Doriana Mugnaini
RITORNO ALLA CASA SUL LAGO

Persone e luoghi di questo racconto sono frutto della mia fantasia, anche se il luogo di ambientazione è un luogo immaginario, ma collocato in un angolo “fantastico” della Val di Cecina. Anche le vicende sono frutto di fantasia, ad eccezione, naturalmente, del riferimento ai martiri della Niccioleta; riferimento che vuol essere da parte mia un piccolo e umile contributo alla loro memoria.

“Tu essere banditen, ja?!? Tu venire con noi campo di lavoro in Germania!”
“No, no, io non essere banditen, io essere solo contadino!! Abito laggiù, in quella casa sul lago, vedere laggiù casa sul lago?!? Io andare in paese perché morto mio garzone, colpito da aereo americano. Capite?! Io no banditen!!”
“Tu non fregare noi!! Tu essere banditen e venire con noi in Germania! E portare mitragliatore, ja?!! Altrimenti…… kaput!!”

Suo nipote lo aveva preceduto scendendo con l’auto lungo la stradina sterrata. Lui si era fatto lasciare in cima: voleva godersi quel panorama che aveva rivisto spesso, negli ultimi sessant’anni, nei suoi sogni. Quelli a occhi chiusi e quelli a occhi aperti. E non gli sembrava cambiato molto, da quando l’aveva visto l’ultima volta. Un piccolo quadrato di mondo racchiuso tra declivi di oliveti e filari di cipressi sull’attenti, l’antica rocca romana a vegliare la valle, un falco in volo, partito forse dal suo nido nelle vecchie grotte. Scendeva piano, ma senza affanno. E non era nemmeno emozionato. O, meglio, era un’emozione quieta e dolce, non violenta, quella che lo pervadeva. Anche se quella mattina, al sacrario dei martiri della Niccioleta, quando aveva visto un’anziana donna deporre un mazzo di fiori alla memoria, chissà, di un marito, di un padre, di un figlio o di un fratello, chissà, non aveva saputo trattenere le lacrime. Si era sentito in dovere, in quel suo viaggio nella memoria che aveva accarezzato e rinviato per anni, con sensi di colpa, e paura, e desiderio nello stesso tempo, di rendere omaggio a quei martiri, a quei poveri minatori colpevoli solo di aver cercato di difendere il loro lavoro, il loro futuro. Allora aveva visitato prima il villaggio, e il luogo dove erano stati trucidati i primi sei innocenti, e poi quel maledetto vallino dove gli altri 77 erano stati ammazzati senza pietà. E ora era lì, e stava scendendo per quella stradina, come sessant’anni prima, come mille volte aveva immaginato.

“No, no, camerati tedeschi: lui non essere bandito!! Lo conosco bene, abita nel podere sul lago, ed essere brava persona! Io sono camerata fascista, vedete tessera del fascio, ja?!? Io conoscere bene lui, non essere banditen!”
“Noi trovato lui alla macchia. Noi portare lui in Germania. Lui servire industrie tedesche! E adesso tu ospitare camerati tedeschi ja?! E portare buon mangiare e buon vino toscano, ja?!”

Anche la casa non era molto cambiata. Era in buone condizioni, ristrutturata di recente, con gli infissi nuovi in legno scuro. Sulla sinistra stava ancora la cisterna, vicino a quelle che erano state le stalle. Il ballatoio esterno c’era ancora, ma non si vedeva più la porticina di quello che allora era il bagno. O, meglio, la cosiddetta “buca”. Probabilmente quella stanzina era stata eliminata nella ristrutturazione. C’era, invece, attaccata al ballatoio, una bandiera della pace. Da questa, e dalle tendine alle finestre, dai fiori curati, da tutto il contorno ben tenuto, si capiva che la casa era abitata. Inoltre c’era un fuoristrada metallizzato, parcheggiato sul lato destro della casa. Non sapeva bene nemmeno lui che cosa cercava. Cosa pensava di trovare.

