| Roberta
Lepri
PABLO SULLA RIVA DEL MARE
Mougins, 26 luglio
1937
Tutto è triste,
mio amor, tutto è distrutto, a parte il mare, che mi
accoglie ogni sera. Ho completato la grande tela, ed ho fatto
urlare la madre con il bimbo straziato, ed il suo uomo strappato
alla vita.
E’ facile, togliere l’anima alla gente, mio amor,
basta l’indifferenza. Anche tu, con me, lo fai. Non
capisci i miei silenzi, non li apprezzi. E neanche i sorrisi.
La mia esistenza, ieri, sembrava finita, e così il
giorno precedente, e quello prima ancora. Un ripetersi di
giornate che terminano sul far della sera, e sulla riva del
mare. Alla spiaggia io vado, sempre, per morire, ed inevitabilmente
rinasco.
A Parigi hanno detto che sono un genio: per via della grandezza
dell’opera, forse. Volevano un quadro per la pace, ed
io l’ho fatto sulla guerra: l’unico sistema perché
la gente apra gli occhi, querida, è quello dell’orrore.
C’è bisogno della carne, mio amor, che ci genera
e poi ci lascia, e tanto peggio se ci lascia di strazio e
di merda, con le viscere tra le mani e lo sguardo acquoso
di un toro che voleva farsi minotauro, ed eliminare vergini
a sazietà, ma non c’è riuscito. Quella
miscela di sangue ed ossa e nervi, e tendini, non può
conoscere se non la tensione, che è già morte
nell’atto stesso del movimento. Ma guai a ricordarglielo,
alla gente.
Loro vogliono palome con l’olivo nel becco, e forse
gli daremo anche quelle, mio amor, quando non sapranno che
farsene, perché allora gli assegneranno il loro giusto
valore. Invece io adesso gli ho costruito qualcosa di cui
non potranno più liberarsi. Mentre creavo, piangevo
e bestemmiavo. Cioè, pregavo, che è l’essenza
vera dell’imprecazione. Il mio dipinto si alza con il
pugno chiuso al cielo, ed urla, come dovrebbe essere. E’
impregnato di bestemmie, e così anche quelli che lo
osserveranno, dovranno urlare e piangere, e tirarsi via i
capelli.
Dovranno vergognarsi, per essere ancora vivi, e metterlo nella
memoria da consegnare ai figli dei figli, dentro le loro vene.
Mio amor, stasera è così limpido. Dove sei?
Ho bisogno di te, per parlare e gustare del buon vino. Lo
so, a te non piace bere, ma come posso, assaggiare ancora
questa vita, se non ci sei tu con me? Proprio non sai niente
del mio valore, se c’è. Non fai un passo per
apprezzarlo. Dunque, capisci quello che faccio per ciò
che è, senza le pretese degli altri.
Se l’essenziale, come dicono, non si vede con gli occhi,
la mia arte è allora nel tuo cuore, più che
nel mio.
Ti aspetto, Dora, non tardare
Tuo, Pablo
Piegò il foglio, ma
nel farlo un angolo andò storto, ed allora lo ripiegò
e gli dette la forma di una piccola barca. La sua firma era
visibile quasi sulla sommità della piccola prua, o
forse non era quella, la prua, anche se a lui piaceva pensarla
così.
Guardò gli avanzi della cena sul tavolo, e si chiese
perché mai quello di sparecchiare fosse un mestiere
da femmine. Non voleva che Dora dovesse un giorno farlo, detestava
che le sue donne diventassero schiave di una vita qualunque,
per permettere a lui di vivere al di sopra del resto.
Ma forse era inevitabile.
I loro sguardi adoranti lo nutrivano, trapassavano la sua
schiena mentre era al lavoro davanti alle tele. L’amore
lo attraversava, e finiva sul quadro.
