i suoi abitini leggeri
oramai un po’ scoloriti.
Da quando eravamo arrivati alla pensione si arrabattava poi
a fare cose che non avrebbe mai immaginato prima della guerra,
cucinare, lavare i nostri pochi panni, correre in bicicletta
sotto le bombe a rubare patate nei campi della periferia con
qualche pensionante più coraggioso.
Perché di fatto da quando in città erano iniziati
a scarseggiare acqua e cibo, quella, più che una pensione,
era diventata una dimora comune. Gli ospiti si arrangiavano
come potevano per procurarsi da mangiare e poi ognuno a turno
in cucina, a cuocersi quello che aveva trovato in qualche
modo.
Andavano molto le barbabietole da zucchero e la farina dolce
di castagne.
Mamma era così brava che aveva inventato la “torta
di barbe” passandole al setaccio e spianandole in una
teglietta di ferro. Una volta cotta risultava gradevole, ma
soprattutto ci toglieva la fame. In quanto alla farina dolce,
preparava dei sottili castagnacci che ci riempivano la pancia
e poi bisognava correre in bagno, e poi ancora buttare nel
cesso l’acqua recuperata dai catini dove ci eravamo
lavate al mattino.
Ma i miei momenti più
magici consistevano nel salire i gradini della scaletta a
chiocciola che portavano alla camera di Laura. Ce ne stavamo
lì a parlare fitto fitto di fidanzati, partigiani,
ufficiali tedeschi e anche dei pensionanti, che lei detestava.
-Tutti imboscati –diceva degli uomini, con aria di disprezzo
- stanno qui nascosti per non andare in montagna.- Il Belli
– quello che fa lo stupido con tutte – avrà
poco più di vent’anni e maneggia un sacco di
soldi. Per me fa il mercato nero. Ieri si è cucinato
un pezzo di carne, di nascosto, di notte, mentre tutti si
dormiva. Mi è arrivato l’odore dalla cucina –
Anche quando suonava l’allarme facevamo fatica a staccarci
da quella stanza, da quei discorsi, da quel diario mentre
le grida delle nostre madri ci raggiungevano dal basso angosciate
ma perentorie. Così ci trovavamo a scendere tutti insieme
per le scale del palazzo verso il rifugio, (altro non era
che una cantina attrezzata con sacchetti di sabbia e qualche
palo di legno a puntellare la volta), le madri che spingevano
avanti i figli, i pensionanti, gli inquilini degli altri piani,
bambini e vecchi che rallentavano la corsa e già cresceva
il rombo dei “liberators” sopra le nostre teste
con rumore sordo di tuono.
Verso la metà di maggio,
con una delle sue uscite improvvise e inaspettate, mia madre
decise di farmi prendere lezioni private di inglese.
Le mie nuove, improbabili insegnanti, due sorelle, erano di
madre inglese. Emily, la più giovane, che forse poteva
avere sì e no sedici anni, era rossa di capelli con
un viso tutto coperto da buffe efelidi. Abigal, la maggiore,
di due o tre anni più grande, bionda, era molto bella,
e indossava spesso curiosi pantaloni larghi oppure abitini
corti a piccoli fiori che la rendevano al mio sguardo molto
più femminile.
Abitavano in Piazza Donatello, al pianterreno di uno stabile
che seguiva curiosamente la curva della piazza. Era un appartamento
pieno di libri, quadri, oggetti, i più disparati, ammucchiati
in tutti gli angoli, un pianoforte coperto di spartiti di
musica, le biciclette appoggiate nell’ingresso di entrata,
una nonna magra e alta con capelli grigi tagliati molto corti
che sorrideva sempre e ci offriva il “tea” ad
ogni ora del giorno e parlava un italiano buffo, come Stanlio
e Ollio che vedevamo al cinema. Non incontrai mai in quella
casa né un padre né una madre.
Emily e Abigal erano molto brave ad impartirmi le prime regole
della grammatica inglese, ma non sembravano neppure insegnanti,
o almeno non assomigliavano affatto alle professoresse inamidate
della mia scuola.
