| Angelo
Maranzana
LA BANDA DEL COMANDANTE LORIS
Aspetto il segnale,
e intanto mi fumo una sigaretta standomene appoggiato all’angolo
con la via centrale, quella delle botteghe, degli artigiani,
del mercato del sabato, con il suo odore di pesce salato,
di legumi, di pane, di trucioli e segatura. C’è
quiete. Forse per il freddo, oppure perché è
l’ora di pranzo. Eppure c’è una certa agitazione
nella piazzetta vicina, quella con la chiesa dedicata a Santa
Lucia, dove piccoli gruppi di donne e bambini si stringono
attorno ai carrettini che vendono i dolci di miele e zucchero
della tradizione che si mangiano solo oggi, 13 dicembre. Soffio
sulle dita un po’ di tepore mescolato al fumo aspro
della boccata, pensando che quelle persone non correranno
rischi. Cico e Tarzan, sono in mezzo a loro, discreti, e sanno
sempre cosa fare se qualcosa non va per il verso giusto.
Finisco di fumare e schiaccio la cicca a terra. Ho fame. Forse
per la tensione. Come mi succedeva quand’ero in fuga
dal reggimento. Avevo sempre fame. Una specie di languore
che si spalmava dentro di me magari per distrarmi dalla paura,
e dall’angoscia che mi procurava lo spettacolo continuo
dei corpi che pendevano dagli alberi, uomini giovani, vecchi,
colpevoli solo di non voler partire in guerra o di non voler
estranei in casa nostra, impiccati lungo le strade di campagna
o nelle piazze di città e paesi, con i cartelli di
ammonimento ai vivi attaccati al collo.
Altri due compagni armati di Mab, Attila e Tom, se ne stanno
nell’androne di un palazzo di fronte a me, pronti a
coprirmi le spalle per la fuga. Dal cortile interno si snodano
una serie di altri cortili comunicanti, una specie di piccolo
ma intrigante labirinto da dove è facile dileguarsi
in fretta.
Di nuovo sbircio oltre l’angolo. Il segnale arriva con
la camminata svagata di uno che attraversa la strada come
se non avesse nulla da fare. E’ Tonio, poco più
di un ragazzo, con l’aria di chi dorme ancora con la
luce accesa per paura del buio, ma con la pelle elettrica
di chi vuole fare qualcosa di importante per essere utile
al mondo. Sono comunista, mi dice ogni volta orgoglioso. E
io gli rispondo che sono contento per lui, perché invece,
di me, non lo so. A volte mi sembra di si, altre di no. E
allora lui mi fissa serio, dice che devo stare tranquillo,
di non preoccuparmi, che prima dobbiamo mandare via i tedeschi
da casa nostra, e poi avremo il tempo per discutere bene di
questa faccenda, e che mi spiegherà tutto per filo
e per segno, e che anch’io diventerò un comunista
senza più dubbi.
Quando Tonio raggiunge l’altro lato della strada mi
guarda, e io gli faccio un cenno d’assenso quasi invisibile.
Chino la testa e mi porto al centro della strada. La vettura
arriva traballando, e io non mi muovo, sempre con lo sguardo
a terra, come un ubriaco. I miei compagni mi dicono che sono
troppo spavaldo, che rischio troppo, e che un giorno o l’altro
pagherò caro questo mio atteggiamento. Invece sono
solo convinto che la spavalderia sia un modo per spaventare
il nemico, per fargli perdere lucidità e istinto, come
quegli animali che paralizzano la preda con lo sguardo. L’auto
non rallenta, forse l’autista non fa neanche caso a
me. E’ ancora distante una trentina di metri. La lascio
venire avanti senza spostarmi. Un colpo di clacson per farmi
sloggiare. Alzo gli occhi, respiro a fondo e l’odore
del freddo mi brucia i polmoni. L’auto è scoperta.
Il destino vuole più bene a noi, e un po’ meno
a quel pagliaccio del Barbetta.
La prima bomba a mano che lancio gli cade proprio in braccio.
Mentre la tiro mi piego a terra e cammino gattoni verso il
muro, con il pastrano che mi si arrotola sulla schiena, e
il gelo dei lastroni di sasso che si appiccica alla pelle
delle mani. Esplode subito. Polvere e schegge piovono tutto
attorno. Mi accuccio vicino al muro per rendermi conto della
situazione. Poi mi rialzo per correre verso il portone, e
allo stesso tempo butto la seconda bomba in mezzo al fumo
che si sta diradando lentamente.