Ma aveva detto che sarebbe tornato. E ora, prima che fosse troppo tardi, lo aveva voluto fare davvero. Era voluto tornare. Si avviò verso le scale.

“O Berto, questi qui mi portano in Germania! Cerca di convincili te, ti prego! ‘Un m’è mai garbato il tu’ Mussolini, e lo sai, però ci si conosce e ci s’apprezza da tanto, siamo du’ persone semplici! E poi c’ho moglie e quattro ragazzetti piccini, come fanno se mi portano via!?? Dalla Germania chi lo sa se ce la farò a tornare!? Se ‘un m’ammazzano prima d’arrivacci!?!”
“Ascolta Angiolo, io a convincili ‘un ci provo nemmeno più, tanto ‘un m’ascoltano! E poi se gli vòto tanto le scatole, anche se c’ho il mi’ Mussolini, come dici te, ‘un vorrei che mi piglino anche me; perché, secondo me, a loro gli serve no qualcuno per l’industrie tedesche, ma qualcuno che l’aiuti a porta’ il mitragliatore! Senti, e si fa così: ho detto alla mi’ moglie di preparagli il mangia’ piano piano, e di daggli molta roba bona e molto vino. Così ci mettono tanto e non ripartite subito! Io intanto vado a casa tua, al comando tedesco. C’è il tenente Von Karaf, vero?! E’ una brava persona, se pole t’aiuta di sicuro!”
“E se non lo trovi?! E se questi ripartano prima?!”
“E se e se e se!! Fammi prova’, no?!! Vado subito senza tant’ altri discorsi! Vado più alla svelta che posso! E che Dio t’aiuti!”

“Buonasera, desidera?” disse la giovane donna dai capelli rossi che era venuta ad aprire la porta.
“Cercavo il signor Angiolo Magnaini. Lui abita ancora qua?!”
“No, mi dispiace. Mio nonno è morto già da quasi vent’anni…..”
“Allora lei è la nipote” disse l’anziano e distinto signore, alto e con gli occhi intensamente azzurri, dal tipico accento tedesco, guardandola con soddisfazione.
“Sì” rispose la donna “ma, mi scusi, io non credo di conoscerla…”
“Mi scusi lei. Non mi sono ancora presentato. Ma, vede, tornare qui dopo quasi sessant’anni…..Sono un po’ confuso….E, anche se finora non mi pareva, anche un po’ emozionato …….Mi chiamo Hans Von Karaf….Tenente Hans Von Karaf …. Durante la guerra ” ma la giovane non lo fece finire.
“Il tenente Von Karaf?!? Ma lei ha salvato la vita a mio nonno, sessant’anni fa!?!”
“Allora mi conosce ….?!”
“Certo che la conosco! O, meglio, ho molto sentito parlare di lei! Ho perfino fatto un tema su di lei, a scuola!…Mio nonno le era molto grato. E spesso ne parlava, e pensava che aveva detto che sarebbe tornato, e pensava che forse lo avrebbe fatto davvero?!”
“E alla fine l’ho fatto. Sono tornato. Per vedere questa bella terra in un tempo diverso. E per chiudere qualche conto in sospeso col mio passato… Col mio passato di ufficiale tedesco, intendo… Sono stato anche alla Niccioleta... Beh, mi dispiace che suo nonno non ci sia più …"
“Ma ci sono io… Non stiamo più sulla porta! Prego, si accomodi…”

