Vittorio Caratozzolo
INCONTRI SENZA TEMPO

“Ho giocato a scacchi con vostro padre” sussurrò l’uomo, in mezzo al brusio. Il suo tono di voce era così carezzevole che la signora ne fu turbata, le gote intiepidite dall’emozione. Aguzzò la vista per osservare meglio chi le aveva rivolto la strana frase, non in inglese, ma in un idioma antico, cristallino, che d’improvviso le aveva ricordato il suo amato genitore.
“Come?”, articolò appena.
“Nel 1904 vinsi due partite a scacchi contro vostro padre, a Jasnaja Poljana. Mi lasciò vincere, credo, perché avevo quindici anni. Persi tutte le successive, naturalmente...”. Pronunciò le ultime parole quasi sottovoce, poi distese le labbra in un timido sorriso, pensando forse a quella remota epoca della sua vita.
La donna sistemò gli occhiali sul naso. Capì che il suo interlocutore non scherzava. Nell’ufficio della fondazione che presiedeva erano passate migliaia di esuli d’ogni nazionalità... quel signore alto, dai lineamenti e i modi inequivocabilmente aristocratici, non le sembrava un profugo. Prima che potesse formulare la domanda, egli le aveva già risposto:
“Mi chiamo Roman de Hudson. Un vostro cugino mi aveva invitato a trascorrere la Pasqua a Jasnaja Poljana. Eravamo cadetti a San Pietroburgo. Fu una settimana indimenticabile... Ricordo che, bramoso di solitudine, vostro padre soleva montare a cavallo per rifugiarsi nel bosco. Il giorno prima che io partissi, mi volle con sé. Era inquieto. Come fossi un suo antico confidente, mi rese partecipe di quel che stava scrivendo, spiegandomi il suo credo umanitario e la sua visione del mondo. Nella scuola di artiglieria ci insegnavano come armare i cannoni, trattare i prigionieri, conquistare una collina... Lev Nikolajevic mi invitò ad amare gli esseri umani, a rispettare le persone di ogni ceto e mestiere, a conquistarne la stima... al ritorno da quel bosco sentii che qualcosa in me era cambiato... Non so se vostro padre se ne accorse... Mi trattò con grande familiarità, s’interessò della mia vita... gli dissi che avevo studiato in Ticino, dove avevo appreso l’italiano...”.
Qui si accorse di aver parlato troppo a lungo, temette di aver ecceduto in confidenza. Tacque. La sala brulicava di persone che si accalcavano per rivolgere la parola all’ultima figlia vivente di Tolstoj.
La donna raccolse i suoi fogli, pensierosa. Alzò lo sguardo, incontrò quello dell’uomo, vide alle sue spalle una muraglia di occhi ansiosi. Erano venuti a San Antonio da tutto il Texas, per assistere alla sua conferenza.
Alexandra Tolstaja cercò di sorridere. Chinò il capo, in segno di ossequio, per salutare e scusarsi al tempo stesso. Poi, con inattesa confidenza, offrì il braccio all’uomo e voltò le spalle al pubblico, come avesse eletto il cavaliere per la danza successiva, quindi insieme scomparvero attraverso una porta sul fondo della sala.
Giunti in un salottino appartato, la donna infranse il silenzio che aveva accompagnato la loro regale processione:
“Dove ha imparato questo russo incantevole? Cosa fa qui, negli Stati Uniti? Quando...”. Si accorse a sua volta di aver travolto l’interlocutore. Volle riparare.
“Anche mio padre fu in Svizzera. In Ticino, credo di no, ma ricordo che ebbe una delle sue più importanti intuizioni presso il lago di Lucerna. Alloggiava all’hotel Schweizerhof...”.
L’uomo annuì. Sua madre gliene aveva parlato. Con un inchino, invitò la donna a sedersi su un divano. Accomodatisi, i due connazionali si fissarono negli occhi per alcuni istanti. Poi, de Hudson ritenne doveroso rivelare qualcosa in più di sé.
“Ho studiato all’istituto Landriani di Lugano. Mia madre era stata data in moglie a un nobile ufficiale scozzese, per fornire un’ascendenza aristocratica a un parente dello zar...”.
L’espressione interrogativa della donna lo spinse a chiarire la bizzarra perifrasi.