Rise tra sé, perché capiva di essere soltanto
un filtro tra la bellezza del mondo e la sua rappresentazione,
tra la morte e l’infinito, il brutto e la sua idea reale,
il dolore e la sfida a sopravvivergli. Lui era un colino,
attraverso cui filtrava la storia. I suoi quadri erano ciò
che rimaneva di quel passaggio.
Marie Thérèse lo stava osservando da una tela
ancora fresca di pittura, le aveva fatto unghie e labbra gialle
e seni grandi, dello stesso colore. Aveva un’aria così
misteriosa, la madre della sua piccola Maia. Sua moglie. Perché
lui non l’amava più?
La risposta era la piccola barca di carta sul tavolo, ed una
spina nel cuore.
Si erano incontrati per delle foto da scattare al grande dipinto.
La fotografa Dora aveva voluto farle così, mentre Guernica
era in progettazione, quando era ancora un’idea, e poi
via via che progrediva, mentre ancora la città vera
bruciava, e si seppellivano i morti.
Lui non aveva sentito la sua adorazione, forse era stato questo,
a colpirlo. Non lo amava. Per lei, semplicemente, Pablo non
esisteva. Soltanto il grande dipinto pareva interessarla davvero.
Ne parlava continuamente, ed aveva continuato così,
per settimane, anche dopo che lui l’aveva baciata. Lei
era innamorata solo del quadro. Si era lasciata baciare, nient’altro.
E di quel momento, ora lui viveva.
Pablo si grattò pensieroso la tempia, continuando ad
accarezzarsi la nuca glabra ed abbronzata. La finestra aperta
lo invitava verso il mare, che profumava e lo aspettava, come
ogni sera.
Come ogni sera, da quando aveva conosciuto Dora, decise di
morire. Del resto, aveva fatto tutto il possibile, per sé
e per gli altri.
Perché vivere, senza amore?
Uscì dall’hotel Vaste Horizon, e si incamminò
sulla passeggiata. Gli alberi erano ancora visibili nel chiarore
residuo dell’ultima luce solare, pronti nell’oscurità
a trasformarsi in presenze minacciose. Le bancarelle erano
chiuse, e, solitarie come rocce, facevano già parte
della marina. Gustò lentamente la sensazione della
sabbia sotto i piedi, già umida sulla superficie, ma
ancora calda, al di sotto. I sandali li aveva lasciati sul
muretto.
Riuscì ancora a distinguere le sagome di tre barche,
tirate in secca dai pescatori. Ad una di quelle si appoggiò,
per aspettare la notte. Invece era la notte, ad attenderlo;
e lui era arrivato. Nella bocca aveva ancora il gusto del
caffè all’anice, bevuto prima di uscire.
Il desiderio per Dora lo prese disperatamente, mentre lo attraversò
il pensiero di riversarle in bocca quel sapore. Avrebbero
potuto fare l’amore dentro una di quelle piccole barche.
Forse c’era chi lo stava facendo, al posto loro.
Perché non riesci a provare quello che io provo?
Era stato lo stesso con Fernand, la sua prima moglie, ed Olga,
la prima amante, e poi con Marie - Thérèse ?
Oppure adesso stava tornando indietro nel tempo, ed era davvero
pronto, per essere un bambino e costruire barchette di carta?
Cos’era quella sensazione di immensa lievità,
che soltanto con Dora riusciva a provare, e che voleva ancora
ed ancora, per sempre?
Ora che lui aveva ricchezze ed onori, avrebbe voluto tornare
ad essere la prima cosa che gli era toccata in sorte, nato
morto e lasciato sul tavolo freddo da un’ostetrica frettolosa,
se non poteva essere amato da Dora. Non sapeva fare a meno
del pensiero di lei, e dei fantasmi di ognuno di quei giorni
che trascorreva lontana.
Ho fatto quello che dovevo fare, questo gli aveva detto Dora,
posando sul tavolo le foto di Guernica. Senza dubbio, un buon
lavoro. Lei parlava e lo guardava senza vederlo, era soltanto
il grande quadro, ad interessarla. Se n’era andata senza
un sorriso.
