Angela Rizzo
66. 416

Finalmente l’ultima cliente aveva deciso la scelta delle scarpe. Clara era stata costretta ad arrampicarsi continuamente sulla scala, dalla quale discendeva con le braccia cariche di scatole, il volto arrossato per lo sforzo di mantenersi in equilibrio. La signora pagò con la carta di credito e uscì nella fredda sera invernale, lasciando dietro di sé la scia di un profumo stantio.
Prelevai dalla cassa il ricavato della giornata e lo conservai nel portafoglio, mentre la commessa riordinava velocemente il negozio. Infilammo i cappotti e, dopo avere abbassato la saracinesca, ci salutammo stancamente, avviandoci verso direzioni diverse.
Abitavo nell’isolato accanto e camminai a passo spedito perché l’aria era pungente. Rari passanti si affrettavano, come me, verso la cena che li attendeva. Il cigolante ascensore dell’antico palazzo mi trasportò fino al quarto piano, ansimando come un vecchio cane stanco di una breve corsa.
L’odore familiare dell’appartamento, quale si può avvertire soltanto nelle case degli anziani che vivono soli, mi accolse come un abbraccio confortevole. Emanava dai tappeti e dai pesanti tendaggi, dalle poltrone scolorite dal tempo, dagli innumerevoli libri e oggetti, dai ritratti ingialliti che affollavano i ripiani. Mi avviai verso la stanza da bagno e lasciai scorrere l’acqua calda nella vasca, mentre mi liberavo degli abiti che mi avevano imprigionato fin dal mattino.
M’immersi con piacere, rilassando il corpo stanco e aspirando il profumo un po’ acre dei sali. Il vapore aveva avvolto la stanza, annebbiando lo specchio, gocciolando in lenti rivoli lungo le piastrelle sbiadite, creando un alone surreale intorno alla lampada che pendeva dall’alto soffitto.
Lasciai vagare la mente senza consentirle di soffermarsi su nulla di particolare, poi cominciai a strofinarmi con la spugna e lo vidi, ancora netto e marcato: 66.416.
Massaggiai energicamente il braccio, fino ad arrossare la pelle, quasi a volere delimitare soltanto in quel punto l’irresistibile bruciore che mi violentava l’anima…

La sera precedente la mia famiglia aveva organizzato una piccola festa per i miei 15 anni e l’indomani mattina, 24 febbraio 1944, mi risvegliarono gli ordini rabbiosi di due SS tedesche. Riuscii soltanto a buttarmi sulle spalle un cappotto, poi mi ritrovai in una camionetta tra i miei genitori. Mio padre non parlava, mia madre piangeva silenziosamente. Sembrava fossero invecchiati improvvisamente.
Mi sentii fragile e abbandonata a me stessa, sebbene percepissi il calore dei loro corpi accostati al mio. Quando fummo isolati, ciascuno in una cella del carcere della nostra città, mi sentii sollevata: saremmo stati semplicemente sottoposti ad un interrogatorio perché i miei due fratelli maggiori erano partigiani combattenti. Né io né i miei genitori conoscevamo il loro nascondiglio, che non ci era stato mai rivelato per prudenza.
Riguardo a me, avevo smesso da tempo la mia attività di staffetta, perché mio padre la riteneva troppo pericolosa per la mia età. Gli avevo ubbidito a malincuore, dopo accese discussioni. Quando inforcavo la bicicletta, con la mia capiente borsa a tracolla carica di volantini antifascisti ciclostilati, mi sentivo molto importante e ancor di più aumentò il mio orgoglio l’incarico di recapitare ai partigiani, dislocati nelle zone periferiche più impervie della città, quanto fosse loro necessario.
L’aiuto che offrivo mi permetteva in tal modo di sentirmi spiritualmente vicina ai miei fratelli, che non avevo più rivisto da quando avevano scelto la via delle montagne. Mi sembrava di abbracciarli quando consegnavo un pacco ad un compagno sconosciuto e gli stringevo la mano.
Il nostro arresto non era altro che il frutto di un’infame delazione e si sarebbe risolto rapidamente con il ritorno alla vita di tutti i giorni…

L’acqua della vasca si era raffreddata e mi asciugai vigorosamente, rabbrividendo. Indossai il pigiama e una comoda vestaglia, poi riscaldai la mia cena. Le immagini televisive mi tennero compagnia fino a quando una piacevole sonnolenza mi spinse a raggiungere il letto.
Spensi subito la luce del comodino, troppo stanca per dedicarmi alla lettura, e mi addormentai subito…

La cella era umida e stretta, il pagliericcio pieno di cimici, una finestrella in alto lasciava a stento trapelare un po’ di luce. Cominciai a perdere la nozione del tempo e non riuscii a tenere più il conto dei giorni trascorsi in isolamento. Il cibo veniva deposto a terra in una ciotola scrostata, un bidone maleodorante serviva alle mie esigenze fisiologiche.

