| Giorgio D’Amato
FROZEN
A volte penso che essere troia paga.
Forse stasera non mi sentirei così tenia a vagare tra
gli intestini di un ipermercato spingendo un maledetto carrello
a velocità esorbitale per giungere diritta verso l’unico
reparto che fa per me. Siberia in tetrapack.
Dovrei mangiare meglio. Comprare degli spaghetti o del riso
integrale, cucinare dei pomodori per farci il sugo e magari
dedicarmi del tempo, riprendere a leggere. Fare l’amore
più spesso.
Chi se ne fotte.
Minestrone a cubetti, pronto in venti minuti. Troppi.
Meglio raviolotti sugo cinghiale cinque minuti. Ragionevole.
Ne prendo quindici buste, tre per due. Pizza Margherita congelata,
sa di plastica ma è in offertissima. Otto confezioni.
Sono a posto per tre settimane. Fuori programma: cornetti
alla marmellata, pronti in sette minuti. Ah, latte uht, caffè
solubile e macedonia sciroppata.
Cassa. Solita fila, non ho fretta. Penso che oziare dilata
il tempo, avrò la sensazione di avere vissuto più
a lungo, ma per farci che?
Puttana, se sei dove penso, che ti si abbatta una pentola
addosso. Quella col manico bruciato e che hai messo a bollire
per preparargli la minestrina della sera che lui poi mangerà
fredda e gonfia. Niente è più eccitante di una
ustione, darling.
Mi disgusto davanti stivale texano che stringe chiappa di
blue jeans aderente decorati con strass. Risponde cercandogli
la lingua. Mi distraggo, so già come va a finire.
“Carla!”
È il mio nome, non particolarmente diffuso sebbene
ovunque mi trovi ce n’è sempre un’altra.
Non chiamano me. Non mi giro nemmeno.
“Carla!”
Insiste. Carla, chiunque tu sia, datti una smossa e rispondi.
“Carla, ma sei tu?”
Credo che si tratti di Carla io. Ruoto la testa.
“Ciao Luca”.
Insegnante ginnastica moglie bionda ricca svampita imbrilloccata
mansarda centro mantenuto aggravante compagno scuola Walter.
Non dico altro. Non ho voglia di parlare, solo di pagare il
conto e andarmi a rintanare a casa sotto una coperta.
“Come va? Ti ho vista da lontano, sei sempre la stessa!”
Non sono la stessa, sono molto più fottuta dell’ultima
volta che mi hai vista. Mento.
“Sì, dopo i quaranta inizia la resistenza. Anche
tu sei in gran forma”.
Mento ancora. Ha un pallore da cadavere ma forse è
il neon del frigobibite. Non ho mangime per polli, che colga.
“Sei giusto arrivato o hai mollato il carrello da qualche
parte?”
“Ho già fatto un salto al reparto elettrodomestici.
Cerco un congelatore non troppo costoso.”.
“Oops, è il mio turno”.
“Ti aiuto ad imbustare”.
Come faccio a togliermi Luca dai coglioni. Problema: la mamma
va al supermercato e compra sette pere, otto mele e cinque
arance. Non voglio sapere quanta frutta ha preso o quanto
le costerà, lei paga con l’American Express ma
solo come farà la mamma a togliersi di torno il rompipalle
di turno che le cinguetta attorno come mosca sulla merda.
Fortunatamente non sono madre ma il problema persiste.
“Fa pure”.
Non ho carta punti vinci servizio pirofila stronza cassiera
troppo mascara rossetto prugna pugno occhio Amex recuperare
euro carrello. E addio.
“Ti accompagno sino all’auto, non mi devi niente
per il facchinaggio, e poi c’è buio. I parcheggi
di sera sono una manna per stupratori e…”
“Con tanti ombelichi scoperti chi vuoi che faccia progetti
su di me?”
“Dai, non sei malaccio”.
Si, rispetto ad una lebbrosa sono una gran figa.
“Mannaggia, nevica!”
“Tutto bianco, pare Natale”
“È solo ghiaccio che fa pattinare i pneumatici”.
“Ok, ma tu dove hai l’auto?”
“L’ho parcheggiata lì in fondo, tu invece?”
“Sono senza, passa il bus tra dieci minuti di fronte”.
Porca miseria, è a piedi, mi tocca dargli un passaggio.
