Sacha Naspini
SERENITY GARDEN

…Dicono che queste caramelle rosse sono al gusto di fragola. Sarà… A me pare sappiano mica di tanto. Forse di ferro, se proprio bisogna, tipo misto a erba pratolina, ma di fragola (via, siamo seri!) no davvero. Guardate: me ne metto in bocca un’altra… Mmm… Nno… …Uh, ecco cosa: hanno il sapore della cordite, hanno! Ssissì, ne sono certo: cordite, altro che fragola! Questa è cordite signori miei!… Fragola! Ma và, và…

Il signor Achille Solivago ingoiò la sua caramella rossa senza succhiare, quindi attraversò la strada e s’inoltrò nel parco, come ogni domenica di bel tempo. Si era voluto vestire leggero: l’estate si faceva appena appena scorgere, e siccome era stato uomo di mare aveva rispolverato il suo completo bianco, quello che lo faceva sentire (seppur senza mostrine di grado) ancora il Comandante Solivago di anni ed anni prima, quello petto in fuori e sguardo a poppa che teneva a bada certi cavalloni d’oceano, mandando a tutta forza i motori dei transatlantici che in pochi sapevano guidare come lui.
…Eh, bei tempi quelli! Tempi di traversate e notti di gala a bordo nave; tempi di orizzonti e mare forza 9; tempi d’amori e champagne versato nei cristalli dagli oblò del porto di Hong Kong, o di New York… Ed era bello stare a capo di un gigante dei mari, con tutti che ti salutano con il sorriso, tutti che non sanno altro che dirti grazie perché sono nelle tue mani se fa tempesta. …Ma signori, suvvia: dormite pure sogni tranquilli! E’ il comandante Solivago che vi parla. Date a me l’onda, voi pensate al charleston e ai frac inamidati! Quassù in sala-comandi c’è qualcuno che guarda il mare alzato e se la ride! Guardate: mi faccio pure un bicchierino! Forza 9 è uno scherzetto. Voi ballate e fate brillare le collane, per questa notte siete salvi: avete tutti il vostro Dio!… Poi uno va in pensione.
Il signor Achille Solivago trovò libera una panchina. Si compiacque un po’ del sole caldo e cavò dalla tasca un sacchetto di semini per gli uccelli.
Era una cosa che gli piaceva molto, quella: dare semi di girasole ai piccioni della piazzetta al centro del parco, lasciando andare i ricordi verso gli anni indietro.
Sono cose che uno di vita piena fa volentieri, perché ogni grinza del tempo prende un senso, ha un motivo. E Achille Solivago aveva tanti motivi per essere vecchio su una panchina; tanti che spesso lo facevano ridere da solo.
A volte si stupiva ai suoi stessi occhi: gli pareva d’essere in grado di ricostruire giorno per giorno ogni anno della sua vita per i mari! Se ci si puntava coi ricordi, poi, entrava in un mondo tutto suo, e quasi sussultava quando per l’enfasi gli si rifaceva al naso l’odore di quella donna, di nome Vanessa per esempio, austriaca in viaggio figlia d’ambasciatore; o ecco il suono di una Mildred tutta di Svezia che rideva con la testa indietro, alta due palmi più di lui, insaziabile di formaggi francesi e altre particolari attenzione all’ombra del marito in contratto coi sultani… Achille Solivago era in grado di stabilire con assoluta certezza i giorni di mare grosso dal ’50 all’85 sulle rotte che aveva fatto. E poteva dire dei mercati d’oriente, delle spezie e il pepe dall’India, di brindisi con tutti gli occhi addosso e uno per uno i nomi dei mozzi, i marinai, i sottoufficiali che aveva avuto in anni di carriera sotto di lui.