Lo sguardo metallico del comandante tedesco, davanti al quale fui condotta, sembrava riflettere come uno specchio la mia immagine ripugnante. Sbraitò un ordine secco ad una suora che prestava servizio nel carcere e ritornai al suo cospetto soltanto dopo essere stata ripulita sommariamente, quel po’ che bastasse a conferirmi un’apparenza più dignitosa.
Si avvalse di un interprete e mi tormentò con domande alle quali risposi laconicamente, senza fornire alcun indizio. Infine, stanco, passò alla violenza e mi percosse ripetutamente. Non avevo altra difesa che rannicchiarmi, con le mani sul viso e sulla testa, ma ugualmente assaggiai il sapore dolciastro del sangue che fuoriusciva dal naso e dalle labbra spaccate.
Una mattina, fui svegliata bruscamente e mi fecero uscire dalla cella. Ero rassegnata ad un ennesimo incontro con il comandante ma, con mio grande conforto, mi fecero scendere la lunga scala di marmo che conduceva al pianterreno e trovai ad attendermi giù i miei genitori. Non appena mi vide, mia madre scoppiò a piangere e mi passò con delicatezza i polpastrelli sul volto tumefatto, in una tenera carezza. Neanche loro avevano un aspetto migliore del mio, ma li incoraggiai perché tutto era ormai finito.
Ci fecero salire su un pullman, già carico di una ventina di passeggeri, certamente altri prigionieri che erano stati liberati come noi. Riconoscemmo alcuni vicini di casa e li salutammo con un cenno del capo, poi prendemmo posto silenziosamente. Non parlammo neanche quando ci rendemmo conto che la destinazione era un’altra: la stazione di Trieste.
Fummo ammassati in un vagone come bestiame, stretti l’uno contro l’altro non soltanto per mancanza materiale di spazio, ma soprattutto per non perdere il contatto fra noi. Poi cominciò il viaggio verso l’inferno…

Clara aveva già aperto il negozio ed era indaffarata a sistemare in vetrina i nuovi modelli di scarpe e borse, che avevamo recentemente ordinato. Mi recai nel retrobottega, dove mi liberai di cappotto, sciarpa e cappello, poi telefonai al bar vicino per ordinare caffè e brioches. Consumammo la colazione con calma. I clienti erano rari nella prima mattinata, per cui avevamo il tempo di rilassarci e di conversare. Clara era divenuta per me una persona di famiglia. Mi esponeva i suoi problemi, descrivendomi le gioie, i dubbi, le aspirazioni della sua giovane vita, chiedendomi consigli.

Le modeste condizioni della famiglia l’avevano costretta ad abbandonare gli studi e a cercare un lavoro. Sapevo che lo stipendio che le passavo mensilmente serviva quasi totalmente a sfamare una torma di fratelli più piccoli di lei.
Una volta mi ero recata a farle visita, quando era stata costretta a letto per diversi giorni a causa di un’ostinata influenza. Mi ero sentita stringere il cuore, mentre salivo le scale sporche e maleodoranti del periferico caseggiato popolare. La porta mi era stata aperta dalla madre, una donna trasandata e appesantita dalle troppe gravidanze, che mi aveva squadrato con diffidenza prima di accompagnarmi nella camera della figlia.
Il rossore che imporporava il viso di Clara non era causato soltanto dalla febbre, ma anche dalla vergogna che dovette provare per lo spettacolo di povertà che si presentava ai miei occhi. In quell’occasione mi pentii d’averla involontariamente umiliata, creandole disagio e vergogna con la mia presenza trasudante benessere. In seguito, provvidi con tatto a offrirle piccoli doni: capi d’abbigliamento, cosmetici e tutto ciò che le avrebbe consentito di non sentirsi inferiore alle ragazze della sua età. Per le scarpe e le borse non esistevano problemi, perché le avevo lasciato ampia libertà di scegliere, nel negozio, quanto le occorresse.
Le scarpe, le scarpe…

