| Michele Brusati
NELL’AMBITO DELLE PICCOLE COSE
Ci sono momenti non
degni di essere vissuti: bisognerebbe trovarsi da tutt’altra
parte, avere orecchie ed occhi tappati, la testa persa altrove.
Ci sono dei momenti in cui, all’opposto, sono gli uomini
a non dimostrarsi all’altezza dei propri tempi: si resta
fermi quando bisognerebbe agire; si rimane in silenzio mentre
bisognerebbe intervenire; si guarda dalla finestra, e quelli
fuori possono fare un po’ pena, ma così è
la vita, si dice. Ci sono tempi in cui non ho mai vissuto,
ci sono luoghi dove non sono mai stato. Sono i più
belli, a ripensarli; perché i ricordi sono insipidi,
se non si aggiunge il sale della fantasia. Ci sono attimi
che fanno tremare: ed è dura ammetterlo, anche a distanza
di anni.
Ancora oggi mi capita di passare intere nottate insonni a
riflettere su cosa sia stata la guerra, e perché avvia
investito proprio me; e perché le cose siano andate
in quel modo piuttosto che in un altro. Il mondo aveva a disposizione
migliaia di epoche, milioni di luoghi; perché proprio
io ho vissuto quegli avvenimenti, ed in quei posti? Ogni tanto
mi capita di tenere sulle ginocchia un frugoletto di dieci
anni, e che questo mi chieda «Ma tu hai mai ucciso qualcuno,
nonno?» con quell’espressione innocente che solo
i bambini possono permettersi di dipingersi in fronte. Capita
anche questo, dopotutto.
Sarebbe bello riuscire a spiegare la guerra a quel frugoletto,
come mi ha chiesto, in vista di una ricerca scolastica: sarebbe
bello, e sarebbe utile. La verità è che non
ci riesco: le parole mi si fermano nella bocca, ogni periodo
risulta inadeguato, deficitariamente inesatto.
No, non c’erano i buoni e i cattivi, mi verrebbe da
dirgli. I buoni e i cattivi sono venuti dopo, e li hanno decisi
i film di guerra, o i libri di storia. A quei tempi si trattava
solo di noi e di loro; e di salvare la pelle, chiunque fossero
questi loro. E chiunque fossimo noi. Tutto qui: potrà
sembrare riduttivo e potrà sembrare fasullo, ma era
così che andava e sarà così anche per
tutte le guerre a venire. Addormentarsi la sera contenti di
essere vivi; e nessuna altra felicità al mondo potrà
mai surclassare questa. Rabbrividire sentendo spari lontani
farsi sempre più vicini. Piangere, sentire il caldo
delle lacrime correrti lungo le guance.
Eravamo tutti fuori dalle case, anche se era notte. Tutti
guardavano ammaliati e allo stesso tempo intimoriti il gran
cielo pieno di fuochi: eravamo a chilometri, ma quasi riuscivamo
a scorgere i contorni delle colline, e della Basilica. Erano
come globi, globi luminosi. C’erano delle esplosioni
che illuminavano il cielo come intere tempeste di lampi; ti
facevano vedere nuvole scure in cieli ancor più scuri,
e paesi sulle colline che mai avevi potuto vedere, neanche
in giorni di sole e vento insieme. E anche la neve delle montagne
rifletteva quel rosso; quel rosso che per i più piccini
era meglio di uno spettacolo pirotecnico, per i più
grandi era il peggiore degli incubi possibili. Era uno spettacolo,
per noi piccoli: potrà sembrare orribile ed impressionante,
ma era uno spettacolo e noi lo vedevamo come tale. Un qualcosa
di insolito, una cartolina, un qualcosa da dire Io c’ero.
Ricordo ancora quelli più piccoli gridare Ooh ad ogni
fiammata, ed esclamare Oh, peccato! quando la luce si esauriva.
Ricordo le sberle dei grandi, nervosi verso il nostro atteggiamento
e verso quella situazione; ma ricordo anche i loro abbracci,
i loro forti abbracci.