“Sono figlio del cugino di Alessandro III Romanov... Mio padre non avrebbe potuto sposare una donna che non era sua pari... però si preoccupò di farci avere una sistemazione alla periferia della corte... Il matrimonio di mia madre col nobile, di sangue e d’animo, de Hudson risolse una situazione delicata per l’onore di lei e anche del mio vero padre. I due novelli sposi ben presto, senza clamori, si separarono e fecero vita indipendente. Mia madre viaggiava per l’Europa, così decise di farmi fare tre anni di scuola a Lugano, come vi ho detto. Quando veniva a trovarmi alloggiava al Grand Hotel Splendid. Ricordo i vasti saloni di quell’albergo, l’eleganza e la grazia del personale, la squisita cucina, l’atteggiamento misurato ma sereno degli ospiti. Fu lì che, in qualche modo, si formò dentro di me l’immagine di quel che avrei fatto dopo la rivoluzione. I grandi alberghi e la lingua italiana, questi due elementi mi appaiono ora come una premonizione della mia futura seconda vita in Italia. Tornato a San Pietroburgo, come vi ho accennato, frequentai la scuola cadetti di Sua Maestà...”.
De Hudson fece una pausa, per dar modo alla donna di interloquire. Ma Alexandra pendeva dalle sue labbra. Alla propria veneranda età subiva il casto fascino di quell’uomo appena più giovane di lei, deliziata dal suo russo d’epoca, spontaneamente cristallizzato nella sua purezza, in cui ella riconosceva la propria lingua, quella di suo padre, udita per l’ultima volta sessant’anni o sessanta secoli prima.
“Proseguite, vi prego... signor Roman”. Lo aveva chiamato per nome, usanza americana, che sottolineava la simbolica risonanza di quel nome illustre, Roman... Romanov...
“Durante un viaggio in treno, mi trovai a difendere vostro cugino Vassilij, allorché questi fu sgambettato da uno screanzato, che schiaffeggiai sonoramente. Vassilij mi ringraziò più volte e a tutti i costi mi volle invitare a Jasnaja Poljana. Quando seppi di chi era nipote, mi esaltai all’idea di incontrare uno dei padri della nostra letteratura...”.
Alexandra Tolstaja sorrise, commossa, poi gli strinse ambo le mani, come se l’apprezzamento fosse stato rivolto a lei. Aveva consumato l’intera gioventù a dattilografare, nottetempo, i frammentari appunti del padre.
“Roman...”, sussurrò tra sé la donna... le parve quasi di rammentare un giovinetto biondo, tra i molti visitatori di Jasnaja Poljana. Ma forse era semplice empatia, con quell’uomo dalla voce tanto pacata e dalla storia così avvincente.
Di natura pacifica, si sentiva tuttavia grata a de Hudson per l’oltraggio vendicato a ceffoni. Glielo confidò ed egli rise con lei, di cuore, a sua volta avvertendo il dissolversi del magone che lo aveva soffocato sino a quel momento.
“Ditemi, Roman, come fu che lasciaste San Pietroburgo?”.
“Mi sposai abbastanza giovane. Abitavamo vicino al Palazzo della Borsa, sulla Prima Linea. Allo scoppio della rivoluzione un solerte bolscevico venne ad arrestarmi presso lo zuccherificio che dirigevo. Ma le operaie ci seguirono, e, approfittando della confusione di un corteo, al passaggio di Lenin si misero a gridare. Io mi sentii strappato alla ferrea custodia del funzionario e spinto via, come trascinato dalla corrente della Neva. Il mio cocchiere si premurò di condurmi oltre frontiera, in Finlandia, dove la mia famiglia si trovava in vacanza. Quando gli raccomandai di riguardarsi, «barin», disse, «io sono un cocchiere, non mi succederà nulla. Pensate a voi e alla vostra famiglia. Grazie di tutto». Comprendete? Mi salvava la vita e ringraziava me, “di tutto”. Rammentai l’insegnamento di vostro padre, Alexandra: «Rispetta la dignità di ogni essere umano». Io lo avevo sempre fatto, in casa con il personale domestico, in fabbrica con i dipendenti. Sapevo che la mia ricchezza poggiava sulle loro forti spalle, ne ero loro grato e cercavo di alleviare la loro dura vita, secondo le possibilità dell’epoca e le opportunità... li avevo aiutati a far studiare i figli... mi avevano ripagato con il lavoro e, soprattutto, salvandomi la vita”.
Abbassò appena lo sguardo, per dissimulare forse un’emozione intensa.