Parlottavano spesso tra loro in inglese come se avessero dei
segreti e qualche volta, all’improvviso durante la lezione,
dopo una breve telefonata o una suonata di campanello che
non annunciava alcuna presenza alla porta, si scusavano con
un sorriso, mi riconsegnavano i miei quaderni e prima ancora
che accennassi ad uscire inforcavano le loro biciclette e
se ne andavano. La nonna restava tranquilla e sorridente continuando
ad impartirmi una specie di lezione pratica, parlandomi sempre
in inglese ed insistendo che restassi per una “cup of
tea” con “muffin”, biscottini che sapevano
di stantio, che lei traeva orgogliosa da una scatola di latta.
Adesso, più della
camera di Laura e del Caffè Paszkowski, era la vita
che si svolgeva nell’appartamento di Emily e Abigal
che esercitava su di me un fascino indicibile. Il loro umore
sempre allegro, il fatto che anche durante gli allarmi se
ne restassero in casa, senza correre al rifugio e che si mettessero
a suonare il pianoforte o ascoltare Radio Londra per ignorare
il rumore degli aerei che incombevano sulle nostre teste,
mi faceva scoprire una realtà completamente nuova.
Qui niente grida materne, niente corse per le scale; dal pianoforte
uscivano note gaie o carezzevoli, oppure dalla radio tenuta
a volume molto basso, quell’attacco di musica sinfonica
che ritmava bum-bum-bum, bum-bum-bum seguita dalla voce di
un signore inglese che parlava un italiano un po’ legnoso
ma che gentilmente augurava “buonasera” e commentava
le ultime notizie spiegando che le truppe tedesche e fasciste
si stavano ritirando verso il nord. Che insomma, “loro",
le forze dell’Asse, stavano perdendo la guerra. Seguiva
una serie di curiosi messaggi senza senso che mi affascinavano
:
"il maggiore con la barba", "la gallina ha
fatto l'uovo", "la vacca non da latte"”,
le scarpe mi stanno strette”, “ il pappagallo
è rosso”; ” l'aquila vola”.
Naturalmente più tardi
raccontavo tutto a Laura che mi ascoltava in un voluto silenzio
che mi inquietava. Non dicevo invece nulla a mia madre, anche
se tutti sapevamo bene che uno dei pensionanti, il vecchio
professor Vattini, chiuso nella sua camera, ascoltava ogni
sera Radio Londra e il giorno dopo ne commentava emozionato
i contenuti a voce bassa con Aiello, un rappresentante di
stoffe rimasto bloccato dal fronte a Firenze durante uno dei
suoi viaggi, separato dalla famiglia che viveva a Napoli.
E quando li incrociavo nel corridoio, il vecchio professore,
rivolgendosi a me con l’indice didatticamente alzato
e il viso corrucciato esclamava:
- E tu, bambina che sei cresciuta sotto il fascismo, sappilo:
peggio di Attila, i tedeschi, peggio degli Unni, questi sono
i nuovi barbari !!-
E gridava forte, la voce alterata dall’ira, come volesse
farsi udire da tutti, in una ribellione che si trasmetteva
ai suoi radi capelli bianchi, ritti sul capo e l’Aiello
a calmarlo, a blandirlo, trattenendolo per un braccio:
- Via, professore, stia calmo, stia calmo, vedrà che
oramai ne avremo per poco….. - e lasciava in sospeso
la frase che si perdeva tra i suoi baffi scuri, sempre ben
pettinati sul labbro.
Io pensavo con struggente trasporto ai begli ufficiali del
Caffè Paszkowski, con i loro bicchieri di Campari in
mano e alle ragazze italiane sedute sulle poltroncine di vimini,
le gambe accavallate, nei graziosi vestiti leggeri, ma immediatamente
anche, con una inquietudine nuova, sconosciuta, ai partigiani
morti impiccati con cartelli appesi al collo.