Due
I nostri giochi erano giochi
facili facili: un buco in mezzo ad uno spiazzo, e tirare una
biglia e cercare di centrarlo; rimpiattini che duravano interi
pomeriggi; scacchiere per terra e cercare di saltare un piede
sì e uno no, poi piedi uniti, poi incrociati…
La guerra portò nuove illusioni, e noi ci adeguammo
presto: i nemici erano dappertutto, i nostri bastoni erano
falsi veri fucili, gli avversari erano furbescamente invisibili
e proprio per questa difficoltà le nostre missioni
duravano ore e ore. Io di anni ne avevo quattordici, mio fratello
due in meno di me. Papà era partito da pochi mesi,
ma già faticavo a ricordarmi il suo volto. Era partito
un giorno di sole insieme ad altri adulti, con tutte le persone
in piazza, le vecchie a piangere, io a capire o non voler
capire e a stringere forte forte mio fratello, cercando mia
madre. Le poche cose le intuii dai discorsi della gente, agli
angoli. C’entrava qualcosa la guerra. C’entrava
qualcosa della gente venuta da lontano, forse da Roma. Ricordo
solo che papà piangeva, non voleva partire. Che voleva
restare a casa con noi.
Mamma ci fece un discorso serio, quella sera stessa: il nostro
primo discorso serio. Papà era partito per far vincere
la nostra Patria, ci disse, ma lui sarebbe stato sempre vicino
a noi. Ci avrebbe sorvegliato, da dovunque sarebbe finito;
e noi dovevamo comportarci da grandi, e fare i bravi. Le sue
prime cartoline arrivarono dopo pochi mesi, e dicevano Stiamo
Vincendo, Tornerò vincitore, Sono orgoglioso di far
parte di questo esercito. Mamma ci badava poco, le appendeva
su una mensola e le mostrava orgogliosa alle amiche. Nascondeva
invece in inarrivabili tane delle buste non affrancate che
contenevano fogli sudati e scritte come Qui è un Inferno,
o Tornerò quando questo schifo sarà finito.
Passarono i mesi, e i giochi cambiarono sempre più
rapidamente, facendosi sempre più seri. Suonava una
sirena e noi tutti dovevamo scappare, anche in piena notte.
Si andava nei campi, nelle risaie ancora asciutte. Ci portavamo
le coperte, ci adagiavamo nei fossati, cercavamo di prendere
sonno così. Gli aerei avrebbero bombardato le case,
non i campi, sostenevano i più anziani. Gli adulti
ci prendevano tra le braccia, e cercavano di rincuorarci;
e, allo stesso tempo, di rincuorarsi pure loro.
Non si andava a scuola, naturalmente; ma quanto avremmo desiderato
di andarci, in quelle nottate nei fossati. Fu in quei momenti
– credo - che imparai ad amare le piccole cose. Le cose
invisibili. C’era uno scrittore, uno scrittore francese,
che faceva dire ad uno dei suoi personaggi: L’essenziale
è invisibile agli occhi. Quello scrittore se lo portò
via la guerra, forse è segno del destino che mi sia
tornato in mente proprio ora. Quanto avevano ragione, quelle
sue parole: affrontano quello di cui tutti ci lamentiamo continuamente,
si chiama normalità ed è, in realtà,
un qualcosa per il quale molti e molti uomini hanno lottato
duramente. È la dimensione delle piccole cose, un necessario
mondo invisibile di cui, curiosamente quanto dolorosamente,
si avverte la presenza solo quando viene a mancare.
Ed ecco quello che vorrei dire a quel frugoletto, che di nome
fa Mattia: la normalità è una cosa bellissima;
non te lo scordare mai, questo. La guerra imbruttisce e porta
via tutto. Ruba il tempo, le abitudini, le piccole cose felici:
e solo allora si inizia a rimpiangere le noiose ore di lezione,
le partite a calcio in cui l’allenatore non ti mette
in campo, i pomeriggi a studiare.