Anche Alexandra era di nuovo, piacevolmente, turbata. Sentiva una volta di più, in una forma del tutto inattesa, l’effetto benefico del pensiero umanitario di suo padre. Oltre all’orgoglio, tuttavia, provava un forte sentimento di fraternità per quel vecchio reduce, appena più giovane di lei.
“Nel 1919 mia moglie se n’era andata. In Finlandia ero proprietario di un grande podere con alcune dacie, ma, cinque anni dopo, abitavo ormai stabilmente a Helsinki. Le notizie dalla Russia erano drammatiche, in ogni modo cercavo di aiutare parenti e amici a fuggire dai massacri rivoluzionari. Per attendere un messaggero, un giorno d’inverno mi recai presso il confine, nella mia dacia, fatta riscaldare per l’occasione. Durante la notte divampò un incendio terribile, che incenerì il mio sogno di poter ritornare in Russia. Nel cielo azzurro della Karelia andò in fumo la mia prima vita, insieme a quadri di Repin, tappeti pregiati, porcellane di Dresda, inestimabili argenterie... A Helsinki mi gettai anima e corpo nelle attività della «Pro Humanitate», ai cui spettacoli di beneficenza in favore dei rifugiati prendevano parte Sibelius, il poeta Leino, cantanti d’opera, le più alte personalità diplomatiche della capitale. Tra questi, c’era il conte Paliani, ambasciatore italiano a Helsinki. Entrai in confidenza con lui a un recital di Girardoni, che Puccini definiva “il mio grande Scarfia”... quando al celebre baritono e al conte raccontai che ancor bambino, alla pensione Ravizza di Milano, avevo intonato ‘Un bel dì vedremo’, seduto sulle ginocchia del Maestro, per tutta la sera i due non smisero di farsi raccontare le circostanze di tale aneddoto. Tempo dopo, decisi di scrivere ai proprietari dell’hotel Mediterranée di Alassio, per propormi loro come collaboratore; parlavo e scrivevo correntemente in dieci lingue. «Parta subito», risposero. Nel frattempo mi ero risposato, avevo una figlia di sei anni, Tamara. In poche ore il mio amico Paliani mi procurò il visto: alla fine del giugno 1926 ero in Italia, ad Alassio, con la mia nuova famiglia. Tre anni dopo andai a dirigere il Grand Hotel di Gardone. Ricordo che una volta, passeggiando nel parco con un ufficiale del Reich, la mia figliola mi raggiunse tutta rabbuiata, lamentando la mia dimenticanza di un appuntamento con lei. Quando la presentai all’ufficiale, ella gli si rivolse in perfetto tedesco, rimproverandolo con garbo. Goering le rispose con un tono semi-serio, assumendosi l’intera responsabilità dell’incidente e offrendo le terga per essere sculacciato. Tamara batté con la sua manina una leggera pacca sul sedere dell’ufficiale nazista, e tutti ridemmo chiassosamente, in tempi ben poco invitanti alle risate...”.
Alexandra pensò, dolente, alla sua Russia. Era stata incarcerata varie volte, prima di ottenere il permesso di espatrio verso il Giappone, da dove aveva poi raggiunto gli Stati Uniti, sua seconda patria.
“Ma... raccontatemi, Roman – lo trattava, ormai, come fosse un suo vecchio e intimo amico – come fu che anche voi veniste qui negli Stati Uniti?”.
“La storia è lunga, Alexandra – pronunciò il nome con una confidenza misurata, come portandolo su un cuscino di raso-. Vi staranno aspettando tutti, ormai”.
La donna controllò l’ora segnalata da una pendola.
“Oh, è presto... Non saranno ancora arrivati gli alti papaveri della città...”, gettò lì, ammiccando verso il bel mobile.