Avrei voluto chiedere spiegazioni
a Laura, che da qualche tempo stava un po’ sulle sue,
ma i suoi lunghi silenzi mi dicevano che forse ne sapeva molto
più di quello che non dichiarasse. Non mi parlava più
del fidanzato partigiano e arrivai a pensare che se lo fosse
inventato per far colpo su di me. Non le andava che mi recassi
così spesso a lezione di inglese e che ne tornassi
piena di cose da raccontare.
Intanto era iniziato luglio, un caldo opprimente, arrivavano
notizie di fucilazioni in città di ragazzi del ‘25
che non si erano presentati alla leva, di morti civili e no
che venivano seppelliti in bare di legno fresco, spesso ricoperte
da una bandiera, al Giardino dei Semplici perché il
cimitero era oramai irraggiungibile ed ora quando andavamo
a prelevare l’acqua con fiaschi e stagne dal pozzo del
Giardino della Gherardesca, c’erano in giro ronde armate
tedesche a tre a tre e solo donne e bambini potevano circolare
per la città.
Niente più passeggiate in centro e sguardi sognanti
dietro la siepe di pitosforo del Caffè Paszkowski,
i negozi avevano tutti abbassato le saracinesche, solo i panifici
restavano aperti con alla porta lunghe code di donne e ragazzi
per acquistare la razione giornaliera di pane, oramai impastato
con tante patate e poca farina.
Non mi restava che correre più spesso a casa di Emily
e Abigal che ancora potevo raggiungere a piedi, mentre mia
madre era da qualche parte a procurarsi il cibo.
Le mie lezioni di inglese
andavano ora a rilento, spesso trovavo solo la nonna, le ragazze
erano fuori con le loro biciclette non so dove ( la nonna
non me lo diceva mai) ma bevevo volentieri il “tea”
e mangiavo avidamente i “muffin” stantii.
Un giorno ebbi la sorpresa, facendomi annunciare dal campanello,
di trovare in salotto un ragazzo che non avevo mai visto prima.
L’allarme aereo mi aveva colta mentre ero ancora per
strada e Abigal mi spinse subito all’interno, senza
troppi complimenti.
- Sei matta, sei matta a venire ? -mi ripeteva ma sempre sorridendo,
senza ansia. E poi -si chiama Paul – aggiunse senza
imbarazzo alcuno, presentandomi il ragazzo. Lui stava seduto
al pianoforte e accennava in sordina qualche nota. Vestiva
in modo un pò buffo, pantaloni troppo corti per la
sua statura, una camicia leggera, quasi trasparente, a quadretti
che gli stringeva sul petto e fui sicura che appartenesse
ad Abigal.
- E’ un nostro caro amico - e stava già arrivando
Emily dalla cucina con in mano un vassoio che conteneva una
specie di torta e me ne venne subito offerto uno spicchio.
Era appena mangiabile, ma ora aspettavo la nonna che puntualmente
entrò e mi offrì la solita “cup of tea”
.
Abigal era molto attraente quel giorno in uno dei suoi vestiti
corti a fiorellini, i capelli biondi, lunghi e vaporosi lavati
di fresco. Anche Paul era del tutto a suo agio seduto al pianoforte
e nessuno di loro sembrava badare al rombo degli aerei che
si avvicinavano né alle prime esplosioni che si udivano
ancora lontane.
Paura ? – mi chiese in italiano Paul e parlava come
il signore gentile di Radio Londra, con un bel sorriso, quasi
affettuoso, e aveva bellissimi denti bianchi. Al di là
dell’ansia per il bombardamento in atto che percepivo
in quel momento e che l’espressione attonita del mio
viso doveva ben rivelare, mi chiesi se il ragazzo fosse inglese
o australiano o canadese. Americano, forse ?
Risposi balbettando che sì, avevo paura, che non ero
con mia madre e che Paul per me era uno sconosciuto straniero
e non sapevo come e perché si trovasse lì.
Non mi furono date molte
spiegazioni in proposito. Ma il pomeriggio si rivelò
esplosivo in tutti i sensi. Le pareti tremarono, i lampadari
oscillarono, polvere di calcinacci si staccò dal soffitto.