Pazienza. Cazzo che freddo fa. Mi scrollo un po’ di
maledetta granita di dosso”.
“Dai sali, non vorrai che ti lasci a piedi dopo che
mi hai imbustato la spesa ed aiutato a caricarla. Ti porto
a casa”
“Grazie. Ti informo che ho cambiato indirizzo”.
“A Sonia l’attico mansardato stava stretto?”
“No, lei continua ad abitarci. Sono io che adesso abito
altrove. Abbiamo rotto”.
“Mi dispiace”.
“Non ti crucciare, a me no. Se la spassa con un collega
d’ufficio. Suo padre almeno sarà contento. È
il tipo del manager in carriera”.
“E allora, dove ti porto?”
“Sono quasi arrivato. Via Beato Angelico”.
“Anche io vado lì”.
“Ma non abitavi dalle parti dello stadio?”
“Ho cambiato casa. Mollato Walter”.
Problema: la mamma incontra l’ex migliore amico dell’ex
marito che è appena ex della propria moglie. Risposta:
Finiremo col piangerci addosso. Cambiare argomento.
“Ti dispiace se non ti lascio sotto casa? Parcheggio
in questo buco prima che qualcuno se lo freghi”.
“Vuoi che ti aiuti a scendere le buste?”
Merda, questo tempaccio. Una mano mi servirebbe però
questo mi si infila a casa e poi è finita.
“Posso fare da sola”.
Cazzo, ho sbagliato tono, non abbastanza arcigno.
“Ti aiuto, tanto non ho molto da fare”.
Allocca, dovevo dire di no.
“Come sono gli appartamenti nel tuo condominio?”
“Ho preso due stanze. Dovevo andarmene da casa”.
“Anche io ho preso un bivano molto minimal. Diciamo
pure che non ho mobili. Solo il letto, un paio di sedie, il
tavolo ed un armadio. Praticamente sono accampato”.
“Non ti impressionare quando entri, niente fronzoli”.
Spero di non aver lasciato in giro assorbenti usati.
“Ecco, ci siamo. Metti tutto sul tavolo”
“Beh, allora vado”
“Dai, ti offro qualcosa da bere”.
Sono pazza, questo adesso non me lo tolgo più di torno.
“Grazie. Ma non ti si scongela tutto?”
“Scherzi? Vino bianco o whisky”.
“Tu cosa prendi?”
“Io vado sul pesante”
“Lo stesso per me”.
“Guarda un po’ cosa danno stasera, intanto ripongo
un po’ di cose in freezer. Da quando abito da sola la
tivvù mi fa compagnia. L’alternativa è
il rumore dei miei passi, il mio respiro..” cazzo, quanto
sono poetica stasera “…oppure lo sciacquone dell’appartamento
sopra. Anche prima a dire il vero. Walter il più delle
volte rientrava dopo mezzanotte, improrogabili impegni di
lavoro e se per caso restavo sveglia ad attenderlo, magari
per scambiare due chiacchiere, si incazzava”
“Eppure sembravate così affiatati?”
“Lo siamo stati, poi è finita”.
“Non so per te, ma per me è stata una gran bastonata”
Come prevedevo, ora inizia a flagellarsi.
“Ti ha buttato fuori di casa?”
Sonia occhi torvi ramazza valigia mutande sporche calzini
camicie da stirare porta che batte.
“No, me ne sono andato io. E poi la casa è sua”.
“Io sarei potuta restare, la casa è intestata
a me. Ho preferito lasciargli tutto. Voglio che sia lui a
rimpiangermi, ad associarmi a mobili e suppellettili, a vedere
il mio fantasma leggere sulla poltrona di pelle nera o prendere
il sole in terrazza. Ho fatto la scelta di vivere in un posto
incontaminato. Non voglio ricordi”.
“Hai ragione. Mi chiedo se Sonia avverte il mio fantasma
girare per casa. No, forse questo vale nel tuo caso, non nel
mio. Sonia se la sta spassando con il futuro direttore generale
nel letto dove prima dormivo io…”
Beh, qualcuno doveva occuparlo, quella cagna è sempre
in calore.
“Che ne dici di mangiare qualcosa? Sono le nove passate.
Di solito apro una scatola di pesche sciroppate, verso un
po’ di latte freddo ma stasera mi va di mangiare sfizioso.
Ti va bene?”
