Maurizio Caldini
I PIEDI FANNO MALE

I piedi fanno male. Ciottoli, freddi chiodi sulla stradina che costeggia i campi. Toni cammina con i suoi amici del paese, tutti sono preda del buonumore anche se è mattina presto e il sole sta ancora cercando di ingranare, prendere velocità, arrampicarsi, come ogni volta. Giovani cerbiatti che saltellano e ridono delle smorfie, dei gridolini. I piedi impiegheranno qualche giorno ad abituarsi, essere scarpa di se stessi.

Quattordici anni. Molti sono coetanei di Toni, altri hanno uno o due anni in meno, sono venuti con il nome di un parente più grande. I soldi fanno comodo, non c’è tempo per aspettare l’età minima per lavorare. Mille lire al giorno sono tante, qualcuno non riesce neanche a immaginare quanto guadagnerà alla fine, come saranno contenti a casa, quante cose si potranno comperare. Magari anche un gelato, il giorno del ritorno, chissà. Uno di quelli grossi, da dieci lire. Un salice accenna un inchino, sfiorato da un estemporaneo accenno di brezza.

Quattordici anni. Per la prima volta partire da casa, andare lontano. Sedersi sul fondo del cassone di un camion coperto, sul fondo perché i posti sulle panchette sono per i grandi, sul sedile l’autista e il caposquadra. Sentire anche il cuore sobbalzare quando il mezzo inizia a muoversi sulla strada sterrata. Un ruggito e una sbuffata di fumo altrettanto rabbiosa, la terra bianca presa a morsi.

Quattordici anni. E i tornanti così forte non li hai mai percorsi per scendere dalla montagna e le rocce che sfilano tra i radi cespugli sono una striscia grigia che passa veloce come l’acqua di una cascata, e se la guardi troppo ti gira la testa e sale un po’ di nausea dallo stomaco alla gola. Ma gli adulti non ci fanno caso, sono troppo presi da mille discorsi a voce alta, per vincere il motore e la strada, come se non si vedessero da anni. E allora cerchi di guardare dritto dietro per vedere qualcosa di fermo che fermo non è, diventa soltanto più piccolo, un borbottio del motore a pieni giri e un sobbalzo alla volta, lentamente. Poi se a una curva sparisce tutto il paese, campanile compreso, il cuore resta in delicata attesa, sperando che torni ancora. Forse un po’ più piccolo, ma almeno una volta ancora, che da così lontano non si è mai visto prima. E l’attesa ti ricorda che stai andando lontano da casa. Sì, sono solo quaranta giorni, non dovrebbe pesare troppo. Decidi di chiudere gli occhi. Così, per sicurezza. Che qualunque cosa guardi fa un po’ male. E resta solo un nodo.

Quattordici anni. E i sobbalzi d’incanto finiscono. La strada diventa liscia, il camion sembra scivolare sull’asfalto della statale. Si viaggia sempre tra le montagne, ma le cime sono più lontane, le capre si distinguono a fatica su in cima, sembrano solo abbozzate in un dipinto troppo grande perché qualcuno riesca a terminarlo. I passeggeri abbassano la voce, ma non subito, non si accorgono che il rumore è calato. I ragazzini che cercano di stare in piedi, in equilibrio sulle curve, sono subito richiamati e costretti a tornare seduti, accucciati e con il broncio perché il gioco era bello davvero.

Quattordici anni. E Toni continua a saltellare per il dolore ai piedi, a forma di piccoli sassi. E intanto si sta scorticando un avambraccio, una puntura di zanzara. Hanno ronzato intorno tutta la notte, impegnate a gettarsi implacabili su enormi prede inermi, vinte dalla stanchezza del viaggio. E il caldo. Troppo caldo e umido per essere solo il 5 di giugno. Troppo caldo asfissiante. Troppe zanzare a girare intorno. E il ricordo della coperta e dell’aria fresca e rassicurante della notte di casa è ancora troppo vivo, anche se i monti sono diventati piccoli piccoli, in fondo al camion. E aumenta la nostalgia. Condita dall’angoscia per le zanzariere stese ai quattro lati del letto, che sembrava di soffocare ed era solo la prima notte. E poi i ragazzi più grandi che qui ci sono già stati e ti dicono che il peggio deve ancora venire. Che di giorno ci sono i tafani grossi e neri, ti si attaccano addosso, sopra i vestiti, e non sembra che pungano, mordono davvero. Che magari se hai ancora i vestiti asciutti per un po’ ti salvi, ma quando sei bagnato non hai più scampo.

Quattordici anni. E la colazione è stata un panino e un quadretto di cioccolato fondente, che però è meglio farlo durare un po’ di più e allora il morso è stato piccolo, talmente piccolo che Toni si è sentito più zanzara che tafano.

