| Giovanni Buzi
L’UNICA DONNA
È bastato uno sguardo.
Al semaforo.
Lei in una familiare verde metallizzato.
Io in una decappottabile nera.
Lei approfittò dello stop per darsi un’occhiata
allo specchietto retrovisore. Io per rimettere un filo di
rossetto rosa perla.
Uno sguardo.
Non di più.
Scattò il verde, e scattò lei con un colpo d’acceleratore.
Come volesse fuggirmi.
Troppo tardi.
Quella bionda dall’aria casa e chiesa, col petto che
ansimava sotto ad un brillante crocifisso di cristalli, non
me la sarei lasciata scappare. Per niente al mondo.
Il semaforo seguente era al verde.
Continuai a tallonarla.
Sì, di tanto in tanto sbirciava dallo specchietto retrovisore,
la santarellina... Un crampo allo stomaco; dopo 48 anni comincio
a conoscere il mio corpo, so quando ha fame.
Fame di donna.
Non una donna qualsiasi, ma quel viso, quel seno.
Ogn’altra sarebbe stata veleno.
Era lei l’unica donna.
Una stretta fra le cosce; era il mio sesso che la cercava.
Tolsi una mano dal volante, la feci scendere, giù fino
allo string. La seta frusciò. Il mio sesso depilato
si contraeva come un voglioso anemone di mare. Accarezzai
la carne già umida, impaziente. La punta della lingua
sul dito: carne, sale e mare...
Semaforo arancione.
Lei rallentò, io, le due mani sul volante, insaccai
il piede sull’acceleratore e Scrakch!
***
- È tutta colpa mia...
Come sta?
Nel verde limpido dei suoi occhi volò un’ombra.
- Cos’ha fatto... ma è pazza? M’è
venuta addosso di proposito, l’ho vista!
- Si calmi, signorina. Lo riconosco, è colpa mia. Ma
come può pensare che l’abbia fatto di proposito?
Mi sono distratta, ho perso il controllo. Non si preoccupi,
mi prendo l’intera responsabilità. Lei, piuttosto,
come sta?
- Io?, la bionda come ricordasse solo in quel momento d’avere
un corpo. Credo di star bene, voglio dire, di non essere ferita.
Aprì la portiera e uscì: restai senza fiato!
Un fascio di capelli biondi brillò al sole. I fianchi
d’una Venere. Mi buttò contro i suoi occhi verdi,
profondi e freddi come due laghi di montagna.
Credetti d’affogare.
Cosa m’ha trattenuto dal prenderla tra le braccia e
accarezzarle la nuca? Avrebbe poggiato la testa tra il mio
collo e il seno, proprio all’altezza del cuore e come
una bambina si sarebbe abbandonata. Ne sono sicura, era quello
che voleva. Ma volere è una cosa, riconoscere che si
vuole, un’altra.
Il verde alpino delle sue pupille raggelò.
- Allora, è contenta di quello che ha combinato? Guardi
come m’ha conciato la macchina!
- Non si preoccupi, signorina...
- E la smetta di chiamarmi signorina! Sono una signora, la
signora Peruzzi, per la precisione!
Mi mise sotto al naso il dito con la fede nuziale. Che unghie
curate, la santarellina... Lo smalto era sì d’un
rosa scialbo, ma che lavoro di polso e di lima! Sicuro, ci
passava le ore. Ciò significava che: 1) aveva tempo
a disposizione, 2) probabilmente ancora nessun figlio, 3)
teneva molto alla sua persona, anche se all’apparenza
sembrava una mela bio del Trentino: florida, sana, senza pesticidi.
Non so leggere le linee della mano, ma osservando le unghie
so quasi dire vita, morte e miracoli d’una persona,
diciamo d’una bella donna, le sole persone che veramente
m’interessano. Le unghie mi parlano attraverso la forma,
la lunghezza, la cura, il colore dello smalto; le sue mi stavano
dicendo che...
- Insomma, perché mi fissa così la mano, non
ci crede che sono sposata?
- Scusi, non è il momento, lo so, ma stavo ammirando
la bella tonalità di colore del suo smalto.
- Come?, disse abbassando istintivamente lo sguardo verso
le unghie. Che avrebbe di tanto strano il colore del mio smalto?
- Non ho detto strano, ho detto la bella tonalità.
Alzò il viso. Restò a fissarmi e il verde dei
suoi occhi si fece smeraldo.