«Non piango né per te, né per i nostri
figli. Piango per la bruttura, per tutto l’amore che
non c’è più, per l’infelicità,
per l’odio,» scriveva papà dal fronte,
nelle sue lettere segrete. Ricordo il postino regolare, sempre
compassato, e la persona che in fondo in fondo era il nostro
vero postino, tutto ansimante; ricordo la faccia tesa di mamma,
ricordo l’inquietudine mentre si mangiava, tutti assieme,
aspettando che qualcuno bussasse alla porta.
Tre
Avevano detto che la guerra
sarebbe durata poco. Avevano detto che avrebbe portato giovamenti.
Ma la guerra non finiva, non portava giovamenti, probabilmente
non era nemmeno una guerra giusta. Avevamo le razioni alimentari,
la tessera del pane, della pasta e dei generi di prima necessità;
la luce andava e veniva; i pullman non arrivavano, non era
possibile andare in città. Non era questo il mondo
che ci avevano promesso. Non credere mai alle promesse, Mattia.
Mai. Soprattutto se a farle sono genti lontane da quello che
sei, da quello che vedi, da quello che vivi ogni giorno.
Quella che stavamo vivendo era una guerra che non finiva mai.
Passavano camionette, giravano voci, sempre più insistenti.
Mi ero fatto grande, e nascondermi era ormai impossibile.
Dov’erano i miei giochi, dov’erano i ragazzi con
cui giocavo a biglie? I giochi non mi attiravano più;
i ragazzi, quelli più grandi, erano già stati
richiamati al fronte. E tra poco sarebbe toccato a me, e tra
poco mia madre mi avrebbe svegliato, una notte, e mi avrebbe
detto Segui quest’uomo, un uomo che riuscivo solo ad
intravedere, nella penombra della lampada.
Scappammo. Le prime luci del giorno ci sorpresero su un sentiero
poco battuto vicino ad una fattoria. Solo allora riconobbi
quell’uomo: si trattava del Paroni, un nostro vicino
di casa che credevo scomparso da molto tempo. Tutto il paese
lo considerava pazzo, o comunque uno da evitare. «Quello
è fuori di testa,» diceva mio padre, ai tempi:
«Non so cosa voglia dimostrare, ma se continua così
gliela faranno pagare. Eccome.»
Solo dopo, in un secondo momento, potei capire meglio. Il
Paroni non era pazzo, era solo coerente, come amava definirsi.
E, soprattutto, noi che scappavamo dalla guerra non eravamo
codardi: i codardi erano piuttosto quelli che combattevano
senza protestare, quelli che eseguivano gli ordini senza riflettere.
Noi si era dei girovaghi, dei dissidenti: come diceva lui,
due persone sagge che avevano ben chiaro l’ideale per
il quale combattere: la propria vita. Eravamo due cani sciolti
in giro per il mondo, due sopravvissuti. Avevamo poche provviste
nei nostri zaini, e quando queste finivano le chiedevamo nelle
cascine, o rubavamo frutta dagli alberi. Molte volte degli
allevatori ci facevano dormire nei loro fienili; altre volte
ci inseguivano coi forconi. Il Paroni mi insegnò un
gioco: riconoscere da lontano gli uomini vestiti in divisa.
Chi li vedeva per primo, vinceva una pera. Ad onore del vero,
devo ammettere che la pera in questione non c’era mai;
poco male, perché tanto l’avrebbe sempre vinta
lui, attento com’era agli orizzonti, agli sfondi ed
ai dettagli.
Una sera incrociammo diverse pattuglie e fummo costretti in
tutta fretta a chiedere ospitalità in una cascina.
Fummo fortunati: i fattori si rivelarono persone di cuore,
ci diedero due brande in una soffitta e ci tennero regolarmente
informati sui movimenti dei militari. Si mangiava insieme,
verso le otto; e una sera di quelle la moglie ci disse che
avevamo la strada sgombra ma che, se non volevamo più
correre pericoli, allora sarebbe stato opportuno rifugiarci
sulle montagne. «C’è molta gente lì:
gente come voi, gente che ha bisogno di non essere vista.»