Il viaggio durò cinque giorni durante i quali, a turno, cercavamo di fare sedere a terra le persone più anziane. L’aria era irrespirabile, pesante e gelida. Non sentivo più i morsi della fame, ma la sete mi torturava più della paura dell’ignoto che ci attendeva.
Era appena spuntata l’alba quando il convoglio rallentò di fronte ad una costruzione grigia e tetra, costituita da alte mura, sormontate da filo spinato, con torrette di controllo presidiate da sentinelle armate. Soltanto più tardi avrei appreso che si trattava del campo di concentramento di Ravensbrück.
Entrammo nel piazzale del lager e fummo costretti a scendere, accolti da comandi bruschi urlati in tedesco e da latrati di feroci cani addestrati. Immediatamente avvenne la selezione e gli uomini furono incolonnati e avviati verso una direzione.
Non dimenticherò più lo sguardo che ci rivolse mio padre, consapevole che non ci saremmo mai rivisti. Non ci fu tempo neanche per piangere.
Subito si procedette ad una seconda divisione fra le donne più giovani e quelle più anziane che, insieme ai bambini, si allontanarono nella nebbia come figure spettrali.

Mia madre era rimasta accanto a me e ciò mi procurò una gioia così immensa che il mio sorriso dovette apparire inopportuno in quella triste circostanza.
I bambini furono strappati alle madri e a noi fu riservato il rituale che avrei riscontrato identico in tutte le testimonianze dei sopravvissuti ai lager: la spoliazione, la rasatura dei capelli, la doccia, il tatuaggio del numero di matricola. Io non possedevo più un nome.
La mia identità coincideva con le cifre 66.416, che dovevano essere esibite sul cascante vestito a righe che mi venne assegnato, insieme con il triangolo rosso. Questo contrassegno individuava, in base al colore, la categoria cui apparteneva ciascun deportato: rosso per i politici, giallo per gli ebrei, verde per i criminali comuni, rosa per gli omosessuali. Sul triangolo era specificata anche la nazionalità di provenienza del detenuto.
Il problema furono le scarpe, che dovemmo scegliere in un mucchio già predisposto. Si trattava per lo più di zoccoli di legno spaiati: alcune si ritrovarono ad annaspare in misure gigantesche e tentarono uno scambio con chi portasse un numero più grande, altre si ritrovarono con un paio composto da due zoccoli sinistri o viceversa, altre ancora ripescarono una scarpa bassa ed un’altra con il tacco alto, sì da assumere un’andatura claudicante.
Io riuscii a rimediare calzature di una misura inferiore alla mia, mentre mia madre fu costretta a navigare in scialuppe disuguali che ne rallentavano i movimenti…

La domenica era il giorno che riservavo alle visite. Nessun familiare era sopravvissuto ai tragici eventi. La mia famiglia era stata inghiottita nel vortice della follia sconsiderata della guerra, così assurda che nessuno prestava una completa fede alle testimonianze dei sopravvissuti. Per questo motivo, avevo smesso da anni di parlarne, anzi provavo un paradossale senso di vergogna se qualcuno accennava al periodo trascorso, quasi mi sentissi responsabile delle colpe altrui.
Lo stesso pudore avevo riscontrato nella mia amica Silvia, un’ebrea sopravvissuta agli orrori di Auschwitz, presso la quale mi stavo recando a pranzo. Evitava ogni riferimento alle torture subite e si proiettava con finta allegria verso un futuro sempre più breve. Il numero tatuato sul suo corpo aveva lasciato una traccia indelebile principalmente nell’anima, dilaniata da un senso di colpa per le proprie origini giudaiche.
Mi accolse con gioia e la seguii in cucina, dove riprese il lavoro interrotto dal mio arrivo.
Mentre si dava da fare davanti ai fornelli, non smetteva di chiacchierare e di ridere. L’aria era pregna di odori stuzzicanti e di un piacevole calore che promanava soprattutto dalla sua presenza. Quando ci sedemmo a tavola, gustammo le pietanze preparate con la consueta abilità e ci abbandonammo alla festiva atmosfera domenicale che traboccava dalla tavola imbandita, dal riflessi rubini del vino che balenavano nei delicati calici di cristallo, dalla luce che penetrava dalla finestra e indorava gli antichi mobili di ebano…