***
La mia auto, pur malridotta,
funzionava. Inserii il solito cd di Alan Sorrenti e selezionai
“Tu sei l’unica donna per me”. Presi a cantare:
“Dammi il tuo amore, non chiedermi niente, dimmi che
hai bisogno di me, tu sei sempre mia anche quando via, tu
sei l’unica donna per me...”.
Viaggiare, vagheggiare, vaneggiare... col corpo e con la mente.
Tutto mi sembrava possibile. Tutto sembra possibile quando
si è innamorati. Ed io lo ero. Innamorata cotta. Di
già? Scoppiai a ridere e premendo l’acceleratore
corsi con la macchina mezza scassata verso il mare cantando:
“Dammi il tuo amore, non chiedermi niente, dimmi che
hai bisogno di me, tu sei sempre mia anche quando via, tu
sei l’unica donna per me...”.
Non riuscivo a scacciare l’immagine di lei dalla mente.
Il viso acqua e sapone, le labbra carnose senza un filo di
rossetto, le ciglia appena ritoccate di rimmel, i capelli
biondi mossi e sparsi sulle spalle. Soprattutto, non riuscivo
a cancellare l’immagine dei suoi seni polposi, trattenuti
a stento da quel reggiseno bianco che s’indovinava sotto
alla leggera maglia color pesca. In mezzo al petto, come un
vaderetrosatana, brillava il crocifisso di cristallo. Rischiai
un secondo incidente. Svoltai brusca il volante e d’un
pelo evitai un autobus!
***
La mia assicurazione pagò
fino all’ultimo centesimo.
- Nessun problema, signora Anici. Sono stati molto gentili
e stranamente puntuali. Sa, certe compagnie d’assicurazioni...
- Ne sono felice, signora Peruzzi, ma la vera fortuna è
che lei non abbia avuto un solo graffio!
- Non ne parliamo più, rispose con voce molto offuscata.
- Come dice? Non sento.
- Sto in macchina, in un tunnel.
- Mi scusi, la richiamo più tardi; non vorrei causarle
un altro incidente!
***
Da quel primo incontro-scontro,
non avevo cessato di pensare a lei. Mi stendevo sul divano,
programmavo il cd in modo da far ripetere all’infinito
la mia canzone, quella che consideravo già la nostra
canzone: “Dammi il tuo amore, non chiedermi niente,
dimmi che hai bisogno di me, tu sei sempre mia anche quando
via, tu sei l’unica donna per me...”.
Con movimenti lenti, un po’ flou rivedevo il suo viso,
capelli, la schiena, i fianchi... soprattutto i seni che immaginavo
sodi, caldi, profumati. Doveva avere i capezzoli rosati, teneri
come boccioli, dolci come licis. Sentivo tra i denti la loro
consistenza di fragola matura. Li mordicchiavo e, poco a poco,
li sentivo rilasciare il loro succo d’uva matura, profumata.
Tra lingua e palato restava un retrogusto di mandorla, cianuro
e miele...
Trillo di campanello!
Sollevai di scatto le palpebre e tolsi le due dita dalla vagina,
che rifiutò di richiudere subito le labbra e restò,
come un pesce fuor d’acqua, a boccheggiare.
Era lei; l’aspettavo. Aveva un mazzo di fiori in mano.
- Rose bianche! Come sa che sono le mie preferite?
- Non lo sapevo... Che incanto!, esclamò guardandosi
intorno.
- Una soffitta, in fin dei conti.
- Chiama questo superattico una soffitta?, disse fissandomi
coll’entusiasmo d’una bambina.
- Quanti lavori col mio primo marito! Un avvocato; m’ha
lasciata per la segretaria. Poco originale, ma è andata
così. Almeno ho tenuto l’appartamento e qualche
soldino. Dal mio secondo marito ho divorziato dopo due anni.
- Mi spiace.
- Non è il caso. Un porco, allungava le mani perfino
con le bambine. Poi Federico, un amore di ragazzo: 25 anni,
gentile, campioncino di nuoto, 1 metro e 80, occhi azzurri,
due spalle così: è fuggito con un ballerino.
Poca fortuna con gli uomini.
- Una bella donna come lei!
- Orrenda e storpia non lo sono mai stata, ma alla mia età...
- Cosa dice?
- Signora Peruzzi, è un angelo! Vogliamo darci del
tu? Chiara.
- Anita, come... Da quando sono alta così, tutti mi
chiedono come sta Giuseppe Garibaldi.
- Come sta?
Scoppiammo a ridere.
- Tuo marito come si chiama?
- Annibale.
- Preferisco Giuseppe.
- Martedì calcio, mercoledì piscina, giovedì
palestra. Una montagna di muscoli.