De Hudson osservò meglio, vide che la pendola segnava le sei, ma era ferma. Sorrise. Poi riprese:
“Dopo Gardone, accettai la direzione dell’Hotel Imperiale di Santa Margherita Ligure. Nell’estate del ‘39 una nostra contabile, che voleva sistemare suo figlio al mio posto, architettò un piano per farmi arrestare dalla polizia fascista. In quel periodo mia figlia, diciannovenne di carattere, poliglotta, frequentava un gruppo di intellettuali. Non so se avete mai sentito nominare, Alexandra, registi come Castellani, Genina, Soldati; c’era anche un’attrice inglese di una certa importanza, Lillian Harvey, che in Germania recitava con Willy Fritsch, come qui, più tardi, Tracy e la Hepburn... Nessuno di loro si occupava attivamente di politica. Erano artisti, originali, ma innocui... e poi c’erano i fratelli Matteotti, figli del celebre deputato socialista... Tamara usciva spesso con Bughi, cioè Matteo, il più giovane, suo coetaneo. Era una semplice amicizia. Per giunta, poche settimane prima avevo assunto un pasticciere socialista, disoccupato da tempo, il cui sincero credo politico sentivo di rispettare, sebbene in Russia avessi perso tutto a causa della rivoluzione. Fu così che la contabile sporse denuncia nei miei confronti, per antifascismo. Io mi trovavo a Milano, presso un amico, Attilio Sacco, proprietario dell’albergo Corso, dietro il Duomo. Mia figlia, accortasi che il parco dell’hotel Imperiale brulicava di agenti pronti ad arrestarmi, telefonò a ‘zio Attilio’, spiegandogli la situazione. Questi era in rapporti cordiali col prefetto di Genova, con il quale, nell’arco di poche ore, riuscì a parlare. Sacco garantì per me, millantò una sua linea diretta con Mussolini - poiché nei primi anni Venti aveva ospitato nel suo albergo milanese numerose riunioni presiedute dal futuro duce e dal fratello Arnaldo. Riuscì a rintracciare persino il conte Paliani, che si trovava in Egitto, il quale telegrafò al prefetto, testimoniando il mio impegno per i fuoriusciti russi in Finlandia, e l’appoggio logistico che avevo fornito in Karelia ai ‘bianchi’ del generale Mannerheim...”. S’interruppe, un po’ vergognoso per il lungo soliloquio: “Non vorrei annoiarvi, Alexandra...”.
La donna tardò a rispondere per alcuni attimi. De Hudson credette di averla davvero tediata. Ma ella stava semplicemente assaporando la melodia di quella narrazione, quasi vedeva con gli occhi le vivide scene così abilmente narrate, che parevano tratte da un romanzo di suo padre. Egli raccontava senza narcisismo, e, riferendosi alle persone che aveva incontrato, concedeva la stessa enfasi ‘agli umili come ai potenti’. Le piacque pensare che suo padre medesimo l’avrebbe apprezzato.
“Caro amico – disse Alexandra fissandolo diritto negli occhi – non tema di annoiarmi... vede? – indicò la pendola, sorridendo – è ancora presto! Suvvia, continui pure...”.
Sospese la frase, non volendo aggiungere altro. Roman associò quei puntini di sospensione all’immagine della bacchetta di un direttore d’orchestra, giunta all’apice della propria ascesa, prima di dare avvio alla musica. Si sentí così invitato a proseguire il racconto.
“In questo modo, dunque, fui scagionato prima dell’arresto. In preda al timore di essere incarcerata, la mia povera accusatrice patì un colpo apoplettico, poco prima del mio rientro in albergo. Andai al funerale, perdonai gli altri falsi testimoni, coinvolti nella vile farsa, aiutai la famiglia nel disporre il trasporto della salma in Veneto, sua terra natale. Infine, nell’ottobre del 1939, presi in gestione l’Hotel Campo Imperatore, in Abruzzo, il medesimo in cui avrebbero detenuto Mussolini. La crisi e il razionamento comportarono però la chiusura dell’hotel, e io mi ritirai in città, a L’Aquila, dove presi in gestione il caffè Roma. Anche là qualcuno spedí lettere anonime alla polizia, prima vendendomi per ebreo, poi, arrivati gli Alleati, per fascista... ma si trattava di denunce destinate a cadere nel nulla. Avevo buone relazioni con tutti, non solo perché faceva parte del mio lavoro. Ho sempre sentito mio dovere rispettare ogni individuo, di qualunque estrazione sociale. I poveri disgraziati che mi avevano calunniato se l’erano dovuta vedere ogni volta con la numerosa schiera di coloro che ricambiavano il mio rispetto e la mia stima. Consapevole di ciò, non pensai due volte a quel che facevo, quando, poco prima dell’arrivo degli