Fu una strana sensazione. La casa era cambiata e, nello stesso tempo, non lo era per niente. Entrando c’era ancora uno stanzone, che adesso era un ampio soggiorno, mentre allora era una enorme cucina e, sulla sinistra, il corridoio che portava alle camere, compresa quella che era stata la sua, mentre, sulla destra, lo stesso focarile. Identico. La donna colse il suo sguardo. “L’ho lasciato com’era. Era bello così. E, poi, troppi ricordi persi tra quelle panche e il suo fumo acre….”. Lo fece accomodare sul divano. “Le offro qualcosa?!” Ma l’uomo scosse la testa. Allora si sedette anche lei. Sorrise. “E’ tornato davvero. Dopo sessant’anni. Mio nonno lo sperava, ma poi diceva: ”Chissà se ce l’aveva fatta a ‘rivare a casa, con quella “maledetta guerra”, come diceva lui”. Anche il vecchio sorrise. “E’ vero, lo dicevo sempre. Ed era la verità. Ma tutte le guerre sono maledette…. I soldati spesso si scordano di essere uomini……….E quante atrocità, quanti morti …..”
“Mio nonno però lo ha salvato…!”
“Beh, io non c’ero qui quando il ….Bianchi, mi pare si chiamasse, venne a cercarmi per informarmi che alcuni soldati tedeschi lo avevano preso e lo volevano deportare. Ma per fortuna c’era la lettera che avevo scritto. Gliel’avrà raccontato, suo nonno. Eravamo in ritirata, sarei partito di lì a due giorni. Allora avevo scritto quella lettera….Un tentativo per evitare, nel caos del momento, che fosse fatto del male alla sua famiglia. Brave persone, con quattro bambini…..Già qualche giorno prima volevano portargli via una mucca da latte. Se non fossi arrivato, i miei camerati l’avrebbero sequestrata senza pensarci due volte. E, a quei tempi, faceva comodo, mi creda, una mucca da latte, in una famiglia! Allora, come le dicevo, scrissi quella lettera, dove dicevo che non doveva essere torto un capello a queste persone, e che dovevano essere rispettate le loro cose. Il Bianchi non trovò me, ma sua nonna gli dette la lettera e “
“E bastò a convincere i soldati tedeschi a lasciare libero mio nonno!” completò la donna, che poi gli indicò un quadro sul muro. “Eccola là” disse. “E’ l’originale in tedesco. Mio nonno però se l’era fatta tradurre in italiano. E la traduzione la portava sempre con sé, ripiegata nel portafogli. Come un portafortuna prezioso”.
L’anziano tenente si alzò e si avvicinò al muro. Eccola là, la sua calligrafia di giovane ufficiale della Wehermacht di 60 anni prima, pieno di speranze e di disillusione. Per la seconda volta, quel giorno, non potè trattenere le lacrime.
La donna si avvicinò, piano, alle sue spalle. Piano, gli mise una mano sul braccio. “Rimanga a cena con me” gli disse “ così io le racconto dei miei nonni, del Bianchi, che il nonno ha salvato dalle ritorsioni, piccole, ma invitabili, che anche qui ci sono state nel dopoguerra;….e di quei quattro bambini di allora, …. le faccio vedere le foto di famiglia ….e lei mi racconta com’è che parla così bene l’italiano, cosa ha fatto in questi anni, perché non è tornato prima…e …altre cose….che nessuno da vent’anni mi racconta più….Di quando mio nonno, a scappatempo, le raccontava i segreti dell’orto….. o di quando, la sera, giocavate a briscola nel focarile…….”
“C’è anche mio nipote” riuscì a bofonchiare lui.
“Va bene, lo chiami. Tra poco arriva anche il mio compagno e ceniamo tutti insieme”.
“Volentieri, grazie”.
“Io vado a dare un’occhiata ai tegami. Torno subito.”
“Sì, intanto chiamo mio nipote”.
La donna si allontanò. Il vecchio si scosse e si asciugò le lacrime. Poi uscì sul ballatoio. Il lago, davanti, si increspava dolcemente al vento di quella bella serata di giugno, preannuncio di una calda estate. Sul poggio di fronte, dove i tedeschi in ritirata avevano piazzato il cannone per contrastare l’avanzata alleata, erano le spighe imbiondite a incresparsi dolcemente. Dalla finestra aperta della cucina arrivava un buon profumo di arrosto; da un’altra finestra più a lato, anch’essa aperta, la voce della televisione parlava di nuovi morti a Baghdad. “Maledetta guerra” disse a voce alta, scuotendo la testa. Poi scese lentamente le scale per andare a chiamare il nipote. Sul ballatoio, la bandiera della pace sventolava piano.