Perciò sarebbe morto, quella sera, sulla riva del mare.
Questi erano pensieri liquidi, veloci ed argentati, come quando
si passano le mani alla svelta nell’acqua salata, di
notte. Migliaia di esseri imprendibili, luminosi e reali,
si muovono sulla superficie. Morire per amore gli sembrava
ben fatto, molto meno stupido che andare in guerra, comunque.
Anche le altre sue donne erano sembrate importanti, a prima
vista. Alcune, insostituibili. Eppure non riusciva a ricordare
l’odore della loro pelle, e neanche uno dei baci ricevuti.
Cos’era che gli diceva Marie- Thérèse,
quando ne sfiorava la pelle nuda? Ma lui, l’aveva mai,
davvero, accarezzata? Non c’era altro corpo al mondo,
a parte quello del suo nuovo amore.
Le avrebbe messo il mondo intero ai piedi, ma Dora non lo
voleva.
Lei guidava auto veloci, fumava e scattava le sue fotografie
per chi la pagava meglio. Quanti amanti aveva avuto? Chi era
stato il primo?
Gli occhi di Pablo si velarono di lacrime di rabbia e vecchiaia,
ed attraverso quelle vide il chiarore.
A circa cinquecento metri da lui, un grande raggio di luna,
sceso sulla terra, vicino alla battigia. Dove iniziava la
luce finiva l’acqua liquida, e cominciava un puro colore
celeste, duro e gessoso. Il cielo era consistente e purissimo,
di qualche tono più chiaro. Anche questo molto, molto
solido. Qualcosa aveva ingoiato la notte, e per una frazione
di secondo questo fatto lo indispettì, perché
era convinto di avere diritto al buio, per morire come si
deve.
Affrettò il passo verso quell’improbabile lampara,
come il direttore di scuola che abbia sorpreso da lontano
un allievo, intento in una burla particolarmente grave. Avrebbe
sgridato quella luce fastidiosa, ecco quello che avrebbe fatto.
Gli fu necessario arrivare molto vicino, prima di capire la
realtà della propria visione.
Questo non disturbò gli angeli.
Erano due, molto grandi, intenti a giocare con l’acqua
solida, perciò non lo guardarono. Quello di destra
era accovacciato, e molto concentrato sul suo gioco. L’altro
osservava, tendendo le mani verso qualcosa che si trovava
su quella strana superficie. Un oggetto quasi familiare, anche
se mai visto prima.
Pablo non ebbe paura. Glielo avevano insegnato da piccolo,
a chiamare gli angeli nelle preghiere. A volte lo faceva ancora
adesso. Provare timore non avrebbe avuto alcun senso. O la
sua preghiera era ridotta forse ad un atto meccanico?
Da dove venivano?
Veniamo dal tuo cuore malato
fu la risposta che Pablo non udì con percezione normale,
ma chiaramente nel suo animo, come se gli fosse stata sussurrata.
Era quello, il loro modo di comunicare.
Chissà perchè erano venuti.
Per giocare.
Allora Pablo li lasciò fare, ed intanto continuò
a pensare a Dora, e a Maia. Il perché dell’amore,
il perché del dolore. Lì queste domande avevano
un altro spessore, parevano fatte e già risolte; come
se le proprie vicende non lo riguardassero, e lui fosse solo
un passante distratto. Senza alcun bisogno di soffrire per
la lontananza degli altri. Per la loro indifferenza.
“Cosa devo fare?” si trovò a pensare Pablo.
Guarda, poi torna alla tua dimora. Domani vieni ancora.
Allora la luce cessò, l’acqua tornò fatta
di gocce, e liquida. Il cielo riprese la sua consistenza ed
il suo colore. Pablo, un po’ più curvo e del
tutto svuotato, si incamminò in direzione dei propri
sandali, e per quella sera rinunciò alla morte.
