| Valter
Malenotti
ODORE DI VIOLE
Quello che avverto
è un profumo delicato. Apro gli occhi. Un gruppetto
di viole fa capolino dall’erba a pochi centimetri dalla
mia faccia. Sono appoggiato su di un soffice cuscino d’erba
umida. Non v’è alcun rumore, neppure il canto
degli uccelli. Solo quel profumo, quei delicati fiorellini.
La dolce fragranza si fa strada nel mio cervello. Esplode
in una visione che riconosco all’istante. Adele, con
i suoi lunghi capelli castani abbandonati sulle spalle, gli
occhi profondi e azzurri come un laghetto di montagna. Lei,
aveva quel profumo.
L’avevo vista appena ieri l’Adele. “Ciao”
mi ha detto, “che bella bicicletta!” Mi sono fermato
accanto con una poderosa frenata della mia bicicletta nuova.
Nuova per modo di dire. L’avevo acquistata per poche
lire dalla sciura Lidia. Era di suo figlio che faceva l’alpino.
E’ morto in Russia. Comunque era la mia prima bicicletta
e ne andavo fiero.
Le ho fatto un gran sorriso. Poi mi sono fatto un gran coraggio.
E mentre le chiedevo se domenica sarebbe venuta a fare un
giro sulla mia bici, mi sono sentito le guance in fiamme.
Lei aveva annuito diventando di porpora. Allora mi sono chinato
veloce e l’ho baciata sulla guancia e sono pedalato
via. “A domenica allora!” Le ho gridato, spingendo
forte sui pedali, ancora inebriato da quel profumo che –
solo ora lo so – è profumo di violette.
L’Adele ha quindici anni. La mia stessa età.
La conosco da sempre. E da sempre l’amo. Era la prima
volta però che mi scoprivo in tal modo. Questa domenica
l’avrei portata all’imbarcadero, sul lago. Mi
piace l’odore del lago. Lì prenderemo posto al
tavolino in quel caffè dove fanno anche i gelati. La
sposerò un giorno l’Adele, lo so. L’ho
sempre saputo.
Ora avverto altri odori. Odori meno piacevoli. Di colpo mi
ricordo di questa mattina. Ero sulla strada. La solita strada
polverosa che calpesto tutti i santi giorni per andare al
lavoro. La strada che già da qualche giorno divoro
solcandola con la mia bicicletta nuova. D’un tratto
ho sentito un ruggito di motori. Da dietro la curva mi è
sbucata davanti una motocarrozzetta montata da due soldati.
Sono sfrecciati via lasciandomi le narici costipate dalla
polvere. Subito dopo compare un camion. E’ un mezzo
militare, tedesco. Il polverone che alza quello quando lo
incrocio è ancora più grande. Sono costretto
a fermarmi per tapparmi la bocca con il collo della camicia
e sfregarmi gli occhi con la mano. Poi, un fischio acuto di
freni mi fa voltare indietro. In tempo per vedere due soldati
tedeschi grandi e grossi che spuntano dalla nuvola di polvere.
Erano spaventosi. Indossavano divise mimetiche e portavano
nastri di proiettili a tracolla. Ma quello che mi ha fatto
più paura erano gli occhi. Da quelle facce barbute
bruciate dal sole spiccava uno sguardo di ghiaccio. Spietato.
Mi hanno afferrato per le braccia alzandomi di peso e trascinandomi
verso il mezzo. A nulla sono valse le mie proteste. Mi hanno
caricato a forza sul cassone mentre davo un ultimo sguardo
alla mia bici nuova. Giaceva sul ciglio della strada come
un cavallo agonizzante. Con la ruota anteriore girata verso
l’alto. Come se volesse urlare.
L’aria è quasi irrespirabile sotto i teloni che
coprono il cassone. La polvere, il gas di scarico, l’odore
di corpi non lavati. E un altro odore che non riesco ad associare
a nulla, fino a quando i miei occhi si abituano alla semioscurità.
E vedo. Il camion è pieno di gente. Tutti uomini, giovani.
Alcuni mi salutano. Li riconosco, sono della zona. So che
erano in montagna con i partigiani. Ma la maggior parte sono
forestieri. Vestono abiti civili logori e sporchi. Sporchi
di sangue. Certi indossano delle vecchie divise italiane.