Quattro
Partimmo quella notte stessa.
Furono tre giorni di cammino circospetto e faticoso, ma alla
fine trovammo davvero, seguendo le indicazioni dateci da dei
contadini, un avamposto di quelli delle montagne.
«Signor Paroni,» ricordo che dissi, «Vedo
gente in divisa!» Già pregustavo la mia pera.
«Questi non valgono, Giuseppe!» mi rispose lui.
Ci condussero al cospetto di un uomo evidentemente importante,
considerato il rispetto che tutti gli altri usavano nel parlargli.
«Voi chi siete?» ci chiese.
«Stiamo scappando. Veniamo da ***.»
«Qui non si scappa. Qui si affronta il pericolo faccia
a faccia.»
«Noi o si scappa o si muore,» rispose il Paroni.
«E io sono troppo vecchio, ed il ragazzo troppo giovane.»
«Troppo giovane per combattere? Qui ne abbiamo anche
di più ragazzini, se è per questo.»
«Troppo giovane… per morire,» tagliò
corto il mio protettore.
Il nostro interlocutore picchiò un pugno su un tavolo
e maledisse due o tre santi; chiamò a rapporto due
sottoposto, parlò di cose che sembravano di vitale
importanza. Noi rimanemmo lì, in piedi, ammutoliti.
«Restate,» ci disse infine, ancora rabbioso. «Vi
chiedo solo di darvi da fare.»
Si trattava del fronte di combattimento interno, come imparai.
Non erano né nemici né nostri soldati, mai avrei
trovato mio padre tra di loro. Non davano ragione a nessuno,
volevano solo la loro terra libera da quello stato di guerra,
e da tutte le ingiustizie che l’avevano preceduto. Avevano
due o tre vendette in mente, ma ancora troppo lontane per
poter far rabbrividire. Noi ci davamo da fare preparando cibi
e vivande, assistendoli come meglio potevamo. Le scene di
giubilo, o quelle di pianto, ci vedevano osservatori lontani,
quasi apatici. Forse avrei voluto essere nella mischia, anche
se la cosa mi faceva tremare; ma a placarmi, comunque, bastava
quello sguardo del Paroni, così rassegnato, così
pensoso, così rilassato. Mai lo avevo visto commettere
imprudenze, quello sguardo; mai accendersi, o sussultare,
o dichiararsi sconfitto. Le persone del campo, invece, vivevano
ogni giorno di illusioni e di lacrime, di attese e di meraviglie,
di disfatte e di concessioni, in un continuo senso di inappagamento.
Mi capitava di incrociarli troppo, quegli sguardi; e di dimostrare
di comprenderli, forse. E qualcuno lo notò. Una sera
il comandante venne da noi, nelle cucine. «Signor Paroni,
il piccolo Beppe non è più tanto piccolo, ormai.
Parla coi soldati, di nascosto sta pure imparando ad usare
il fucile, dimostra sempre più interesse verso le nostre
missioni.»
«I giovani…»
«Signor Paroni, lo faccia unire a noi.»
«Ho un vincolo, generale. Ho giurato a sua madre che
l’avrei portato a casa sano e salvo.»
«Signor Paroni, questo non è il momento della
saggezza e delle promesse. Questo è il momento di essere
eroi.»
«I veri eroi,» disse allora Paroni, «odiano
le guerre. Non mi chieda di partecipare alla sua. Non lo chieda
nemmeno al ragazzo.»
«Se tutti fossero come lei, vivremmo in un mondo perfetto,»
ammise il generale. «Purtroppo questo non lo è,
e bisogna adattarci alla miseria della gente. Gli eroi della
sua pasta servono poco, in questi momenti.»
«Ci penserò.»