Su quell’auto, oltre quel muro di fumo grigio, erano
in tre, quella carogna in divisa nera del Calogero Barbetta
e due tirapiedi, e credo che di loro sia rimasto ben poco,
e lo penso mentre a testa bassa mi infilo nel portone pronto
a sparire da quel posto il più in fretta possibile.
E’ una di quelle
giornate in cui pensi che è difficile vivere. O che
addirittura non vorresti neanche essere mai venuto al mondo.
E pensi queste due cose solo perché sei convinto che
sia immorale e irresponsabile cercare la terza soluzione,
ovvero, puntare la canna del fucile contro te stesso. Ma sono
abituato a vivere tra sbalzi d’umore e pensieri cupi.
Mi passo le mani nei capelli mentre butto giù i piedi
dalla branda e il pastrano mi scivola di dosso. Bevo un po’
di caffè avanzato nel bicchiere dalla sera prima. E’
amaro, quasi sgradevole. Mi sento la bocca stanca e fredda,
dura, come quando la rabbia ti rode dentro e non vedi soluzioni
per la vita. Ho anche gli occhi stanchi, come se fossero pieni
di sabbia. Forse perché non ho dormito.
Sono passate ventiquattro ore dall’attentato, e, dalle
informazioni che abbiamo, la rappresaglia di tedeschi e fascisti
è spietata. Stanno rastrellando la città come
non era mai successo prima, e un sacco di gente è finita
in carcere, trasportata come vitelli su camion che sono andati
su e giù senza sosta per tutte queste ore. Un lugubre
presagio. Ho paura per me. Per noi. E per loro. Ma non lo
dico.
“Sono come cani affamati - Tarzan cerca di ridere mentre
dice queste cose, forse per sdrammatizzare, o per togliersi
la paura di dosso, forse per far vedere che è forte,
e senza scrupoli sulla coscienza. E’ lui che fa la spola
per portare cibo e notizie. - se riescono a metterci le mani
addosso di noi non resta più nulla.” E stringe
la testa di Attila, prendendolo alle spalle, e fingendo di
mordergliela come un mostro delle favole. Attila prima brontola,
poi ride anche lui. Non sono tante le occasioni per farlo,
e allora ci siamo accorti che ci basta poco per approfittare
di una mezza risata liberatoria. Attila sembra invisibile,
è quello che non parla mai, non domanda, lui ascolta
e sorride sempre, senza mai staccarsi dalla sua arma. Le teniamo
vicine a noi come cuccioli da accudire.
“Se reagiscono così vuol dire che hanno paura.”
Commenta Tom, e tutti noi scrolliamo la testa per dire che
siamo d’accordo. Ci temono, e questo è un segno
della loro debolezza. Temono soprattutto che noi possiamo
diventare un esempio da seguire. Siamo un virus da debellare
il più in fretta possibile.
“Forse è il segnale che stanno per crollare.”
Aggiungo io, e vorrei dire anche che, secondo me, ne abbiamo
ancora per qualche mese di questa vita schifosa, e poi l’incubo
finirà. Ma non ho lo stato d’animo per rassicurare
nessuno, e sto zitto.
Mi avvicino al pianoforte. Me lo ricordo messo lì da
sempre, mezzo traballante e con l’avorio dei tasti ormai
giallo come polenta. Faccio un paio d’accordi stando
in piedi, giusto per spezzare la tensione delle dita.
“Io invece suono la grancassa nella banda del paese.”
Mi dice Cico mettendosi dietro di me. Me lo dice tutte le
volte, ma preferisco non farglielo notare. Non ho nemmeno
lo spirito per prendere in giro qualcuno. Poi Tonio mi dice
dai, suonaci qualcosa. E io mi siedo e incomincio con gli
stessi pezzi che suono da sempre, le uniche melodie che conosco.
Attacco con il Notturno di Chopin facendo i salti mortali
tra tasti che mancano e altri scordati. E’ stata Loretta
ad insegnarmeli negli anni in cui eravamo giovani e fidanzati,
seduti sugli stessi banchi del Ginnasio, con la prospettiva
di sposarci appena io avessi finito gli studi. Volevo studiare
letteratura, greco e latino, i classici e i moderni senza
distinzione alcuna, e fare l’insegnante di Liceo, anche
se mia madre mi ripeteva che a insegnare si guadagna poco,
e si fa tanta fatica a imparare. Meglio fare il dottore.
Ma io non mi sentivo portato a sopportare i dolori degli altri.
Esattamente quello che mi turba adesso, da quando ho saputo
dei rastrellamenti. Mi spaventa l’idea che qualcuno
paghi per qualcosa che non ha fatto, che la barbarie dei nostri
nemici sputi sulle più elementari regole del diritto,
e che punisca innocenti anziché venire da a noi, a
guardarci negli occhi, a misurarsi ad armi pari.