Il problema più grave che ci afflisse fu la fame. La brodaglia in cui galleggiavano rari frammenti di cavolo o di rape, il primo giorno tanto disprezzata, divenne per noi un cibo atteso con ansia.
Vivevamo per quella ciotola d’acqua sporca, a volte accompagnata da un pezzetto di pane nero, soprattutto quando incominciammo a lavorare. Infatti, terminato il periodo di quarantena durante il quale fummo sottoposte a continue ed inutili visite mediche, iniziò la vera fatica.
Fui inserita in una squadra adibita alla pavimentazione del campo. I compiti erano suddivisi in modo che alcune di noi avevano l’incarico di spianare con i badili la sabbia che ricopriva il suolo, altre caricavano dai vagoni carriole di carbone, che veniva distribuito e compattato con un rullo azionato da un terzo gruppo.
Fortunatamente mia madre rimase con me e ciò mi consentì di aiutarla a riempire la sua carriola, in modo da evitarle punizioni. Ogni giorno la vedevo più pallida, lo sguardo spento e assente, i lineamenti tirati.
Raddoppiavo allora la mia lena, sebbene sentissi le gambe molli come il burro e le mani doloranti per le screpolature e le piaghe. Ogni giorno era uguale all’altro, scandito da movimenti automatici e dall’abbaiare dei cani e dei soldati. Era ancora notte fonda quando il suono lacerante della sirena ci costringeva ad abbandonare le baracche e a radunarci nel centro del campo per l’appello.
Avevo ormai imparato a scandire il mio numero in tedesco, mentre la mamma più volte fu selvaggiamente colpita con calci e frustate per non essere stata ancora in grado di memorizzarlo.
Poi ci abbrutivamo nel lavoro incessante, interrotto da una brevissima pausa per l’unico pasto che ci veniva concesso. Infine, il ritorno alle brande e il silenzio di chi non ha più nulla da dire o non trova la forza per farlo…

Nel pomeriggio, mi recai con Silvia al cinema. Poi passeggiammo nelle strade principali della città, guardando le vetrine e immergendoci nel bagno di folla che si muoveva pigramente, gustando le ultime ore festive. Quando il cielo cominciò ad imbrunire mi accomiatai da lei, dopo avere ascoltato per l’ennesima volta i suoi consigli: “Guglielmina, quando ti deciderai ad affidare ad altri il compito di mandare avanti il negozio? Alla nostra età è giusto riposare, senza più vincoli di impegni e orari!”
Come sempre, risposi: “Vuoi trasformarmi in una mummia? Sai che non riuscirei a gestire attivamente il mio tempo, come fai tu. M’impigrirei e mi trascinerei in pantofole e vestaglia tutto il giorno!”
Ci congedammo e ognuna tornò a casa propria. Dopo una cena leggera, mi abbandonai sul confortevole materasso, coperta dalla soffice trapunta, calda come un abbraccio…

Nella baracca dormivamo in venti, su duri tavolacci a castello. L’età delle mie compagne variava dai quindici ai cinquant’anni. Alcune di esse erano utilizzate in lavori meno logoranti, come Olga che era stata smistata in cucina.
Era arrivata insieme a noi e si distingueva per la straordinaria bellezza, che non subì alcun oltraggio neppure quando fu sottoposta alla tosatura. I suoi capelli lunghissimi, neri e ondulati, non sarebbero stati sicuramente sprecati per riempire materassi ma, acconciati in parrucca, avrebbero ornato il capo di qualche altolocata signora tedesca. La perfezione della carnagione bianchissima, la vivacità degli occhi ombreggiati da foltissime ciglia, il broncio infantile delle labbra turgide furono posti maggiormente in risalto dalla rasatura.
Lo sformato camicione a strisce che indossava non riusciva a nascondere la perfezione del corpo. Dormiva nella branda sopra la mia e spesso sporgeva la testa in giù verso di me e ci scambiavamo confidenze. Aveva vent’anni, proveniva da Torino e il suo contrassegno era il triangolo giallo degli ebrei.
Riusciva a sottrarre sempre del cibo dalla cucina e lo distribuiva a noi compagne con molta generosità. Una sera tirò fuori dalla tasca uno specchietto e un rossetto, insistendo perché lo provassi.
Dopo la deportazione, non avevo più avuto occasione di specchiarmi e rimasi sconvolta di fronte al mio spettro riflesso: gli occhi erano spenti e cerchiati da profonde occhiaie, la pelle giallastra e devastata da piccole piaghe.

