| Andrea Barbetti
COCOMERI
E’ come un abisso
questa notte, amore, di stelle d’estate che non ne vedo
neanche una, di odori forti quasi a stordire, insopportabili,
tanto sono stanco e tutto diventa cupo e stordimento, ora
che ovunque forse nel mondo è più chiaro che
qui, di questa rotta cieca fra terra e mare, fra lamenti paure
miseria, per noi che non esiste pace, si scappa e si fugge,
si muore e si uccide, come ogni uomo e ogni popolo, dirai,
come ogni storia di tutte le storie, eppure, credimi, per
noi è peggio, abbiamo un nome e un passato, ma la terra
che ci accoglie è un ospizio incerto, ce la giochiamo
col sangue degli avi e dei ragazzi, finché un mattino
capisci che la vita è anche fuggire, prendere una sacca
e qualche foto, pagare mani lorde, salutare altre facce, una
mano, fratello, dovremo darci una mano lungo tutto il viaggio,
stringerla un attimo non basta, la presa scivola, a volte,
e ti ritrovi per terra, e ti scoprono morto, una fossa ed
un pugno di sabbia, un corpo senza nome, anzi col nome di
tutti, il mio è Shamini, vuol dire notte o mattino,
amore o dolore, cosa importa, vuol dire il domani che avrò
e la fatica di vivere, qui e oggi, senza sconti, milletrecento
euro, fratello, né più né meno, anche
a me, anche a te, per tutti è così, questo è
il prezzo della democrazia, magari, della dignità,
non esagerare, diciamo solo del pane, amaro, fratello, sì
amaro, e alla fine si parte, qualcuno s’è già
spartito ottomila euro o giù di lì, perché
siamo sei più un adolescente, avrà sì
e no l’età della mia figlia più grande,
undici anni, gli occhi grandi e sgranati, il mondo da ragazzi
è troppo tondo per raccoglierlo con uno sguardo solo,
per portarlo tutto nel cuore, amore, mi manchi, tu, lei, la
più piccola, presto vi arriverà questa lettera,
poi una foto, un giorno anche dei soldi, magari un biglietto
aereo, tocca a me viaggiare in terza, perdona, in quarta classe,
da terzo, illuso, da quarto mondo, come tanti che certa stampa
ci chiama clandestini prima che uomini, che certi politici
ci chiamano problema prima che affamati, sfruttati, umiliati,
ma cosa importa, dopo tutto, ognuno va in fondo al suo viaggio,
il destino di un uomo avvisa quello di tutti, siamo legati,
quando lo capiranno, oh, dici, non lo capiranno, ma i fili
dell’umanità sono invisibili, arriverà
la marea e non tornerà indietro, a nessuno basteranno
soldi per l’ennesimo muro, potranno urlare, imbracciare
un fucile, schedare, prendere impronte, mettere taglie, deportare
in centri, ma la marea resterà, la storia ha riflussi
molto lenti, imprevedibili, amore, siamo noi come pece che
si appiccica, siamo noi al grido pane e sale, la speranza
a volte è appena un campo e un pomodoro maturo da mettere
in una cesta, o uva perla da cogliere sulle colline, sai che
lavoro, fratello, è comunque lavoro, mi basta, ho moglie
e due figlie da mantenere, ho un paese senza nome da cercare
o da fuggire, dipende dai giorni, l’uva è buona,
c’è chi beve alla sorte o per il piacere, per
fortuna, il pomodoro s’arrotonda nei denti, qualche
volta ti arriva perfino un piatto di pasta, me l’hanno
raccontato, l’ho sentito dire, la paga è da fame,
ma meglio della fame sicuramente, amore, ho la schiena forte
e le gambe da pastore, lo sai, l’altopiano è
vento e secco caldo, è tormenta di neve e capre da
pescare fra montagne indurite, ho gambe forti, fiato lungo,
perché a vivere finora non s’è scherzato,
ricordi, dal mattino alla sera dietro il gregge, ce ne vuole