“Sono convinti che non abbiamo fatto in tempo a uscire
dalla città. - dice Tarzan. – Sono nervosi e
hanno paura di perdere il controllo della situazione. Hanno
messo in giro degli avvisi, ci danno un giorno per arrenderci…”
“E poi?” chiede Cico grattandosi la testa sotto
il cappello di lana. Nessuno parla, anche se tutti noi conosciamo
la risposta. I tedeschi vogliono la banda del comandante Loris
al completo per appendere pure noi ad un albero in piazza.
Altrimenti trenta persone finiranno davanti al plotone d’esecuzione.
Dieci per ogni morto.
Noi invece siamo al sicuro in questa vecchia cascina dove
mi portavo Loretta ad amoreggiare sopra ad un materasso di
foglie. La baciavo sul collo e le accarezzavo il seno, e se
esageravo un po’ mi diceva di smetterla, e mi dava uno
schiaffo sulle mani, e metteva il broncio perché ero
poco serio.
La notizia dei rastrellamenti è dura da mandare giù.
Per ognuno di noi.
“Questa guerra deve finire. – dice Cico - E presto.”
“Dobbiamo eliminare lo sterco che Hitler e Mussolini
hanno rovesciato su tutta l’Europa.” Gli fa eco
Tom.
“E per farlo bisogna prendere la ramazza, - dice Tonio
– ma lo sappiamo che quando si spala merda si finisce
sempre per sporcarsi le mani.”
“Ma alla fine si respira aria pulita.”
“Non abbiamo nulla da recriminare – dico io, come
è giusto che dica un capo – nulla di cui ci dobbiamo
vergognare o pentire, siamo dei combattenti e abbiamo fatto
il nostro dovere fino in fondo.”
Nessuna sembra aver voglia di andare avanti con quel discorso.
Ognuno, con i suoi dubbi e le sue certezze, è nudo
di fronte a se stesso, pronto a fare i conti con il proprio
cuore e i propri pensieri. Si parla poco, non si discute di
nulla, la politica, per una volta, è finita in un angolo,
dell’amore non si sa cosa dire, ce lo stiamo dimenticando
tutti, intrappolati qui dentro senza poterci neanche lontanamente
immaginare il corpo o il sorriso di una donna. Meglio tenere
lontane le tentazioni. Tutti abbiamo gli stessi pensieri e
turbamenti ma nessuno osa confessarlo, perché, appena
svelato il dubbio, bisogna essere pronti a trovare risposte
convincenti. Non si può neanche cedere al ricatto infame
dei macellai nazisti che occupano casa nostra.
Quando entriamo in azione ci sorregge l’ideale. Ma questa
volta è il nostro senso di umanità che viene
messo a dura prova. In più siamo isolati, senza contatti
con altri gruppi partigiani, interrotti dalla massiccia presenza
di tedeschi in zona. Mancano ordini chiari.
In queste ore si dorme. A turni. Si ingrassano le scarpe.
Si gioca a scopa. Si vince e si perde, ma il tutto scorre
senza lasciare segni. Poi a un certo punto Tarzan si alza.
“Torno in città.” Dice. Lo seguo mentre
esce, lo vedo saltare sulla bici e allontanarsi pedalando
con il culo sollevato dal sellino. Guardo la campagna con
occhi socchiusi, come un gatto sul muro di casa, e cerco di
assorbire la pioggia di luce azzurra che carica di vita i
pochi colori dell’inverno. L’umidità della
notte e il gelo del giorno hanno trasformato gli alberi in
figure geometriche, stilizzate, coperti da una ragnatela fitta
e sottile di cristalli di ghiaccio.
Provo a interrogarmi in silenzio. Ho una specie di ferita
dolorosa dentro di me, dalla quale sembra colare il succo
della mia solitudine e della mia tristezza. Sono due anni
che fuggo e mi sono sempre chiesto dove sta la mia libertà,
se c’è differenza a vivere braccato guardandomi
alle spalle ogni istante, o a stare dietro le sbarre di una
galera sotto gli occhi dei secondini. Forse l’unica
differenza è che in galera non si sente l’odore
aspro della campagna d’inverno, l’odore del mattino
delle zolle aride e dure, della terra che diventa umida con
la notte. Gli odori e i rumori sono quanto mi resta ancora
per cogliere la bellezza di certi angoli della vita.