Cert’altri delle divise che non ho mai visto, forse
inglesi. I volti scavati sono tumefatti. Gli occhi…
Guardandoli comprendo quell’odore sconosciuto. E’
paura. Alcuni si tengono le mani in grembo. Hanno le dita
gonfie. Al posto delle unghie grumi di sangue nero. Uno che
conosco mi chiede cosa ci faccio lì. “Boh”,
gli rispondo che stavo andando a lavorare… “Bastèrd!”
fa lui con rabbia. Poi mi chiede se ho dell’acqua. Faccio
cenno di no con la testa. Ha una sete terribile. Tutti quanti
ce l’hanno. Stanno morendo di sete.
Faccio loro delle domande. La paura mi sta contagiando. Rispondono
che i tüdar hanno fatto un gran rastrellamento. Dicono
quindicimila uomini, forse di più, tra S.S. e reparti
fascisti. Hanno impiegato addirittura gli aerei. “Stukas:
arrivavano giù in picchiata come falchi a mitragliarci.
Un inferno!” “Tutte le baite bruciate!”
“Hanno bruciato vivi due dei nostri!” “Han
cupà anca un bocia! Aveva solo nove anni…”
Si sfogavano. Non consideravano che ero solo un ragazzo. Ma
non potevano farlo. Avevano solo pochi anni più di
me. Un paio di loro, anzi, potevano avere la mia stessa età.
Mi veniva da piangere. Ma non l’ho fatto. Nessuno di
loro versava una lacrima nonostante tutto. Ho voluto sapere
perché li avevano maltrattati così. Allora mi
hanno raccontato delle cantine dell’asilo dove li avevano
portati. Le botte, le bastonate, le frustate. Le immersioni
nella vasca d’acqua ghiacciata e in quella d’acqua
bollente. Le mani fissate con dei morsetti ad un tavolaccio,
dove gli applicavano degli uncini alla base delle unghie,
e tiravano, lentamente, fino a strappargliele.
Ho ascoltato per un po’. Poi ho cercato di pensare ad
altro. Alla mia Adele per esempio. Ma non ci riuscivo. Sapevo
che la guerra era una brutta faccenda. Avevo già sentito
racconti terribili. Ma adesso c’ero proprio io in mezzo.
Rabbrividivo, malgrado il caldo soffocante. La guerra non
risparmiava nessuno. Nemmeno gl’innocenti. Se avevano
fatto quelle cose in un asilo… Non riuscivo ad associare
quel luogo alle torture. D'altronde avevano ammazzato un bambino
lassù in montagna. Il figlio di un pastore, è
probabile. Non avrebbero avuto nessuna pietà anche
con me. L’ho capito subito. Dagli occhi dei due soldati
che mi avevano preso. Perché? Mi chiedevo in continuazione.
Perché queste persone, i tedeschi, venivano a casa
nostra a farci del male? Perché erano aiutati in questo
dai nostri stessi compatrioti? Quelli lì con le camice
nere che, a volte, erano peggio dei tüdar? Non trovavo
un perché. Non lo trovavo nemmeno negli occhi dei miei
compagni di sventura. Vedevo solo sofferenza, paura, ma anche
rabbia, risolutezza.
Ho chiesto ad un giovane col cappello alpino dove ci stavano
portando. Mi ricordava il povero figlio della sciura Lidia.
Aveva scosso la testa. “Ci hanno levato i portafogli
e stracciato i documenti. L’è mia ‘na bèla
roba…” Non capivo cosa voleva dire. Che non era
una bella cosa era chiaro. Ma perché avevano preso
anche me? Io non ero un combattente. Andavo a lavorare, con
la mia bicicletta nuova. Io volevo solo vivere in pace. Sposarmi
l’Adele. Avere una famiglia. Ed i miei genitori? Quando
stasera non m’avrebbero visto tornare si sarebbero preoccupati.
Dovevo assolutamente far sapere loro qualcosa.
Intanto gli altri discutevano tra loro. “Mi sa che ci
deportano” aveva detto uno. “Vedrai che i nostri
compagni vengono a liberarci” aveva detto un altro.
“L’è mia ‘na bèla roba…”
mormorava quello con il cappello alpino.
Tra una cosa e l’altra
arriviamo in paese che il sole è ormai alto. E’
una giornata calda e afosa. Siamo a giugno inoltrato. La mia
bocca e la mia gola cominciano a seccarsi. Capisco appieno
la sofferenza degli altri. Stanno impazzendo. E’ tutta
la mattina che ci scarrozzano da un posto all’altro.
Stipati come bestie.
Veniamo strappati giù dal camion senza alcun riguardo.
Ci sono anche dei militi della Decima Mas assieme ai tedeschi.
Tra i tedeschi ci sono altri soldati dall’aria strana.