Alleati, al caffè Roma ricevetti la confidenza di un giovane ufficiale tedesco, il tenente Unterricht, incaricato di diramare l’ordine di far saltare in aria gli edifici strategici della città, compresa la Banca d’Italia. Lo feci accomodare, conversai a lungo con lui, gli parlai della Germania, dell’amore per la storia e per le tradizioni manifestato dai suoi connazionali più illustri... intanto gli versavo da bere del buon cognac, che riservavo per simili occasioni... le notizie dal fronte, gli feci notare, erano negative, era tempo di procurarsi abiti civili... insomma, tra un generoso bicchiere di liquore e l’altro, riuscii a fargli comprendere che stava per commettere un inutile abominio, visto l’evidente declino della stella nazista. Gli procurai gli abiti, carte della zona, lo provvidi di altro cognac... in cambio egli mi affidò l’incartamento con le mappe indicanti i luoghi da minare. Quasi correndo mi diressi verso il parco... alcuni soldati e un sottufficiale scherzavano con le micce, spaventando i passanti. In un puro imperioso tedesco intimai loro di smetterla e di portare via i materiali esplosivi, rivelando inoltre che il grosso dei loro commilitoni era già fuori città, in ritirata. La provvidenza volle che, in quel momento, passasse dietro di me un’auto militare tedesca, dalla quale un ufficiale, anch’egli molto affezionato al mio cognac, si sbracciò per salutarmi... io ricambiai il saluto... i soldati dovettero credermi un ufficiale in borghese. Caricarono gli esplosivi s’un camion e si allontanarono, con la consegna di comunicare immediatamente agli altri artificieri il contrordine ricevuto”.
Alexandra Tolstaja lo stava ascoltando con gli occhi sgranati, ora. Era completamente immersa nella scena narrata. Quasi singhiozzando abbozzò una domanda:
“Così voi... Roman... voi avete...”.
“... salvato la città?” – indovinò il narratore.
“Cara Alexandra – proseguì, con modestia sincera – probabilmente altri come me, in altri punti della città fecero del loro meglio per evitarne la distruzione. Io so che non esitai. Quei soldati avrebbero certo potuto spararmi, o arrestarmi e deportarmi... ma il pensiero di quante case civili sarebbero state coinvolte nelle esplosioni degli obiettivi strategici minati dai tedeschi...”.
Portò una mano alla testa, come mimasse il capogiro che lo coglieva al solo pensiero di tutti gli innocenti che avrebbero potuto morire...
“Quando gli Alleati entrarono in città – riprese – per la mia conoscenza delle lingue fui subito ingaggiato, con mia figlia, come traduttore. Nel dopoguerra prima Tamara, poi mia moglie ed io, chiedemmo il visto di immigrazione per gli Stati Uniti. Lavoriamo per il Ministero della Difesa da molti anni ormai, ci occupiamo di medicina aeronautica e spaziale. Anche se c’è la guerra fredda, gli scienziati della nostra... – si corresse - delle nostre due patrie lentamente, sottovoce, si parlano, si scambiano informazioni... io non so se rivedrò mai San Pietroburgo. Spero che lo possa fare mia figlia Tamara...”.
Alexandra Tolstaja parve leggere la malinconia nei suoi occhi chiari. Si aggiustò gli occhiali sul naso, inspirò profondamente, quindi guardò la pendola, che segnava, imperterrita, le sei.
“Come passa, il tempo! – esclamò - già le sei!...”.
Roman de Hudson colse la battuta al volo, assumendo un’espressione di finta preoccupazione. Si alzò in piedi, agilmente, porse il braccio alla candida signora, l’aiutò ad alzarsi, si fece mostrare la direzione da prendere, imboccò con lei il corridoio. Quando le porte della sala ricevimenti si spalancarono su di loro, le numerose persone che sostavano a conversare presso l’ingresso smorzarono il tono di voce l’una dopo l’altra, attratte dalle sonore, infantili risate dei due vecchi amici, a braccetto come in una processione, felici come fosse l’ultimo giorno di scuola. Poi, riconosciuta l’illustre conferenziera, qualcuno tra i presenti accennò un applauso, seguito da tutti gli altri. Roman de Hudson istintivamente fece un passo indietro, ma sentì l’affettuosa stretta di Alexandra sul suo braccio e accettò di condividere quell’ovazione.
Dopo di allora i due compatrioti non si videro mai più. Alexandra Tolstaja morì nel 1979, all’età di 95 anni. Roman de Hudson la raggiunse un anno dopo, a 91 anni. Sua figlia Tamara riuscì a vedere San Pietroburgo, nel 1973. Ora ha 84 anni e vive a San Antonio, in Texas.