Cinque
E ci pensò davvero,
Paroni. Me ne parlò, io esposi la mia opinione. Era
la seconda occasione in cui qualcuno mi parlava alla pari,
come si parla ad un grande; la prima volta avevo perso mio
padre, in quella seconda avrei potuto perdere me stesso. Gli
dissi che avrei preso una decisione, nei giorni a venire.
Il mattino dopo scendemmo all’emporio del paese per
far provviste; fu lì che ci sorprese un manipolo di
soldati.
Chiesero qualcosa al Paroni, cose che non capii. Paroni rispose
con una frase altrettanto incomprensibile. Fecero per mettergli
le mani addosso; e fu a quel punto che lui estrasse dal suo
zaino una granata. Tutti ci fermammo ed ammutolimmo, come
paralizzati da un sortilegio. Paroni con in mano l’esplosivo;
i soldati con i fucili puntati contro di lui; io e la signora
dell’emporio bianchi in volto, senza nemmeno il coraggio
di respirare.
«Uscite,» ci disse allora Paroni; «E scappate
più in fretta che potete.»
La signora scappò subito; io mi fermai, tremante, presso
il mio amico. Piangevo, piangevo lacrime amare che mi finivano
dritte dritte in bocca.
«Vattene!» mi urlò allora, rabbioso di
una rabbia mista a disperazione.
Scappai, scappai più veloce del vento. Il cuore mi
sobbalzava in gola, il respiro sembrava quasi perdere colpi.
Oltrepassai il paese, scavalcai un recinto e mi nascosi dietro
un cespuglio per non essere visto. Una vampata di fuoco illuminò
il paesino; e al fuoco seguì una densa nuvola nera,
simbolo di morte.
Tornai al quartier generale. Piangevo, piangevo a dirotto.
Avvertii i soldati del pericolo, in breve tempo tutto venne
sbaraccato e portato sui camion. Il generale mi teneva tra
le sue braccia, e io inondavo il suo petto col mio pianto.
«Che mondo crudele,» lo sentivo ripetere. «E
io che lo accusavo di essere un vigliacco!»
Lo sentivo sospirare, sbuffare. Mi stringeva forte. «Lo
facciamo anche per te, figliolo. Anche per te. Per le generazioni
a venire. Che tutto questo non accada mai più. Mai
più.»
Sei
Non era poi troppo
diverso da quando, da piccoli, giocavamo contro gi invisibili
soldati nemici. Era tutto emozionante, ma di un’emozione
che, addormentandoti la sera, rimpiangevi e non poco. In quei
momenti – appostamenti, missioni esplorative, quando
si doveva far saltare un ponte – c’eri dentro
e dovevi esserci senza remore; ma addormentandoti la sera,
in quel gesto così rassicurante, eccoti ritornare quella
normalità conciliatrice, quella voglia delle solite
cose.
Ci presero alle spalle, ci urlarono di fermarci. Uno di noi
fece in tempo a voltarsi e a iniziare a sparare. Un proiettile
ti sfiora la guancia, un altro sfreccia poco oltre ai tuoi
piedi; un tuo compagno cade stramazzando al suolo. E non è
più una questione di ideali, di vincitori e vinti:
è una questione di vivere e morire, e tu sei quello
che non vuol morire. Perché ti sta sparando, quella
gente? Probabilmente per la stessa ragione per la quale tu
stai sparando a loro.
Hai le orecchie massacrate da tutti quei colpi. Sei sudato,
tremi, hai le braccia stanche dal peso del fucile. Una jeep
sta bruciando, poco più avanti, ad ascoltarla bene
potrebbe sembrare il caminetto di casa tua. Due tuoi compagni
si stanno abbracciando, un altro piange chino su un cadavere.
Persi o no, siete comunque ancora in piedi, ed è questo
quello che conta, l’unica cosa che conta.
E giorni dopo tiri l’ultima boccata ad una sigaretta
amarissima, la spegni sul terreno bagnato, la pieghi e la
osservi come se si trattasse di uno spettacolo unico al mondo.