I semi di girasole radunavano truppe di piccioni ad un passo dalla panchina. Achille Solivago sorrideva e perdeva lo sguardo in quello sfarfallio di penne bigie, scaldato dal sole e dalla vita che era stata tanto buona con lui…
Ma ecco d’un tratto un sussulto! Gli tremò la mano e qualche semino cadde dal sacchetto. Achille Solivago si scosse dal rapimento e tirò una bestemmia o anche due, come se qualcuno lo avesse colpito a tradimento con un randello sulla testa. E nella mente un numero preciso: 12.12.62. Una data. Apparentemente vuota d’eventi. Ma che in qualche modo era andata a trovarlo su quella panchina coi piccioni intorno, inaspettatamente.
…E che voleva questo 12 dicembre del ’62, adesso? Doveva essere stato il giorno d’un qualche fatto eccezionale! Di certo! Tipo uno speciale anniversario, una ricorrenza, chissà… Il vuoto. Il vuoto assoluto. Lui che avrebbe saputo ridire la scaletta completa che i musicisti in smoking strimpellavano di swing nella sala da ballo per le sere di gala! …Niente. 12.12.62…
L’ex Comandante Achille Solivago versò ai piccioni tutta la busta di semi. La montagnola di granaglie creò un’immane sbatter d’ali e baruffe di becco. Il cronografo Casio (ultimo regalo dei sottufficiali di leva prima della pensione) suonò le undici. Achille Solivago si mise con i ginocchi sui gomiti, tutto sporto sulla baraonda dei piccioni. Prese dalle tasche un’altra di quelle caramelle rosse al gusto di cordite, tanto per sfogare il nervoso e non perdere la concentrazione. Masticando si riportò tutto su quel 12.12.62 che era andato a trovarlo in quella bella mattinata di sole.
…Nel ’62 avevamo un Achille Solivago niente male: quarant’anni tondi tondi, un metro e settantacinque abbondante sui tacchetti neri; barbetta sempre nuova, come si conviene, tagliata alla Cook ma con le basette alte, appena appena screziata da peletti cenere in pendant con la divisa sempre cerata; occhi verde-cielo, primi baluardi di tante signore dalla sottana facoltosa; fronte alta, splendente; il portamento di chi cammina un mare forza 9 con il brandy all’orlo del bicchiere e non ne perde una goccia.
…Signori: questo era l’Achille Solivago che le donne avevano raccontato per anni! Un uomo in viaggio per i mari! Da sempre. Tutti gli dicevano “Comandante” con gli occhi lustri. Pure agli uomini capitava. Ma quel 12.12.62…
Quello era il mese della rotta per le americhe, senza dubbio. Branchi di famigliole europee si affollavano ai porti d’Inghilterra per fare le feste nel nuovo continente, o immersi fino agli occhi nel lusso della sua grande nave da mille e più unità solo di equipaggio. …E ssì, di quel periodo ricordava una certa Hanna sui diciannove, tettine rosa rosa, mai sfiorate, labbra grosse in fuori, tanta voglia di crescere bene…
Ma no, quella bimba che il Comandante Solivago aveva svezzato non c’entrava con quella data infame! Dunque cosa diavolo era accaduto quel giorno?…
Il signor Achille Solivago prese in uggia i piccioni che gli facevano confusione lì davanti e ne schiacciò uno sotto un piede. Il povero uccellino lasciò il collo sotto quella scarpa di mocassino, mentre i suoi compagni diedero per l’aria un breve volo, schiamazzante, ritornando poi alla mangiatoia del bel mucchietto di semini sparsi, come se nulla fosse. Il Comandante in pensione Achille Solivago ebbe bisogno di due passi per il parco.
“…Dunque dunque…”
Il grande giardino ospitava statue alla memoria e fontanelle. E di domenica come quel giorno vi erano a spasso tanti omini e anziane signore senza parenti da invitare a pranzo, tutti con lo stesso svago, tutti con il loro sacchetto di semini pei piccioni che facevano la posta a volate circolari intorno alle panchine.