Arrivò all’albergo sentendosi ad ogni passo più
leggero. Forse l’avevano preso loro, il suo amore disperato.
Aveva iniziato a tirare lo scirocco, dapprima come un leggero
fruscio di foglie, poi sollevando la polvere dalla strada.
Adesso stavano sbattendo le persiane.
Pablo rabbrividì ed entrò un po’ smarrito,
ma anche sollevato, come se quello non fosse un albergo, ma
un posto sicuro a cui tornare.
Si fece dare dal portiere di notte la chiave della camera
che aveva adibito a studio, e che si trovava all’ultimo
piano, dove la luce era migliore. La stanza personale si trovava
invece al piano di sotto: voleva essere certo di dipingere
solo mosso dal bisogno. C’era da fare una rampa di scale:
una specie di conquista, anche arrivare a prendere in mano
il pennello.
Aveva perfino una cucina, nella sua stanza, per potersi sfamare
a qualsiasi ora. Forse non a tutti gli ospiti poteva piacere
l’odore dell’aglio fritto alle tre della mattina,
ma poi il direttore spiegava che quello era il pasto di Monsieur
Picasso.
Aprì la porta, e subito il suo cuore prese a correre.
La grande tela era pronta per il ritratto di Dora. L’aveva
immaginata come una cerva, per via degli occhi. Avrebbe voluto
dipingerla allargandone le pupille a dismisura, su piani diversi,
così che il suo sguardo bellissimo avrebbe occupato
quasi tutto lo spazio, in verticale. Le avrebbe fatto indossare
un maglione giallo.
Provò a tracciare un disegno, ma pensava agli angeli,
e questo lo portò del tutto fuori strada. Fece un cielo
solido, ed un mare con l’acqua dura. Poi pezzetti di
ali, dappertutto, bianche opache e del colore della sabbia.
Fatti di pomice e sasso, gli angeli si frammentarono e si
riunirono poi in grandi corpi. La morbidezza di Marie - Thérèse,
la tenerezza di Maia. Giocavano, le donne angelo nel suo quadro,
con quello strano oggetto che Pablo non aveva saputo riconoscere.
Domani starò più attento.
Pensando questo si addormentò in terra, sotto alla
grande tela, appena cominciata, e già quasi finita.
Il mattino lo sorprese infreddolito. Prima ancora di aprire
gli occhi, mosse una mano, e questa sfiorò uno straccio,
con cui si era pulito le mani untuose. Si ricordò del
quadro, e gli parve di aver tradito Dora: quella avrebbe dovuto
essere la sua tela, ed invece era qualcosa a lei totalmente
estraneo. Lì non c’era amore, né passione,
piuttosto la distaccata dolcezza di chi perde tempo in totale
serenità.
Che strane figure, tenere e goffe, agili e impacciate. Erano
piegate in avanti, una accovacciata e l’altra che la
sovrastava, curiosa. Tendevano entrambe verso il gioco misterioso.
Occupavano lo spazio ed erano lo spazio stesso, insieme oggetto
e sfondo. Come aveva fatto, quella notte, a trovare al buio
le tonalità esatte del colore, e a dipingere una superficie
così vasta?
Trascorse il giorno in una crescente sensazione di eccitazione.
Avrebbe voluto raccontare a Dora della visione. Quello era
stata, se ne era convinto, alla fine: una creazione del suo
spirito, che si rifiutava di andare a morire sulla riva del
mare. Sarebbe stato bellissimo, dividerla con lei.
La notte arrivò, portando con sé la calma del
vento di mare. Pablo uscì con fare noncurante, e si
avviò verso la spiaggia, in direzione opposta, rispetto
al giorno prima. Non voleva certo sfidarli, ma se erano davvero
reali, dovevano almeno fare un piccolo sforzo.
Arrivò sulla battigia, attese qualche minuto, e si
sentiva già tradito, ed offeso, come un bimbo per una
promessa mancata.