“Sono tre settimane che tiro avanti a panini imbottiti…”
“Benissimo, scongelo un paio di prelibatezze che ho
nel freezer. Pappardelle ai funghi porcini,”che stanno
per scadere ma questo non lo dico”una padellata e sono
pronte! E poi, per secondo….”
“Per me va bene solo il primo, non ti affaccendare troppo”
“Stasera si mangia con tutti i sacramenti, apparecchiamo
pure la tavola. Forse non ci credi ma non ho mai messo una
tovaglia da quando abito qui. Allora, ti faccio scegliere,
medaglioni di pollo o filetti panati di platessa?”
“Quello che più preferisci…”
“Allora pollo.”
Mi sono persa un’occasione per smaltire i filetti.
“Dovrebbe esserci un bel film a quest’ora”
“Sta per iniziare Il senso di Smilla per la neve, lo
conosci?”
“No, però ho letto il libro. È tutta una
dissertazione sui venti o trenta tipi di neve che gli inuit
sanno distinguere. Un iceberg da cinquecento pagine!”
“Non ti è piaciuto?”
“Al contrario mi ci sono tuffata dentro come un’aringa
nello stretto di Berjing”.
“Stento a cogliere la tua freddura”
“Dai, parlami un po’ di te, mi pare che sino ad
ora abbia monologato io”
“Vuoi che ti parli di me o delle mie corna?”
“Forse è la stessa cosa, io non riesco ad uscire
dal personaggio della moglie tradita. Mi pare di essere uno
di quegli attori relegati dallo star system ad un certo ruolo
che poi non riescono a scrollarsi di dosso per tutta la vita!”
“Capita anche a te che la gente ti tratti premurosamente….”
“Circondandoti di affetti..”
“…come se avessi un male incurabile…”
“….una sorta di giro alla testa…”
“…o forse un elmo vichingo….”
“…..o il trofeo di un cacciatore di alci….”
“..e comunque non è successo niente di troppo
complicato; il caso canonico del marito che rientra a casa
a metà mattinata e trova la moglie con l’amante,
solo che non ho ucciso lui e lei è viva e sculettante
come una giumenta a primavera”.
“E come hai reagito?”
“Sono uscito a prendere un caffè”
“Un caffè?”
“Non avrei saputo cos’altro ordinare! Credi che
in certe circostanze ti possa venire in mente di chiedere
uno sciroppo di amarena o un’orzata?”
“Un cornetto alla crema, magari…”
“Spiritosa la signora Cervantes!”
“Toro seduto, le pappardelle sono pronte. Un miracolo
della scienza! Puoi togliere quella roba dal tavolo?”
“E dove la metto?”
“Per terra va bene”
“Ti verso del vino?”
“Brindiamo! A…”
“A..agli amanti dei nostri coniugi!”
“Una dissenteria perenne! Dovrei avere del parmigiano
grattugiato in freezer, te ne prendo un po’?”
“Metti il parmigiano in freezer?”
“Si conserva benissimo. Il fatto è che cento
grammi ti durerebbero una vita se mangi da solo e al terzo
giorno lo trovi cosparso di una muffetta verde che puzza di
gorgonzola. L’alternativa è comprarne venti grammi
alla volta. E così l’ho messo in freezer.”
“No, preferisco sentire in pieno il sapore dei porcini”
“Quella del cibo è una dimensione nuova nella
vita di un separato. Sconvolge più del letto vuoto.
Prima era una rottura di coglioni ogni sera preparare la cena
che poi finivo per mangiare da sola verso le dieci, quando
ormai ero stanca di aspettarlo. Lui spiluccava giusto qualcosa
al suo rientro, dopo la mezzanotte, e ciò nonostante
era mio dovere preparare sempre una pietanza diversa. Ora
no, mangio per sopravvivere. Te l’ho detto, se non ci
fossi stato tu stasera avrei sbafato la solita frutta sciroppata.
Scusa la logorrea, non so che mi succede, sarà la compagnia.
Insomma, vuoi parlare un po’ tu? ”
“Io ho scoperto una panineria non troppo frequentata
davanti al cinema. Sono diventato amico del proprietario,
scambiamo una parola ogni tanto, meglio che finire col parlare
da soli. Alle undici di solito ritorno a casa. Non è
un postaccio, se vuoi qualche sera ci facciamo un salto”
Lascio cadere il discorso, non ci saranno altre sere. Fuori
è tutto bianco. Anche il cielo. La temperatura sarà
sotto zero. Poveri gatti. Ma chi se ne frega, non c’è
nessuno a pensare povera Carla.