Achille Solivago fece un po’ di parco sotto i platani, accigliato e cupo di quel 12.12.62 di cui non riusciva a venire a capo. Ad un certo punto, passeggiando, scorse una donnina forse sui settanta, anch’essa in abiti primaverili, un cignon ben composto sulla testina canuta che dava brevi barbagli se il sole colpiva il grigio-topo della tinta. Il signor Achille Solivago dimenticò per qualche istante il suo 12.12.62, attratto dal volto scavato, sì, ma comunque gentile della signora su quella panca al sole: pareva ammiccasse, salutasse con una mano…
E sì, tutti potevano dire che l’ex Comandante Achille Solivago era oramai al tramonto dei suoi giorni, va bene, ma affermare che per via dell’età sdegnasse l’amo di una preda facile (signori!), era una cosa che nessuno doveva pensare mai!
Il signor Achille Solivago raccolse da lontano i segnali della donna: subito si fece petto in fuori, il sorriso col dente d’oro splendente al sole. Si schiarì la voce. In barba agli anni diede passi certi, stringendo i denti per via dei reumi, ma producendosi comunque nel portamento che un uomo che ha governato il mare deve sempre avere.
- Comandante! E’ proprio lei? – sentì dire il signor Solivago appena fu a qualche passo dalla signora – Oh, non riesco a crederci! Pure lei qui… Mi pare un sogno!
La donna aveva due perline pendenti ai lobi. Sorrise e la pelle le si accartocciò tutta in fuori dagli zigomi in avanti. Il signor Solivago cercò di non mostrarsi sorpreso, riconoscere anch’egli il volto di quella donna, ma non ci riuscì.
- Buongiorno a lei signora. - disse chinandosi un poco in segno di rispetto – Mi conosce? Mi perdoni ma sa, forse l’età…
- Oh, non si preoccupi! – fece la donna, comprensiva – Sono passati così tanti anni… Ma venga, venga, si sieda un po’ qua, al sole. Si sta così bene oggi.
Il signor Achille Solivago si sedette di buon grado con la signora, ma ancor più irrequieto a dire il vero, perché oltre a quel 12.12.62 che proprio non gli voleva tornare alla mente, adesso, ci si era messa pure quella signora con gli orecchini di perla a farlo sentire davvero vecchio, quasi rincretinito. Lui che con la memoria, nonostante gli acciacchi dell’età, non aveva mai avuto problemi…
- Dunque mi dica signora: con chi ho il piacere di…
- Oh, davvero non si ricorda di me? – lo tagliò lei, arrossendo un poco – Su, mi guardi bene!
Achille Solivago sorrise e stette al gioco. Si sporse sulla proda della panca e si puntò tutto con gli occhi sul volto della donna, che si lasciò squadrare.
…Va bene: quel 12.12.62 non ne voleva sapere di venir fuori. Ma bastò lasciarsi andare con un minimo di partecipazione negli occhi di quella signora che ecco, come da lontano, salire alla mente del signor Solivago una musica da sala, tipo un valzer alla viennese… Vestito rosso, un crocefisso d’oro tra i seni volteggianti, guanti in seta, alti all’avambraccio… Infine un nome preciso: Giovanna. Lo stesso che il signor Solivago sussurrò a stento, colto d’un tratto da tanta emozione.
- …Giovanna! …Giovanna, proprio tu, qui, su questa panca…
La signora chinò il capo, come le bambine timide, forse a disagio di farsi vedere col volto rotto dall’età. Ma il signor Solivago lo rivolle alto: allungò una mano con gentilezza, spingendo senza forza sul mento di lei.
- …Sei la stessa di… Quanti anni, cara! Quanti anni…
- Comandante lasci stare! – disse la donna, sorridendo – Non è obbligato a dire cose che non pensa.
Achille Solivago sorrise, anch’egli. E fu colto da chissà quale euforia: prese una mano della donna tra le sue e la strinse forte.
- Cara… - mormorò.