Passò dal buio alla luce, stavolta improvvisamente.
Gli parve quasi di trovarsi dentro al suo stesso quadro, per
via dei colori. Di nuovo gli angeli stavano giocando. Lui,
spettatore immobile.
Provò a strizzare gli occhi, per scoprire quale fosse
il magico gioco, ma loro si spostavano impercettibilmente,
a sufficienza per nasconderglielo.
Lo scoprirai, alla fine
pensò l’angelo accovacciato. Pablo volle sapere
allora il motivo della loro venuta.
Ti mancava un dono
sentì rispondere dentro se stesso. Ma non capì.
Il primo dono è stato la vita.
Ricordi, Pablo? Eri nato morto, ma hai scelto di vivere, e
noi ti abbiamo accontentato.
Poi hai voluto la conoscenza, ed è la ragione per cui
la cosa che fai è ciò che sei. Ci vuole coraggio,
per scegliere questo secondo dono, ma tu sei speciale…
Pablo rimase fermo, in compagnia delle bellissime voci che
sentiva dentro di sè.
Gli angeli occupavano quasi tutto lo spazio, sull’orizzonte.
Non si muovevano, dondolavano appena, come barche sospese
sull’acqua di un porto tranquillo. Ancora non sapeva
il motivo di quella visita, comunque.
Puoi scegliere un terzo
dono, se vuoi, che cambierà del tutto le cose, pur
lasciandole come sono.
Aveva la risposta, era nel nome della donna amata. Voleva
disperatamente quello che gli stavano offrendo. Dora, era
il dono.
Si sentì invaso da una gratitudine mai provata. Avrebbe
voluto baciare quelle figure di pomice ed acqua.
Perché proprio a me, tanta, immensa fortuna?
Non gli risposero.
La luce sfumò nella notte in pochi attimi. Si ricordò
che cercava ancora qualcosa, ed alzò gli occhi per
vedere quale fosse, il balocco degli angeli. Ma erano già
spariti.
Corse via Pablo, senza fiato e senza il ricordo dei suoi cinquantasei
anni,
ad attendere il giorno che doveva venire.
Mougins 28 luglio 1937
Il direttore dell’albergo
non annunciò l’arrivo della signora Dora Maar,
perché su questo Monsieur era stato molto preciso:
lei poteva arrivare a qualsiasi ora, sarebbe sempre stata
la benvenuta.
Pioveva. Dora entrò cercando di non fare rumore. Pablo,
di spalle, stava finendo di dipingere il terzo personaggio
del grande dipinto. Ancora un angelo, sull’orizzonte.
Un padre, forse, curioso e stupito per la tenerezza inspiegabile
delle altre due creature. Il suo volto usciva fuori, sorridente
e distante, dal punto in cui il mare finiva, ed incrociava
il cielo.
Lei rimase in piedi, cercando di non respirare. Come aveva
potuto credere di riuscire a fare a meno di Pablo? Ammirò
senza fiato la dolcezza pura del grande dipinto.
Lui lo stava terminando. Un poco oltre la metà, in
basso, sulla destra, la sua firma.
Si voltò sorridendole, perché aveva sentito
l’amore attraversargli la schiena, e da quello aveva
capito che lei era lì.
Dora si avvicinò, gli posò la testa sulla spalla,
ne cercò con avidità la bocca.
Pablo non sentì più dolore, la morte non c’era,
non c’era più niente.
Come era accaduto con ognuna delle sue donne, smise istantaneamente
di amarla.
Quella notte sul dipinto
comparve il gioco degli angeli.
Era la barchetta di carta, fatta da Pablo Picasso con la lettera
scritta a Dora Maar, la stessa che lui aveva dimenticato sul
tavolo il 26 luglio, prima di uscire per andare a morire sulla
riva del mare.
“La Baignade”
olio su tela cm 129 x 194, Venezia Peggy Guggenheim Collection
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