| Raffaella
Clementi
VENTITRE’ MARZO
Leonardo è annoiato.
La lezione di inglese è stata lenta e soporifera.
Quasi un tutt’uno con il banco, con i gomiti puntati
sopra e le mani tese a sorreggere una testa confusa, segno
di un’identità in evoluzione, Leo aspetta il
trillo della campana che segnali la fine della prima ora.
Guarda svogliato l’orologio al polso, meno dieci, meno
male.
E’ l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze
Pasquali; meraviglioso. Mercoledì 23 marzo: cara scuola,
ci si rivede tra una settimana.
La campana suona, la professoressa di inglese saluta, con
aplomb britannico e augurando buone feste, raccomanda, giudizio.
Pochi i minuti di pausa tra la fine e l’inizio dell’altra
lezione. Peccato, gli intervalli tra le cose spiacevoli, sono
sempre troppo brevi, dovrebbero durare più a lungo,
pensa Leo.
Poi, si ricorda dello spostamento della lezione di storia
che sostituisce quella di matematica.
Sostituzione repentina, ma provvidenziale, a suo parere.
Non ci aveva pensato, prima; un’improvvisa euforia gli
sfarfalla lo stomaco, sente sempre questo strano tremolio
prima di ogni lezione di storia. All’inizio aveva attribuito
il vibrare del suo stomaco al fatto che le lezioni capitavano
sempre nelle seconde ore, cioè quelle vicine alla ricreazione,
prossime al momento della seconda colazione; poi si era invece
reso conto, che la fame non c’entrava, che il suo, non
era un brontolio, era proprio il concepimento di una forte
emozione, avvertita esattamente al centro della pancia.
Eccolo, entra. Si siede.
Un fascino particolare pervade la stanza; è il sapore
del passato, di ciò che è successo prima di
noi, del vissuto, del sognato, di battaglie e guerre, di pace,
di grandi imperi e di eroi.
E’ il sapore della storia.
A differenza dei suoi compagni, Leo, non trova niente di così
attuale e moderno come la storia; adora conoscere i dettagli
di ciò che è avvenuto, di ciò che ha
preceduto i suoi passi.
Ricorda nomi, date e luoghi, adora la ricostruzione del passato,
la verità dei fatti, la realtà e studia gli
eventi con la curiosità e la purezza di un’anima
pulita.
Il professore lo sa, lo ha capito subito. Pochi alunni amano
la sua materia come la ama Leonardo, poche persone hanno la
sensibilità e la passione di questo giovane uomo.
Il professore è nuovo, si è trasferito da poco.
E’ un tipo strano, chiuso, sempre con gli occhi rivolti
altrove, fuori dalla finestra, oltre il vetro, oltre, verso
la libertà. La stessa libertà che cerca di insegnare
ai suoi allievi. La libertà di capire, di pensare,
di svincolarsi dagli stupidi viluppi che legano gli uomini,
imprigionati dentro avidi rapporti economici che ricoprono
di valore politico.
Ha vestiti buffi, non trasandati, ma quasi ridicoli. I colori
sono male accoppiati, mai intonati tra loro; sembra uscito
da un vecchio libro, venuto fuori da una pagina ingiallita
di un tomo trovato in soffitta.
Uno di quei libri che Leo, inghiotte in poche ore, avido di
sapere, affamato del conoscere.
A guardarli bene, sembrano una strana coppia, una sorta di
articolo “ il”; il professore non è molto
alto, forse incurvato da dispiaceri, somiglia appunto, ad
una “i”, sempre con qualcosa di sospeso sopra
alla testa, un pensiero, un’idea. Leo invece, ricorda
una “l”, alto ed esile, esile, troppo alto per
non temere che si ripieghi su se stesso. Forse il professore
teme proprio questo, che il suo cuore, oggi limpido, si fletta
all’indietro, che si ritragga su se stesso, sotto il
peso di disillusioni e fallimenti, o peggio, di incoerenze.
Leo ha una grande passione, crede nelle promesse, nelle parole
date, crede negli uomini e in un mondo migliore, crede che
gli uomini possano fare un mondo migliore.
Il professore, un tempo, credette alle lusinghe della politica,
agli uomini, e ad un mondo migliore; oggi non ci crede più;
ma questo non lo insegna.
Capitolo IX, pagina 367, titolo:” La resistenza”.