Fu scosso da un getto di ricordi impressionante. Nell’istante in cui afferrò quell’esile manina chiazzata lasciò la panchina del parco, volando oltre le stagioni fin sulla sua grande nave, in quei giorni, con Giovanna al pieno della beltà.
…La vide entrare nella sua cabina privata. Aveva fatto preparare cena d’alta cucina per l’occasione, in caldo sul carrello. E vino buono nella brocca di cristallo. Candele. Sottofondo di grammofono.
Giovanna si presentò in abito di percalle, i capelli sciolti. Sorrideva, ma il Comandante Solivago le riconobbe subito una certa luce scura negli occhi: pareva come pentita di avere accettato quell’invito; si muoveva tenendo le distanze, sforzandosi di dissimulare un qualche ripensamento.
Mangiarono bene, ma lei non ne volle sapere di farsi riempire il bicchiere di rosso. Il Comandante Solivago mise alla puntina del grammofono il settantaquattro giri della “Perfidia”. Invitò Giovanna ad un ballo.
La donna si era rigirata tra le mani la catenina con il crocefisso d’oro per tutto il tempo. A tratti pareva scossa come da un turbamento tale da prendere e lasciare subito quella cabina. Alla proposta di un ballo Giovanna si alzò, le mani strette al petto, in un pugno.
- Mi perdoni Comandante, – disse – mi perdoni ma non posso! …Sa, dovrò prendere i voti: Dio mi ha chiamata a sé… Avrei dovuto dirglielo prima.
Il Comandante Achille Solivago trasalì: “Come! Che storia è questa?” disse tra sé “…Una suora! Ma porca di quella maiala…”
- …Capisco. – disse da gran signore, comprensivo - …Ma nemmeno un bacetto? Uno piccolo piccolo…
…Ed eccola su quella panchina, adesso! Eccola qua la sua Giovanna, la sola che non aveva ceduto, in anni per i mari, alle lusinghe del ben noto Comandante Solivago sempre in viaggio e di mille avventure amorose.
Il cronografo Casio suonò le dodici. Il signor Achille Solivago si scosse dal rapimento. Si abbandonò sulla panchina con la faccia al sole. Cavò dalle tasche un’altra mentina di cordite, così, per ridare un po’ d’umido alla gola secca. Ne offerse una pure a Giovanna, ma questa rifiutò: aveva le sue.
- E dimmi Giovanna cara: hai fatto la suora, poi?
La donna dondolò il capo. Senza dire tirò su le maniche della camicia. Mostrò al signor Solivago dei grandi tatuaggi tutti croci, inni e angeli dalle spade di fuoco. Si slacciò pure i primi bottoni del collo, facendo uscire una spallina smilza smilza: lì ne aveva uno bellissimo, che raffigurava la faccia di Cristo Nostro Signore.
- Ne ho uno su tutta la schiena, anche. – precisò la donna, di molto compiaciuta – E’ la scena della crocifissione sul monte! Se vuole gliela faccio vedere…
- No, no, lascia stare Giovanna cara: non ti vorrai spogliare proprio ora che sei vecchia! – lasciò andare l’ex Comandante. Poi commentò, ironico: - Ma bene, bene… La suora! Contenta te…
- Comandante! Che diamine! Mostri un minimo di rispetto per le scelte altrui! E’ il Signore che mi ha chiamata…
- Me lo immagino. …Oh, che ti devo dire Giovanna cara: mi pare un così grande spreco! Immolarsi per quello lì… Dai, quello, coso, com’è che si chiama? …Gesù, ecco, ora l’ho detto.
Giovanna scosse il capo, comunque sorridente, lieta di vedere che il vecchio Comandante Solivago non era cambiato d’una virgola dagli anni indietro. Richiuse i bottoni della camicia.
- …Sai cara? – fece il signor Solivago d’un tratto – Mi è successa una cosa davvero bizzarra stamani. Ancora un po’ e ci vado matto!