Credo di avere gridato e la nonna mi raccolse tra le sue braccia
legnose, ma rassicuranti. - it’s all right, my dear,
no problem Be quiet., calm down –
Alla pensione, più tardi quando terminò l’allarme,
mi accompagnò Abigal, sulla canna della sua bicicletta
da uomo, schivando pericolosamente gli autocarri dei pompieri
che sfrecciavano all’impazzata per le strade a sirene
spiegate.
Mia madre mi accolse sulle scale arrabbiatissima, in piena
crisi di nervi.
Sei matta, matta – mi ripeteva anche lei, mentre mi
stringeva forte tra le braccia e forse avrebbe voluto schiaffeggiarmi.
Non disse nemmeno grazie ad Abigal per avermi accompagnato.
Dopo ci rifugiammo in camera a piangere tutte e due e in quel
momento mi resi conto con sgomento che pensavamo con struggente
nostalgia a mio padre, di là dal mare, lontano da noi
chilometri e chilometri.
Compresi anche che le mie lezioni di inglese erano finite
per sempre.
Laura non parve molto colpita
dal fatto che non potessi più frequentare le mie lezioni.
Un giorno mi disse che, dai miei resoconti, aveva intuito
già da qualche tempo che le due ragazze, Abigal e Emily,
fossero staffette.
- Sì, staffette, quelle che portano messaggi ai partigiani
senza destare alcun sospetto nelle ronde, nelle pattuglie
tedesche. Se sono carine, meglio. Se hanno la bicicletta,
meglio. Spesso quando le scoprono le portano a Villa Triste.
E le interrogano - mi confidò, sempre in un tono misterioso
e lugubre. E non aggiunse altro.
Ero tornata nella sua orbita ma ora non parlavamo più
di ufficiali tedeschi, di fidanzati. Due giorni più
tardi, in tutt’altro tono, mi riferì che aveva
scoperto lungo la rampa delle scale del palazzo, prima dell’ingresso
al rifugio, una finestra interna che dava dentro il magazzino
di una vecchia, grande cartoleria che aveva chiuso il negozio
mesi prima.
- Non hai idea di che cosa ci sia - mi aveva confidato –
di tutto, libri, quaderni, cancelleria, una catasta di cose,
e scatole, scatole, una miniera di curiosità - continuò–
e poi, io sono già riuscita a entrarci, ci sono sbarre
larghe alla finestra, una cosa da niente scavalcarla. Tra
l’altro c’è una grossa cassa piena, stracolma
di coccarde, nastri di carta crespata tricolore, bianca, rossa
e verde, come la nostra bandiera. Sai che ho pensato ? Appena
i tedeschi se ne vanno sciogliamo i nastri giù dai
davanzali delle finestre e diamo il benvenuto ai partigiani,
agli inglesi, agli americani, capisci, capisci, no ?-
Io la guardavo colpita da quei suoi occhi scintillanti e quello
che capivo era solo che voleva rifarsi di tutte le ore che
avevo trascorso da Emily e Abigal lontana da lei.
Aveva pronunciato quelle parole in maniera perentoria, un
po’ esaltata, buttandosi le grosse trecce dietro la
schiena con aria di sfida, come dovesse in qualche modo riparare
al fatto che io sola avessi conosciuto di persona due stravaganti
staffette e lei no, chiusa nella sua magica cameretta, con
la finestra che guardava i tetti e i monumenti della città.
Dovemmo rimandare di qualche
giorno la sortita eroico-avventurosa nel magazzino della cartoleria.
Il 29 luglio il Comando Tedesco fece affiggere dei manifesti
per tutta la città in cui si “ordinava alla popolazione
di sgomberare una vasta zona prospiciente l’Arno sull'una
e l'altra sponda del fiume”.