Inghiottii le lacrime e il gesto deciso con il quale truccai le labbra screpolate rappresentò la volontà di continuare a lottare.
Olga rappresentava per me un contatto con il mondo dei vivi. Il suo aspetto diveniva sempre più florido: la divisa a righe era stata sostituita da un caldo abito di lana e, al posto dei vecchi zoccoli, calzava comode scarpette quasi nuove.
Le mie compagne di baracca cominciarono a guardarla di sottecchi, con disprezzo. Dicevano che si prostituiva agli aguzzini, senza distinzione di sesso, ricevendone in cambio vantaggi. Sussurravano che aveva instaurato un rapporto particolare con Franziska, la kapò addetta alla direzione della cucina. Si trattava di una delinquente comune, come indicava il triangolo verde cucito sul suo vestito, la quale oltrepassava i limiti della responsabilità che le era stata conferita. Molto spesso infieriva sui deportati con crudeltà e sadismo, senza alcuna valida motivazione, per il gusto perverso di esercitare la propria autorità.
Io non giudicai mai Olga e il mio affetto nei suoi confronti aumentò. Vedevo in lei una creatura libera, come una silfide leggera, la cui anima non si lasciava invischiare nelle pastoie dei pregiudizi e dei luoghi comuni. Rimproverai mia madre la quale, come le altre, manifestava biasimo per il comportamento della ragazza, ma era pronta a lanciarsi sul cibo che portava puntualmente ogni sera.
La trasformazione progressiva dell’uomo in bestia era, dunque, l’inevitabile processo che si stava verificando inesorabilmente.
Io stessa, che pure lottavo con tutte le forze per mantenere viva l’umanità, cominciavo a divenire sempre più insensibile agli orrori che mi circondavano. Avevo visto corpi legnosi penzolare dalle forche, detenuti massacrati a bastonate, carri stracolmi di cadaveri e la corsa folle di molti detenuti verso il reticolato ad alta tensione, che poneva fine ad una vita intollerabile. Eppure, ero riuscita a provare soltanto un’atroce indifferenza…

La telefonata che ricevetti quel pomeriggio mi procurò fastidio. Floriana, un’amica di Bologna, con la quale avevo condiviso l’esperienza della deportazione, mi annunciava che sarebbe arrivata l’indomani per trascorrere con me alcuni giorni. Forse capita anche ad altri di provare un immotivato imbarazzo rivedendo un vecchio compagno di scuola o una qualunque persona che emerga dal passato.

Nessun ricordo negativo è legato a quell’incontro, ma ugualmente si prova uno spiacevole disagio.
Floriana era completamente diversa da Silvia. Amava rievocare anche i più piccoli particolari della nostra disavventura e m’irritava la punta di compiacimento che ritenevo di percepire nelle sue parole.
Non condividevo la necessità della memoria a tutti costi, come rituale che avrebbe impedito che la Shoah potesse ripetersi o venisse emulata da nuovi orrori. Un abuso del ricordo avrebbe rischiato di trasformarsi in un ricatto permanente, in un’arma diplomatica usata magari inconsapevolmente dalle vittime. Non riuscivo a chiarire efficacemente queste idee neanche a me stessa. L’ostinazione con la quale rifiutavo il passato scaturiva dalla speranza di esorcizzarlo per sempre. Non ero stata, comunque, capace di attuare una rimozione che mi preservasse, sebbene in modo fittizio, dal peso della tragedia.
I ricordi riaffioravano sempre e nei momenti più inattesi. Non credevo, d’altra parte, che la loro estrinsecazione favorisse una cicatrizzazione delle ferite.
Cercai di nascondere la mia agitazione a Clara fino al momento della chiusura del negozio. Mi attendeva una notte insonne…

Gli alleati liberarono il campo nel mese di aprile del 1945. Nei giorni precedenti avevamo notato che un’atmosfera diversa, carica di tensione, elettrizzava il lager. Il fumo usciva continuamente dai camini e l’aria era irrespirabile, densa di cenere impalpabile che si depositava ovunque. Mia madre era stata ricoverata in infermeria, ormai debilitata e sfinita. Ricordo soltanto il suo volto scavato dalla sofferenza mentre la trasportavano su una rozza barella. Non la rividi più.
Si sentivano già i cannoni russi sparare in lontananza quando fummo radunate nella piazza, insieme con i pochi detenuti del campo che i tedeschi non avevano avuto il tempo di eliminare.
Ci ritrovammo in strada, ordinati in fila per cinque. Eravamo scortati dalle SS e dai cani. Gi ordini si elevavano stridenti nell’aria e in essi si coglieva la rabbia frammista alla paura. Chiunque si fermava, veniva ucciso con un colpo alla nuca. Olga, che camminava accanto a me, inciampò e cadde. Sentii il colpo secco della pistola e non potei evitare di voltarmi cautamente a guardarla.

Procedetti la mia marcia forzata per giorni, finché non fummo abbandonati a noi stessi. Eravamo liberi e ci fermammo a riposare su una piccola altura. Qualcuno aveva con sé un tozzo di pane, che dividemmo e sbocconcellammo lentamente e in silenzio, come se eseguissimo un rito sacro.
Tutti gli occhi erano rivolti all’inferno che avevamo lasciato alle spalle, i miei erano pieni di un’immagine: Olga, pura creatura indifesa, lo sguardo sbarrato verso il cielo, come una splendida bambola di porcellana.