“Ragazzi, chi di voi sa dirmi, cos’è la
resistenza?”
Dagli angoli dell’aula, nascono grida, qualcuno urla:”E’l’opposizione!”,
un altro:” La resistenza è quella che hanno fatto
i partigiani”, si, si :”E’ la lotta per
la liberazione”
“Bene, si, bene. E tu Leonardo, cosa pensi?”
Leonardo lo guarda, con quei suoi occhi così limpidi,
grandi e chiari, appannati da un leggero velo.
Si schiarisce le voce, si alza e cerca qualcosa, tra le tasche
dei jeans strappati. Trova un foglietto, stropicciato, appallottolato,
lo spiega con fare reverenziale e ossequioso, lo apre, e prima
di leggere, dice: “ E’ farsi ammazzare per un’idea.”
Silenzio, poi, brusio. “Scusa?cosa vorresti dire?”Leo
per niente imbarazzato, comincia a leggere:
” Mamma adorata, quando riceverai la presente sarai
già straziata dal dolore.
Mamma, muoio fucilato per la mia idea. Non vergognarti di
tuo figlio, ma sii fiera di lui. Non piangere Mamma, il mio
sangue non si verserà invano e l'Italia sarà
di nuovo grande. Da Dita Marasli di Atene potrai avere i particolari
sui miei ultimi giorni.
Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei
cari; muoio per l'Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra
che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.
Viva l'Italia libera!
Achille
Questa è una lettera scritta da un condannato a morte
di 22 anni, Achille, ma si faceva chiamare Gilberto della
valle. Studiava scienze economiche e commerciali.
Era un ragazzo, quindi, poco più grande di noi.
Era nato a Macerata nel settembre del 1921.
Fu tenente di complemento di Artiglieria e dopo l’8
settembre 1943, raggiunse Vestignano, sulle alture maceratesi,
dove nei successivi mesi si andarono organizzando formazioni
partigiane dal Gruppo " Patrioti Nicolò ".
Fu designato comandante del distaccamento di Montalto -. Catturato
all'alba del 22 marzo 1944, nel corso di un rastrellamento
effettuato da tedeschi e fascisti nella zona di Montalto -
mentre 26 dei suoi furono fucilati immediatamente sul posto
e 5 vennero salvati grazie al suo intervento, venne trasportato
a Muccia (Macerata) ed interrogato da un ufficiale tedesco
ed uno fascista. Venne fucilato senza processo alle ore 18,25
del 23 marzo I944, contro la cinta del cimitero di Muccía.”
Gli altri lo guardano attoniti. Perché Leo tiene in
tasca quella lettera? Perché, la porta con se come
una reliquia?
Qualcuno più audace degli altri gli chiede: “Leo,
questo Achille-Gilberto, era tuo nonno?”
“No”, risponde Leonardo, ripiegando il foglio
e mettendoselo nella tasca, ma avrebbe potuto esserlo. “E’solo
una delle tante lettere trovate sul portale della guerra di
liberazione, www.resistenzaitaliana.it. Sono rimasto colpito,
dalla semplicità e dalla sorte di questo ragazzo, che
credeva così tanto in un’ideale, tanto da sacrificare
il suo domani.
Ho pensato a sua madre, alla sua di resistenza: la resistenza
di chi deve reagire per non soccombere al dolore, di chi tiene
testa ad una vita nemica, di chi risorge dalle proprie macerie,
non capitolando mai.”
Leo si sedette, una lacrima gli bucò gli occhi, la
stessa che il professore soffocava dai suoi.
Poteva dormire sonni tranquilli, il ragazzo così alto,
tanto da temere che si sarebbe ripiegato su se stesso, sotto
il peso di disillusioni e fallimenti, non avrebbe ceduto,
non avrebbe rinunciato, non avrebbe abbandonato mai le sue
idee.
La campana squillò. La scuola era terminata, almeno
per una settimana.
Leo si alzò, prese da terra il suo zaino invecchiato
e con la camminata dinoccolata, tipica delle persone molto
alte si avviò all’uscita:
“Buona Pasqua, proff. Oggi è il 23 marzo, lo
stesso giorno in cui lo hanno ammazzato, non me la sentivo
proprio di chiudere in bellezza, senza neanche accennare a
sta’storia.
Volevo ricordare.
“Buona Pasqua, Barilatti”.
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