- Ci siamo ci siamo….si preparano cose grosse…
i barbari si ritirano, ma a che prezzo, a che prezzo per la
nostra Firenze ?! – declamò a piena voce il vecchio
professor Vittini girando tra l’inquieto e l’eccitato
per i corridoi della pensione, sbucando infine nella sala
da pranzo. – sarà la sentenza di morte per i
nostri monumenti, le nostre opere d’arte, i nostri ponti,
che dio ci protegga! – e questa volta neppure l’Aiello
potè fare qualcosa per calmarlo
La sera tra il 3 e il 4 agosto
Laura ed io stavamo davanti alla finestra della sua camera
a guardare affascinate le traiettorie luminose delle artiglierie
che si incrociavano tra i tetti contro un cielo già
scuro, ma pieno di stelle. Le nostre madri, da sotto la scaletta
a chiocciola a ordinarci di scendere , subito, e noi lì,
impietrite, incapaci di muoverci.
All’improvviso un grande lampo di luce ci investì
in pieno illuminando a giorno la camera, le bambole di panno
lenci ammucchiate sul letto, l’armadio verniciato di
rosa, i quadretti a stampe delle pareti e seguì un
rumore orrendo di tuono che si rincorreva in una specie di
eco, mentre il pavimento oscillava paurosamente sotto i nostri
piedi.
Capimmo così che i tedeschi stavano facendo saltare
tutti i ponti e le strade intorno all’Arno.
Ricordo come in sogno la voce di mia madre che ci raggiunse,
insolitamente calma ma familiarmente consueta, in qualche
modo rassicurante:
- Stupide, cretine, scendete giù, subito !! E’
pericoloso lassù! -
In quel momento sentii ad un tratto le labbra farsi asciutte,
riarse, come disseccate e mi venne un gran mal di pancia.
Dovetti scendere di corsa in bagno e me ne vergognai.
Quanto tempo era passato da quella sera? Poche ore. E non
potevamo neppure più andare a prendere l’acqua
al Giardino della Gherardesca perché i cecchini fascisti
sparavano dai tetti. Passò un furgone sotto la strada
a distribuire barbabietole e bottiglie di un latte magro,
azzurrino ed io la notte sognai di addentare due panetti di
burro tra cui si adagiavano morbide fette di prosciutto.
Quando lo raccontai a mamma, mi apostrofò dura che
ero la solita sognatrice piena di troppe fantasie.
- Come tuo padre, uguale, uguale - e poi, all’improvviso,
scoppiò a piangere.
Radio Londra, per bocca del
professor Vattini che si aggirava esagitato ma esultante per
i corridoi , riferiva che i tedeschi e i fascisti si stavano
ritirando finalmente verso le colline a nord di Firenze, c’erano
ancora però sacche di resistenza ovunque, in Oltrarno
soprattutto, ma i partigiani riuscivano ad infiltrarsi, a
snidarli, gli Unni, casa per casa. E morivano, anche.
- Quei barbari hanno ammazzato, distrutto ponti, strade, ma
stiamo per essere liberati, liberati, finalmente! –
gridava il professore e anche Aiello gli dava voce, si agitava
tutto e persino i suoi baffi mi sembravano meno pettinati
del solito.
Laura ed io finalmente decidemmo
di agire. Quel pomeriggio penetrammo attraverso le grate della
finestra del magazzino che si affacciava sulle scale e raccogliemmo
a bracciate le coccarde, i nastri di carta crespata tricolore.
Li trascinammo su, fino alle finestre della pensione che davano
sul fronte della strada.
La via sembrava deserta, scorgemmo solo due uomini armati,
scivolare rasente ai muri delle case, le barbe incolte, coperti
di polvere ed una fascia al braccio con la sigla: CTLN
Ci guardammo e Laura disse febbrilmente che non potevano essere
che partigiani. Srotolammo giù il più in fretta
possibile i nastri, le coccarde, prima che qualche pensionante
ci potesse sorprendere, con affanno, piene di eccitazione.
Le trecce di Laura ondeggiavano sul suo petto nella fatica
di sporgersi dal davanzale.