La mia fuga dal reggimento è finita nella città
dove sono nato e cresciuto, l’unico posto al mondo dove
mi sarei sentito tranquillo qualunque cosa avessi deciso di
fare. Sono tornato senza farmi vedere da nessuno di quelli
che conosco, facendo avere poche notizie a mia madre, per
dirle della scelta che avevo fatto, e che mi sentivo con la
coscienza a posto. Niente era cambiato dal giorno che ero
partito con i gradi da tenente. Stesso posto, stesse facce,
stessi nomi, negozi e vetrine. Stessi capoccia fascisti. E
non mi sarei mai immaginato, allora, che sarei stato proprio
io quello che avrebbe fatto saltare in aria quel boia di Calogero
Barbetta.
Penso a Loretta.
Non la vedo da due anni. Penso a questo amore abbandonato,
così senza una parola, un saluto, una spiegazione.
Così, semplicemente travolto dagli eventi.
Penso a Lorella che non conoscerà mai il comandante
Loris, e con lui nemmeno il vero volto dell’uomo con
cui faceva progetti per il futuro. E nel suo cuore forse non
pensava neanche che potesse mai esistere un comandante Loris.
Comandante Loris. Un uomo sconosciuto anche a me stesso fino
ad un anno fa, capace di accettare l’omicidio come una
parte necessaria della lotta politica. Credo che pochi accettino
l’idea di far saltare in aria con una bomba a mano un
altro uomo. Anche se si tratta di un nemico. Ma succede. Più
di quanto si possa pensare. E ognuno trova la sua motivazione.
Nell’ignoranza, nella superbia, nella gelosia, oppure
nell’ideologia. Ma alla fine ognuno, per necessità
o per virtù è capace di premere con un dito
un maledetto grilletto, oppure di strappare con i denti un
anello di metallo. E fare esplodere la testa e il cuore di
un suo simile.
L’eccesso. Ecco cosa sta dietro la morte.
Un eccesso. Un eccesso di mille cose che sfuggono al controllo
della ragione, dell’umanità, intrecciate tra
loro a formare una matassa di cui si perde il capo.
Tutti quelli che combattono con me mi chiamano Loris. Ancora
un po’ che duri questa maledetta guerra e dimenticherò
anche il mio vero nome. E vivere con un nome che non ti appartiene
è la più grande menzogna che puoi dire a te
stesso. Tutto questo rientra nella logica della guerra. E
quando la guerra è clandestina come la nostra non si
tratta più solo di pensare o la tua pelle o la mia
come succedeva in trincea, ma anche di dover credere fino
in fondo che sei spinto dall’idea che solo un’altra
guerra può far finire la guerra originaria.
Guardo verso il cielo il fumo della sigaretta mescolarsi al
vapore del respiro, e un rumore mi distrae. Vedo spuntare
la bici di Tarzan. Sta tornando indietro di corsa.
“Una pattuglia… - mi dice saltando giù
dal sellino con l’ansia che gli scuote il petto –
…tedeschi, e stanno venendo da questa parte.”
“Dobbiamo andarcene via.” dico io infilandomi
in casa. E’ questione di un attimo, e siamo tutti pronti,
scarponi nei piedi, tascapane a tracolla e armi in mano. Lasciamo
tutto com’è, e usciamo da dietro in fila indiana
con la schiena curva. Non abbiamo neanche il tempo d’aver
paura. Poco distante c’è una piccola altura.
Dobbiamo raggiungerla a tutti i costi. E’ il posto migliore
per nasconderci o per difenderci senza rischiare di finire
accerchiati. Esco per ultimo, butto uno sguardo alle mie spalle,
non c’è nemmeno il tempo per mettere in ordine
i pensieri, i ricordi o per suonare Chopin un’ultima
volta. Siamo stritolati da un meccanismo di forza che sembra
essere l’unico argine alla barbarie del nostro nemico.
Saltiamo al di là dell’altura con il gelo della
campagna che ci sferza la pelle. Ci buttiamo pancia a terra.
Vediamo i primi elmetti tedeschi sbucare attorno alla casa,
sentiamo le prime parole secche, dure, spigolose. La lingua
italiana nelle loro bocche sembra stridere come unghie sul
vetro. Incominciano ad agitarsi, a muoversi stando in allerta.
Si guardano attorno e stringono le armi come fossero funi
per aggrapparsi alla vita.
Non so cosa succederà da qui a poco. Forse niente,
forse di tutto. Forse scoppierà una piccola battaglia,
una delle tante nel mezzo di una grande guerra. Un pezzo di
esercito grande che combatterà senza coprirsi di gloria
contro una piccola banda mezza disarmata.
Cico e Tarzan sono stesi alla mia destra. A sinistra gli altri.
Tom, Attila, Tonio. Li guardo, e capisco che posso contare
su di loro. Se servirà saranno pronti a combattere
adesso per godersi, dopo, la fine di questo incubo.
|