- E cosa mai? Su, racconti…
- Oh, niente di che in fondo! …Me ne stavo lì a dare i semini agli uccelli del parco e di punto in bianco… Tah! Ecco che mi si affaccia alla mente una data. Una data precisa: 12.12.62! E l’impressione che sia una data davvero importante, anche! …Ma niente! Il vuoto assoluto!…
- Beh, può capitare: quando uno viaggia una vita per i mari… E poi c’è l’età, bisogna dirlo!
Tra i due si instaurò un certo silenzio. Quello un poco imbarazzato, anche, che capita tra coloro che hanno fatto un po’ di vita insieme, ognuno col proprio risultato. Achille Solivago allungò una mano e prese quella di Giovanna. Restarono per un po’ così, senza dire niente su una panchina del parco che li aveva fatti ritrovare dopo anni, il sole caldo sulla testa, gli uccelli intorno. Quando:
- COMANDANTE! COMANDANTE! – si sentì dire da lontano. Il signor Solivago e la signora Giovanna ancora mano nella mano si volsero entrambi in direzione di quelle voci. Notarono due uomini in abiti bianchi, che correvano di gran lena verso di loro.
- Oh bella! – fece Achille Solivago, stupito alquanto - Che, è la giornata dei ritrovi, questa? …Si tratta certo di qualcuno che ho avuto sotto, quand’ero in servizio… Guarda Giovanna cara: hanno l’uniforme del sottufficiale in libera uscita!
Gli infermieri della casa di cura e igiene mentale “Serenity Garden” raggiunsero i pazienti 121262 e 131654.
- Comandante! Finalmente… - fece il primo, quello più alto, con il pizzo caprino e le mani grandi – Uff… Pensavo di averle detto di non allontanarsi troppo! Pure a lei signora Giovanna…
Il secondo uomo, più giovane, al suo primo giorno di lavoro presso la casa di cura, si fece al fianco dell’altro. Achille Solivago e la signora Giovanna restarono di sasso.
- …Sentito Giovanna cara? – fece l’ex Comandante - Questo signore conosce pure te! Sarà tra i marinai che avevo sotto quando pure tu…
Quello più alto sorrise. Offerse alla signora Giovanna un braccio. Lei esitò, ma poi lo prese e si sollevò dalla panchina.
- …Sì, questo signore lo conosco! – disse la donna rivolta al signor Solivago – Adesso mi porta a dire le preghiere!
- Ma senti un po’! Io che avevo dato esplicite disposizioni sul reclutamento dei miei uomini! “Niente gente di chiesa!”, avevo detto! Nessun Dio sulla mia nave, all’infuori di me! …Figliolo, mi dica: ha forse truccato la sua domanda per far parte del mio equipaggio?…
Quello più alto fece le presentazioni con il nuovo assunto:
- Ti presento la signora Giovanna d’Arco, e questo è il Comandante Achille Solivago…
Il nuovo assunto si soffermò sul volto della donna, tutto cicatrici a fior di pelle. Aveva letto sulla sua scheda che un giorno si era data fuoco con la benzina, per morire come una Giovanna d’Arco voluta dal Signore deve fare. Le fece un cenno di rispetto. Quindi strinse la mano al Comandante.
- Dimmi figliolo: e tu? – fece questo - Tu hai qualche Dio? Sia chiaro ragazzo: sulla mia nave ci sono io al primo posto!
- Comandate! – intervenne lo spilungone – Piuttosto: ha preso le sue pasticche, sì?
Achille Solivago dimenticò il ragazzo. Squadrò per un istante quell’infermiere dal pizzo caprino.
- Come dice? …Si riferisce forse a quelle chicche al gusto di fragola? …Ma che fragola e fragola, poi! Quella è cordite amico mio! Cordite, se lo ricordi…
Era domenica di bel tempo.
I quattro rientrarono al Serenity Garden per il pranzo.