Hanno visi tondi e occhi orientali. “Mongoli”
mi dice uno dei partigiani che conoscevo. “Sono ex soldati
dell’Armata Rossa passati alle S.S.”. Mi ricordo
di Gengis Khan. L’avevo studiato a scuola. Quel condottiero
sanguinario però non riuscivo a metterlo in relazione
con quegli uomini piccoli e tarchiati dallo sguardo pacifico.
Mi terrorizzavano di più i tedeschi, con quei loro
comandi secchi e quegli occhi chiari.
Il partigiano con il cappello alpino mi cinge le spalle con
un braccio e mi fa girare verso un gruppetto di militi della
Repubblica Sociale. Hanno tutti, a tracolla appoggiato sullo
stomaco, un mitra dalla grossa canna lucida piena di fori
tondi. Guardo spaventato il partigiano. Lui però non
si fa problemi, chiama ad alta voce il comandante del manipolo.
“C’è stato un errore” dice, “questo
ragazzo l’hanno arrestato senza motivo i vostri amici
tedeschi. Non dovrebbe esser qua…”
L’ufficiale ha un viso slavato. Mi fissa per un attimo.
Agli angoli della bocca gli si disegna un ghigno beffardo.
Poi ritorna cupo. Parla in modo perentorio, solenne: “L’errore
l’avete fatto voi a tradire la Patria. Banditi! Siete
tutti colpevoli ora. Nessuno escluso!”
Il mio compagno fa per replicare, ma il calcio di un mauser
tedesco gli si abbatte sulla schiena e lo fa barcollare. A
spintoni ci fanno tornare in fila con gli altri. Siamo di
fronte ad una villa signorile che si affaccia sul lago. E’
il comando delle S.S.. Ci portano sulla riva. Abbiamo la costruzione
alle spalle. Tutti in fila. Davanti a noi il lago, immobile,
come pietrificato dal caldo e dall’afa. Pare una gigantesca
lastra di serpentino. Aspiro l’odore dell’acqua,
più pungente del solito. Poco oltre c’è
l’imbarcadero e il caffè dove fanno anche i gelati.
M’immagino l’Adele che si gusta il suo gelato
accanto a me. La mia bici appoggiata alla ringhiera. Sento
appena le sicure dei mauser che scattano alle nostre spalle.
Mi pare di sognare. Non riesco più a capire qual’è
il sogno e quale la realtà. Poi sento una voce forte,
in tedesco. Proviene dalla villa. Ritorno all’incubo
della realtà. Gli ufficiali discutono. Poco dopo l’ufficiale
dei marò ci ordina di voltarci. Ci fanno mettere in
fila per tre. Come a scuola. Dall’entrata della villa
viene un po’ di trambusto. Vedo altri prigionieri sospinti
giù dalla scalinata. Portano un grosso cartello. In
mezzo a loro c’è anche una donna.
Avrà avuto trent’anni.
Carina. Pareva la mia maestra di scuola. La mettono davanti
alla fila, tra due prigionieri che reggono il cartello. Ci
sono scritte più o meno le solite cose. Che siamo dei
banditi e così via. Io non mi sento un bandito. Me
la danno loro l’idea dei banditi. Con tutte quelle armi,
quella prepotenza.
Ci fanno sfilare sul lungolago. Deserto. Non ho idea di ciò
che vogliono farci. Se ci volevano fucilare l’avevano
già fatto lì davanti al comando. Qualcuno dice
che forse vogliono fare uno scambio di prigionieri. Mal che
vada, dicono, ci deportano. L’alpino non dice nulla,
serra le labbra e scuote la testa. Io però voglio credere
alle voci degli altri. Mi sento un po’ più sollevato.
Guardo indietro verso l’imbarcadero. A domenica, dico
dentro di me. Forse è solo un’azione dimostrativa.
Hanno inscenato tutto questo per ammonire la popolazione a
non schierarsi con i ribelli. Li guardo, questi ribelli. Si
trascinano. La sete è sempre più implacabile.
Il sangue è raggrumato sui visi, le mani, i vestiti.
Hanno subito privazioni anche prima di essere catturati. La
fame li accompagnava già da giorni su in montagna.
Uno mi confessa d’aver mangiato una capra. Cruda. Ma
non parla quasi più nessuno ormai. La lingua gonfia,
la stanchezza… Fuori dal paese ci fanno risalire sul
camion. Forse la sceneggiata è finita. Forse adesso
ci portano allo scambio dei prigionieri. E’ quasi una
certezza. La situazione si risolve. Non è possibile
altro. Però dopo pochi minuti ci fanno ridiscendere
dal camion. Siamo all’entrata di un altro paese. La
stessa sfilata. Col cartello. Le spinte e le minacce. In giro
neanche un’anima come prima.