Quattordici anni. E il ragazzo si guarda i polpastrelli, dimenticando un po’ i piedi. Le dita sono già piene di tagli sottili che si aprono ogni volta che si tocca qualcosa e chissà quando avranno il tempo di guarire. Forse la domenica. O forse il 29 del mese, che è l’unica festività retribuita, anche se i grandi hanno detto che se i padroni chiederanno di lavorare mezza giornata si potrà anche fare. A rischio di botte, però. I reggiani sono comunisti davvero, non hanno paura dei padroni, parlano di diritti. E allora forse i tagli non guariranno mai, fino al viaggio di ritorno. Le minuscole ferite bruciano. Toni se le è procurate la prima mezza giornata, appena dopo essere scesi dal camion, indolenziti e assetati. La prima mezza giornata è stato nel vivaio, dove si estirpano le piantine di riso che poi saranno trapiantate nelle risaie. Ma le foglie sono taglienti, bisogna stare attenti. Chinarsi di più, immergere il braccio nell’acqua torbida quasi fino alla spalla. Quante volte lo ha dimenticato.

Quattordici anni. E stare attenti, se invece il riso si va a raccoglierlo nelle risaie grandi. Stare attenti ai solchi dell’aratro, dove l’acqua cambia colore perché ti arriva fino al petto, se ci metti un piede dentro. E bisogna fare attenzione anche all’acqua, che quaranta giorni tra giugno e luglio sono caldi e nell’acqua che quasi bolle si fa fatica a starci. Per questo si inizia presto la mattina. E le bisce, ci sono anche le bisce d’acqua, che sono grosse e anche se non mordono fanno paura, perché rischi di trovarle vicino alla faccia, mentre sei chinato a raccogliere.

Quattordici anni. E durante il lungo viaggio sul camion, le donne hanno convinto tutti che il lavoro più brutto è quello di trapiantare le piantine di riso nelle risaie. E’ un compito affidato solo alle donne, costrette a camminare all’indietro e usare entrambe le mani, obbligate a rimanere costantemente chinate, senza appoggi. E se la terra, arata dopo la raccolta del grano e ricoperta d’acqua, non ha assorbito bene restando secca e dura, le dita costrette a scavare sanguinano davvero. E camminando all’indietro, dopo pochi metri le donne sono già coperte d’acqua e fango fin nei capelli.

Quattordici anni. E mentre cammini scalzo, ripensi alle donne chine nell’acqua. A quella donna anziana, piccola e curva su un bastone. Quella vecchia che li ha guardati scendere dal camion, nell’aia dell’azienda agricola, tutta vestita di nero. Quella schiena tirata come un arco troppo teso, fatto con un ramo di castagno giovane e sottile. Quella gobba che non guarirà mai più. E quel saluto, ricambiato con sguardo interrogativo da Toni, che non ha potuto proprio farne a meno. E lei che ha sorriso. E se n’è andata, condannata a guardare per terra.

Quattordici anni. E dopo tutte le raccomandazioni, i racconti irti più della strada che costeggia le risaie, sono sempre quattordici anni e anche se è la prima campagna del riso sembra una vacanza, sembra la colonia. E si ride e si scherza tra amici, che ci sono quasi tutti, anche se una bicicletta farebbe comodo, su quella maledetta strada. Ma persino il gracidare delle rane può essere un suono nuovo, o nuova può essere la semplice forma nera e conica di un cipresso lontano, o il profumo acerbo dei pioppeti portato dal mattino nuovo.

Quattordici anni. E Giulia di anni ne ha uno in meno e forse Toni dovrebbe stare più attento, chiamarla con il nome di sua sorella Caterina, quello con cui è venuta qui. Ma è troppo felice di vederla, là davanti, sulla destra del gruppo che avanza. In fondo si accontenta di un cenno di saluto, un sorriso magari, come in ogni occasione in cui i loro sguardi si incontrano.

Quattordici anni. E Toni la chiama ancora, ad alta voce, con le mani stese ai lati della bocca. E i piedi ormai li ha già dimenticati, sembrano quasi buoni per provare a correre, avvicinarla di più, e in fretta. Poterle camminare accanto per qualche minuto.

Giulia.

Quattordici anni. Ed è il primo giorno.
Il primo giorno della campagna del riso del ’54.

Giulia.
Voce di uomo. Giulia. Un vecchio. Giulia. Un nome, scandito ad ogni respiro. Giulia. Sempre più forte. Giulia. Sempre più disperato. Attraversa l’aria di un corridoio d’ospedale. Aria neutra, disinfettata. Anche dall’interesse, dalla premura per un campanello che suona, per una voce che grida, per una mano aggrappata. Aria che inghiotte ogni cosa, in un silenzio che è un ronzio assordante. E’ notte fonda e quel silenzio è il prodotto di colpi di tosse, cigolii di letti, bocche dell’impianto di riscaldamento, gente che parla sottovoce. E pensieri e ricordi, spalmati su tutto. Pensieri e ricordi di chi a dormire proprio non riesce. E un nome è tutto ciò che resta. Giulia. Ancora oggi. Fino al silenzio. Al silenzio vero.
Ma c’è dentro tutto. Non è mai servito altro.

Per quasi sessant’anni.