- Un tè?
- Volentieri.
La servii sedendomi sul divano accanto a lei. Sembrava non
vedermi; lo sguardo concentrato su una maschera di terracotta,
una faccia di donna bloccata tra il riso e la smorfia.
- È un’antefissa di tempio etrusco, una Menade.
L’ho comprata a Tarquinia. Ho un casolare da quelle
parti.
Fresco, sentii il suo profumo all’albicocca.
Respirai.
Senza guardarla, respirai.
Nell’aria: “... dammi il tuo amore, non chiedermi
niente, dimmi che hai bisogno di me...”.
La mia mano s’alzò leggera, esitante come farfalla
tra spine di cactus, s’avventurò verso i suoi
capelli.
“Dammi il tuo amore... non chiedermi niente...”.
La sfiorai.
Non si mosse.
L’accarezzai.
Dolce la baciai.
Ad occhi chiusi, respiravo il suo respiro. Le mie mani sul
suo collo, il petto velluto, i capezzoli e giù, ancor
più giù tra vortici di seta e d’ali.
Annibale non doveva perder tanto tempo a farfalleggiare con
le dita d’atleta. M’accorsi presto che la santarellina
conosceva ogni parola meno una: basta.
***
- Com’è diverso!,
sospirò Anita i capelli biondi sparsi sul cuscino,
lo sguardo immerso nel bianco latte del soffitto.
Tenendole la mano:
- In generale gli uomini: una serie più o meno scomposta
di va’ e vieni, un urlo più di rabbia che d’amore
e ci lasciano ad occhi aperti a sognare. Il tempo di posargli
una mano sul capo e dormono.
***
Ci vedemmo quasi tutti i
giorni. Lei inventata mille stratagemmi per vederci, e vederci
voleva dire stringerci, leccarci, divorarci come bestie, lei
ancor più felice di me, stordita d’aver scoperto
l’amore-sesso tra donne. Ma lasciare il marito non se
la sentiva. Doveva riflettere.
Le cose per noi donne non sono mai semplici. I nostri circuiti
non hanno niente a che vedere con quelli decisamente più
semplificati degli uomini. È la nostra forza, è
la nostra debolezza. Ed io non volevo sbagliarmi, dovevo esser
sicura che lei m’amasse. Volevo una donna per sempre,
per tutta la vita.
Io volevo una donna per tutta la vita. Lei, un diversivo.
***
- Vieni a vivere con
me, le dissi un giorno.
Anita senza guardarmi,
- Non posso.
- Ti prego, lascia tuo marito.
- Non voglio.
- Non capisci che ormai m’è impossibile vivere
senza di te?
Mi gettò contro i suoi limpidi occhi verdi:
- Non ti sta bene se le cose restano così?
- Così... io ad aspettare, tu con tuo marito. Io a
contare le ore, tu...
- Non essere melodrammatica!
Piansi. Amaramente.
Io, sempre più esigente, noiosa, egoista.
Lei si sentiva soffocare.
- Ti posso almeno chiedere di restare per un’intera
notte con me?, la supplicai.
- Sai che è impossibile.
- Non è impossibile, è difficile.
Riuscì ad inventare una storia al marito.
- E poi dici che non ti amo?, mi sorrideva mentre ci dirigevamo
in macchina verso il casolare.
Mi concesse anche di sottoporsi ad una delle mie tante fantasie
erotiche. La divertivano.
La legai nuda su un tavolo, dal soffitto feci oscillare un
lampadario con candele accese. Gocce di cera caddero sul pavimento,
il tavolo, il suo corpo. Gridava eccitata; Annibale non doveva
perder tanto tempo neanche con la cera. Una goccia cadde accanto
alla sua guancia: sfrischh e divorò il legno.
- Cos’è?, disse lei con una punta d’inquietudine.
Avevo manipolato il lampadario, l’interno era colmo
d’acido che fuoriusciva da sottilissime fenditure.
- Le mie lacrime non erano cera fusa, ma vetriolo, risposi.
Una goccia le colpì la gamba. Anita lanciò un
urlo:
- Sei pazza! Slegami!
Inserii un cd nel mini stereo, le rivolsi un ultimo sguardo
ed uscii. La campagna si stendeva calma sotto la luna. Nel
canto dei grilli, m’arrivavano attutite le sue urla
miste alle parole della nostra canzone:
“Dammi il tuo amore, non chiedermi niente, dimmi che
hai bisogno di me, tu sei sempre mia anche quando via, tu
sei l’unica donna per me...”.
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