“Si gela qui dentro. Non ho una stufa e per giunta il
condominio ha tagliato le spese per il riscaldamento. Ti prendo
un plaid se vuoi”
“Sto bene così, grazie. Ma cosa è questo?”
“Pollo congelato”
O questo o niente. E poi a me piace. Verso dell’altro
whisky, c’è un freddo boia. Sotto questa nuova
luce ha perso quell’aria da stronzo saccente che aveva
prima e pure l’ascot di seta regimental. Sonia gli aveva
dato alla testa; mi fa un po’ ridere vederlo così
umano. Chissà che impressione gli faccio io.
“E adesso Walter?”
“Convive con una specie di sua studentessa, una ventiquattrenne
con due tette grosse così.”
È venuta l’ora di misurarci le corna per vedere
chi le ha più lunghe. Amico, vinci tu. Sonia si è
sbattuta tutto il dipartimento e tu eri l’unico a non
saperlo.
“E Sonia?”
“Sonia te l’ho detto, ha rimorchiato un collega,
Casimiro Guitti…”
“Casimiro Guitti? Porca miseria!”
“Perché?”
“L’alito più pestilenziale del vecchio
continente, un misto tra sorcio marcio e le fogne di Parigi”
“Sarà, ma cammina in Maserati d’epoca”
“Capisco, per Sonia farà molto chic bardarsi
in vintages di Valentino e andare a vedere film d’essay
in auto storica”
Che pollo. Per te il massimo era andare allo stadio o al più
confonderti tra i bambini per vedere Guerre Stellari. Avrei
dovuto fare come Sonia.
“Sai da quanto non vedo Walter?”
“ Non è che me ne freghi molto e comunque, da
quanto?”
“Almeno cinque anni, da quando litigammo per quel progetto
di corsi di formazione all’Asl”
Ricordo perfettamente, gli dovevi dei soldi che non hai mai
restituito. Te ne dissi di peste e corna ma ora mi fa piacere
che almeno tu l’abbia fregato quel marpione.
“Mi manca. Io e Walter abbiamo fatto insieme il liceo
e l’Università. Ci facevamo risate matte. Poi
ci siamo rivisti un paio di anni fa, il resto tu lo sai..”
Lo so, lo so, anche più di quello che credi.
“…quando l’ho visto sposato a te non dico
che ho profetizzato il cattivo esito del vostro matrimonio,
ma quasi. Tu sei diversa da tutte le donne con cui l’avevo
visto stare insieme e che per anni ci siamo scopate, prima
lui e poi io o viceversa. Sei molto carina, ma lui, per esempio,
se c’erano due ragazze disponibili, si buttava sulla
bionda lasciando a me l’altra…”
Stronzo, dove vuoi parare?
“…non parliamo poi di misure di reggiseno; io
pensavo che le poppe andassero solo per misure, intendo dire,
la prima, la seconda etc. Walter mi spiegò che la misura
non è importante, anzi, una seconda è molto
meglio di una quarta, è la coppa a cui bisogna puntare.
Mi disse pure che il massimo era una seconda coppa C, la giusta
proporzione tra busto e tetta. A mezza sbirciata, lui era
in grado di affermare anche un eventuale effetto cris-cross,
sai, quello che divide e separa i seni. Avendo acquisito occhio
metrico, quando ti vidi per la prima volta mi chiesi come
mai si era sposato una seconda A. Ho indovinato?”
Bastardo.
“Non compro mai per misure, acquisto a casaccio”.
“Eri troppo diversa dalle ochette di cui ci circondavamo,
sempre divisa tra scuola, Feltrinelli e Mondadori, eppure
vi vedevo felici”.
Non so se è un complimento aver dato della sciattona
intellettuale.
“Si, hai ragione. La stronza che gli fiata addosso è
molto ornitologica”
“Che ti dicevo?”
“Neanche tu collimavi troppo con Sonia secondo me. Lei
non era il tipo da matrimonio…”
“Me ne sono accorto tardi”
Si, quando l’ultimo corno ha fatto traboccare la Cornovaglia.