La pioggia ti cade a secchiate sulla faccia, la senti fin
dentro le mutande; i tuoi compagni, sulla camionetta, sembrano
non poterne davvero più. Arriva il generale, finalmente;
chiamerà tre nomi, speri proprio che uno di questi
non sia il tuo. No. No. Sì. Tocca a te. Eppure tenevi
lo sguardo basso, ti stavi facendo vedere stanco, distratto;
come a scuola, nelle interrogazioni. Non è servito
a nulla.
C’è un ostaggio da eliminare. Uno che si rifiuta
di spifferare luoghi, nomi, orari. Uno che potrebbe rivelare
i nomi di chi ha ucciso dieci nostri compagni ieri. Uno che
è capitato nel posto sbagliato, e non ha avuto l’accortezza
di fuggire veloce.
Uno in meno.
Lo scotto da pagare, per poterne avere uno in meno in giro,
è di portarlo nei boschi lì vicino, fargli scavare
una buca, fargli dire una preghiera e sparargli addosso. Niente
di più facile, niente di più vigliacco, niente
di più difficile.
Lui viaggia davanti a noi, mani sulla testa, andatura ciondolante;
non cerca di scappare, né tantomeno di difendersi.
Non è uno dei giovani, non sembra un pescecane sanguinario.
Ci dice che non ha fatto niente, ci dice che è stato
obbligato, che non c’erano scelte… Arriviamo al
luogo stabilito, inizia a scavare di buona lena. Lo lasciamo
pregare, gli diciamo di mettersi dritto di fronte alla buca.
Solo allora lo riconosco.
Sono particolari annebbiati, dettagli insignificatamente importanti.
Modi di essere della persona. E ricordi, soprattutto ricordi.
«Volevi farci saltare tutti in aria, tu!» gli
dice un mio compagno, «Ora spiegaci cosa ti abbiamo
fatto, per meritarci questo.»
Non risponde.
«L’altroieri sono morti dieci nostri compagni,
e tutto grazie all’azione di farabutti come te!»
Non raccoglie. Spera che tutto passi veloce.
«E questo lo facciamo per loro!» Caricano il fucile.
Io no. «Puoi andartene!» gli dico.
Rimane di stucco, per un attimo; poi rientra nel suo ruolo,
decide di non crederci. «Puoi andartene,» continuo
io, «Ma devi promettere di non tornare dai tuoi squadristi,
che altrimenti a nulla sarebbe servito questo. Prendi la strada
bassa del bosco, fatti i tuoi due o tre giorni di viaggio,
torna dalla tua famiglia, che ti stanno aspettando da troppi
anni.»
Tutti rimangono in silenzio.
Lui mi guarda. Non sa se scappare o no. Mi guarda per un’ultima
volta. Fugge.
L’hai conosciuto anche tu, quello sguardo, Mattia. Quello
sguardo, lo sguardo di tuo bisnonno, ti ha visto nascere,
ti ha tenuto in braccio, ti ha dondolato, ti ha fatto giocare.
Quello sguardo si è poi chiuso dopo pochi anni; ma
l’hai potuto incrociare anche tu, anche se forse non
te lo ricordi.
Mi sparai una gamba e, d’accordo coi miei due compagni,
finsi di aver avuto un malore, cosa che aveva permesso al
prigioniero di fuggire. Dovetti restare in un campo-ospedale
per sei mesi, e nei successivi sei tornai a combattere in
una guerriglia che oramai stava volgendo al termine.
Non partecipai alle feste, alle manifestazioni di piazza.
Non alzai le braccia al cielo. Non andai alla ricerca di solitarie
vendette. Tornai a casa, zoppicante; la mia casa non c’era
più, abbattuta dai bombardamenti, ma ce ne era un’altra,
più bella, a fianco; ed è da lì che vennero
fuori tutti, abbracciandomi; e fu a quel punto che mio padre
mi riconobbe, Mattia. Fu a quel punto che iniziò a
piangere. Era tornato a casa dritto, come gli avevo consigliato.
Mai più guerre, mai più.
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