E continuiamo, la marcia faticosa attraverso i paesi. E di
nuovo sul camion. E ancora a piedi. Lo spettacolo è
lungo. Comincio a perdere un po’ le speranze. Vorrei
vedere qualcuno, in modo da avvisare i miei. Avvisare la mia
Adele, e gli dica che tornerò presto. Ma le porte sono
tutte chiuse. Le persiane serrate. Solo le montagne attorno
ci osservano. Silenziose. Tristi. Insanguinate.
Penso di fuggire. Ma la sorveglianza è strettissima.
Ci sono postazioni di mitragliatrici un po’ ovunque
dalla parte del bosco a monte della strada. Non ho il coraggio
di tentare. Mi sento stanchissimo. Il caldo schiaccia, appesantisce,
e la sete brucia la gola. Alcuni inciampano, cadono. Sono
risollevati a calci. Appena fuori dall’ultimo paese
non ci ricaricano sul camion. Stavolta ci fermiamo. Davanti
a noi una fontana. L’acqua zampilla fresca e gorgogliante.
I miei compagni fissano quel getto cristallino con gli occhi
fuori dalle orbite. Finalmente, ci diciamo. Però non
ci permettono di muovere neanche un passo. I tedeschi a turno
si servono della fontana. Si sciacquano il viso, il collo,
bevono soddisfatti. Si schizzano l’acqua addosso, scherzosi.
Sembrano di buon umore. Aspettiamo fiduciosi il nostro turno.
Ma quando l’ultimo tedesco si è dissetato, ci
fanno rimettere in marcia. Molti di noi bestemmiano, insultano.
Il calcio dei fucili però fa ritornare il silenzio.
Usciamo dalla strada. Attraversiamo un grande prato. Poi scendiamo
per una piccola scarpata. In fondo scorre un canale che forma
una grande pozza circondata da un canneto e bosco di ontano.
L’alpino di fianco a me ripete la solita frase: “L’è
mia ‘na bèla roba… par gnent!”
Mi spingono giù, sulla
sabbia umida. Siamo tutti pancia a terra. La maggior parte
guarda l’acqua torbida del canale. Io m’accontento
del contatto con la sabbia bagnata. Intanto il cielo si copre
di nuvole pesanti. Il clima è asfissiante. I comandi
degli ufficiali tedeschi si fanno frenetici. Avverto movimenti
decisi, simmetrici. Quindi, una certa calma. Vengono sollevati
di peso tre di noi, fra cui la donna. Li sospingono verso
il canale, di spalle. Dietro di loro, a poca distanza, un
muro d’elmetti e fucili. Il comandante tedesco scaglia
secco l’ordine. La donna grida qualcosa. Il lampo e
il tuono dei fucili sovrastano tutto. I tre cadono come pupazzi.
Qualcosa cade e s’infrange pure dentro di me.
Così, tre alla volta, s’annullano tutte le speranze,
le certezze, i valori, l’onore, la pietà…
Arriva il mio turno. Ho quindici anni. Ci sospingono a forza
verso il greto del canale. L’alpino mi stringe a sé
con il braccio sinistro, con l’altro abbraccia un ragazzo
poco più grande di me. Fa in tempo a dire: “Sü
matai, cercùma da crepà cuma as deu…”*
Adesso inizio a comprendere
che l’erba su cui sono sdraiato è umida di sangue.
Del mio sangue. È una sensazione sgradevole. Mi sento
la faccia tutta appiccicosa. Però non avverto alcun
dolore. Forse sono morto. No, mi sbaglio. Le mie orecchie
hanno ricominciato ad udire. Ecco uno sparo! Singolo, non
una scarica come prima. Una manciata di secondi e: altro sparo!
Stanno dando il colpo di grazia ai moribondi. Probabilmente
è un ufficiale. Ad ogni sparo un bossolo cade con un
leggero tintinnio. Non avverto il ferro della canna sulla
nuca, ma ne sento il calore. Allora chiudo gli occhi. Inalo
il profumo dolce delle violette e lo trattengo a me, come
quando si prende fiato prima di un’immersione. E ho
davanti la mia Adele, in tutta la sua profumata freschezza,
in tutta la sua vitale giovinezza.
Non l’avrei mai immaginato così dolce, l’odore
della morte.
* Su ragazzi, cerchiamo
di crepare come si deve…
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