“Casimiro comunque ben le sta. Danno il tiggì,
io seggo sul divano”
“Riempio il bicchiere e ti raggiungo, ne vuoi ancora
un po’?”
“Si, versa pure”
Brrr, che freddo. Prendo il mio piumino danese, figurati se
lo lasciavo a Walter. Tanto quello ha un’oca in tette
e ossa per scaldarsi; starà riposando al calduccio
del suo piumaggio.
“Tieni questo, copriti se vuoi”
“Grazie, sei gentile”
Italia nella morsa del freddo, le temperature raggiungeranno
nella notte anche i dieci gradi sotto lo zero…è
prevista la neve perfino sulle isole…incidenti stradali
causati dal ghiaccio…la protezione civile ed i vigili
del fuoco all’opera…..ed il freddo ha mietuto
la prima vittima. È un barbone, trovato assiderato
nei pressi della Nomentana. Non è stato ancora identificato…ci
colleghiamo con il dormitorio comunale di Milano… serviamo
pasti caldi… extracomunitari… denuncia nel caso
di assenza del permesso di soggiorno…è tutto
per stasera, buonanotte.
Inizia adesso “Una lunga lunga lunga notte di amore”
di Luciano Emmer.
“Dovrebbe essere un bel film, ne ho sentito parlare.
Io resto sveglia ancora un po’ per vederlo”
“Ok, lo vedo anch’io e poi vado via”
In fondo un po’ di compagnia per me matta misantropa
ci vuole, non ricordavo più cosa significasse scambiare
due chiacchiere a tavola, ma inutile farsi illusioni, si inizia
col dividere il cuscino in due, si finisce per tagliarlo in
due parti. Con Walter non facevamo l’amore già
da due anni, rientrava tardi apposta, fingeva il mal di testa
o conati di vomito per nascondere l’uccello scarico.
Meglio un film. E poi in questo ce ne sono almeno cinque o
sei di amori da guardare, da farci la scorta.
Cinque minuti di film e Luca dorme neonato stecchito. Che
faccio? Sta comodo, i piedi sul tavolino. Aspetto che si svegli,
in fondo ci sono abituata, quando stavo con Walter finivo
spesso per non andare a letto.
Dormire su un divano è il segnale più evidente
di una fine. Ho sonno anche io, che la lunga notte si vada
a fare fottere, insieme ai suoi cinque o sei amori destinati
a perire.
Cazzo che freddo, quanto
avrò dormito? La lunga notte deve essere già
finito, sullo schermo ci sono due che scopano come intarantolati,
troppo per Emmer. È un hardcore sottotitolato per non
udenti, di quelli datati con un minimo di trama e che finiscono
con un suicidio. Cambierei canale, odio certa roba francese
ma mi rompe troppo alzarmi. Mi riaddormento.
Scorrono le immagini
di due basettoni alla Aznavour che sconvolgono la chioma cotonata
di una lei tutto sommato non troppo truccata per il ruolo.
Dopo una serie di dettagli umorali e gemiti da coniglietta
lui accende l’ultima sigaretta di un pacchetto che accartoccia
e lancia lontano e intanto le chiede “ti è piaciuto?”.
Lei risponde “ti amo” ed accarezza il torace quasi
glabro. Lui balza in aria, le sue natiche chiare mostrano
chiaramente la traccia di un costume da bagno a fianco largo.
Si chiama Serge. Vuole andare a comprare le sigarette e magari
dei croissants. Lei lo prega di restare ancora un po’
a letto, ma lui indossa i pantaloni, beige a vita bassa, zampa
d’elefante. Si abbottona una camicia a fasce trasversali
ocra e marrone che poi infila dentro. Lei allora chiede di
portarle un cappuccino schiumoso con una spolverata di cacao
amaro e poco zucchero, poi prende un libro dal comodino, forse
L’étranger, e lo apre alla pagina contrassegnata
da un lembo piegato. Legge miope mentre con i denti cerca
di ridurre un’unghia scalfita. Fine.
Fuori la notte fiocca sui parabrezza. L’intermittenza
del respiro bianco di un cane raggomitolato che cerca calore
tra i cartoni strappati di una nota marca di frigoriferi.
I platani spogli, la natura irreale sotto le luci al mercurio
dei lampioni.
Dentro il freezer i cornetti pronti in sette minuti, nella
dispensa latte uht e caffè solubile.
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