Mi guardava con quell’aria di sfida e di trionfo che
le conoscevo bene, che pareggiava i conti, che la ripagava
di lunghe ore trascorse sepolta tra le sue bambole senza di
me.
Quella sera andammo a dormire agitate, confuse, le facce arrossate,
nascondendo alle nostre madri quello che avevamo fatto, mentre
si udivano ancora spari e raffiche risuonare nell’aria
calda della notte.
Una notte d’agosto del 1944.
Il mattino dopo, quando Laura ed io ci affacciammo alle finestre,
ci rendemmo conto incredule che tutti i nostri trofei tricolori
erano stati rimossi, strappati e giacevano giù per
strada, sul marciapiede, miseramente accartocciati.
- Siete matte, voi due – gridò il Belli irrompendo
più tardi in sala da pranzo– voi non sapete che
rischio ci avete fatto correre, stanotte. Per fortuna che
vi ho visto e sono riuscito a staccare tutto in tempo. E se
i tedeschi tornassero? Lo sapete cosa potrebbe accaderci,
no ? Avete mai sentito parlare di Villa Triste, ?–
Il solito vigliacco, lo lessi nello sguardo adirato e orgoglioso
di Laura ed io con lei.
Restavamo lì ferme, davanti ai pensionanti come impavide
pulzelle destinate al rogo.
Sentii mamma sopraggiungere alle mie spalle e la vidi sorridermi.
Era raro che sorridesse negli ultimi tempi.
Il Belli tacque, e anche tutti gli altri tacquero. Si guardò
attorno come stranamente smarrito, schiacciato da quell’inatteso,
silente insulto corale.
E il professor Vattini alzò perentorio il suo dito
accusatore proprio verso di lui.
- Lei, lei, si vergogni, si vergogni!! – e si accasciò
su una sedia non riuscendo a pronunciare altro sopraffatto
dall’emozione.
Aiello e i pensionanti accorsero in suo aiuto, qualcuno gli
porse premurosamente un bicchiere d’acqua. Ma in quel
momento ebbi la certezza che Il professore fosse ad un tratto
ringiovanito di vent’anni.
Il giorno dopo corremmo tutti,
credo l’intera cittadinanza, verso l’Arno.
Mentre ci facevamo faticosamente strada tra le macerie di
tanta, incredibile distruzione scorgemmo con stupore alcuni
militari inglesi attraversare il fiume sulla pescaia di Santa
Rosa, a piedi nudi. Tenevano prudentemente le scarpe in mano.
- Eccoli finalmente – disse mia madre emozionata, ma
come divertita – sono arrivati –
E stranamente, nervosamente felici, ci mettemmo a ridere.
Il giorno dopo, davanti al Duomo, vedemmo soldatesse della
WAAF salire la scalinata con il bedecker in mano.
Di Emily e Abigal non seppi
più niente. E neppure di Laura. Fu come se non le avessi
mai conosciute. Gli avvenimenti che succedettero alla liberazione
ci avevano travolti.
Quando molti anni più tardi, presa da improvvisa curiosità,
salii al 19 di via Ricasoli, in quella che era stata una piccola
pensione familiare, trovai solo uno spazioso appartamento
vuoto in via di restauro. Due muratori stavano mangiando un
panino seduti sul pavimento, la schiena contro la parete.
Fecero finta di ignorarmi.
Cercai una scaletta a chiocciola che portava ad una camera
con la finestra che dava sui tetti e i monumenti della città,
ma invano.
Pensai allora ad un sogno che oramai restava vivo solo nella
mia memoria, con gli occhi della bambina che ero stata una
volta.
P.S. I fatti sopra descritti sono realmente accaduti a
Firenze nell’estate del 1944. I luoghi sono autentici.
Ho omesso o alterato volutamente i nomi e alcuni particolari
per difendere la privacy dei “piccoli” protagonisti
di questo spicchio di vita quotidiana durante il passaggio
della guerra. Essi non sono entrati nella storia, ma il ricordo
di quei giorni resta ancora indelebile nella mia memoria.
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