di fatica per un po’ di latte e di carne, sembriamo
vecchi e abbiamo solo trent’anni, io tre di più,
tu tre di meno, ma non si scherza col sudore, nemmeno col
lavoro, buchi un giorno e ti ritrovi in ginocchio, e sei costretto
a partire, io non l’avrei mai voluto, amore, se avevo
freddo mi stringevo a te ed era la favola che mai viene raccontata
da ragazzi, chissà perché, ma ora, sai, un po’
di freddo non guasterebbe, anche senza abbraccio, l’afa
è torrida, il caldo suda la pelle, cola il viso, spreme
d’umido la maglia leggera che indosso, i pantaloni rotti
e cenci, siamo fermi da ore e c’è un odore di
cocomeri così intenso che stura le narici, stanno maturando,
i cocomeri, sono gonfi e odorosi, dissetano e appiccicano,
sono tre giorni che succhio rossa polpa e sputo semi neri,
ma non basta, il viaggio è stato lungo, sono stanco,
molto, ho quasi idea che sia
finita, amore, ma tremo a
dirti: finalmente, c’è un laccio sugli occhi
che pare dolore ma forse è solo sonno, vorrei riposare,
da tre settimane dormo ma senza sbarrare palpebra, dimmi come
si può, se davvero si può, con l’animo
in spalle e la paura addosso, dimmi se uno riuscirebbe a far
finta di niente, chiuso in un container alla frontiera del
Mediterraneo, stivato nel cupo di un rollio martellante, che
senti il mare e lo immagini, ma non lo vedi mai, mai ne vedi
la fine e l’azzurro, al massimo nell’abisso incroci
lo sguardo di uno come te, muto, silenzioso, affamato, occhi
cerchiati d’insonnia e di diarrea, di spavento, amore,
qui siamo tutti terrorizzati, ogni latrato, ogni colpo, ogni
sosta o ripartenza può dir molto, anzi tutto, un giorno
giocheremo con le nostre figlie a contare i chilometri percorsi
dal padre, ma gli risparmierò il come, forse gli spiegherò
perché, di sicuro glielo dirò, che abbiano coscienza
e forza e fierezza e coraggio, che anche scappare a volte
significa ribellarsi, negarsi la morte e la rassegnazione,
diglielo tu nel caso io, no, non pensiamoci, amore, finirà
pure questo viaggio, una volta per tutte, finirà il
caldo e la paura, la notte senza stelle e questo paese che
non ha luci né contorni, che mi hanno detto Italia
e di cui so poco, Roma e il Papa, la Juve e nient’altro,
forse quel Musolini, o Musciolini, o un nome del genere, anni
fa, ovazioni di massa e morti di massa, a me l’Italia
serve solo di passaggio, una stazione da poco, due mesi di
pomodori e di uva, poi sarà Amburgo, lì i cocomeri
hanno poca vita, mi sa, non arriveremo insieme, c’è
sempre chi scende prima, un carico di troppo da alleggerire
e gettar via, mio cugino speriamo che abiti allo stesso indirizzo,
il foglio ed il numero sono vecchi di due anni, magari lo
conoscono comunque, al porto, questo porto, mi ha scritto
Tamil, ha pane per tutti, vieni, non aspettare, così
ora devo solo tener duro, aver pazienza, resistere, come sotto
le bombe, mancavano pure quelle, ho scoperto di essere un
terrorista, ad un certo punto, fratello di un terrorista,
figlio di un terrorista, io che ero solo un pastore di capre
in un paese che non mi dà la patria, uomo per una moglie
bellissima sposata bambina e due bambine che ora sono sole,
che caldo che fa, quando è esplosa la bomba ho provato
lo stesso disagio di caldo e di marcio, la carne d’animale
è saltata bruciando smembrandosi merdando le pietre
e la buca del mio rifugio, trenta capre su quaranta: morte,
finite, oh, yes, my yankee, nessuno ha risarcito, cercano
nell’altopiano, mi hanno detto, fra caverne che pure
gli animali evitano, cercano Lucifero, l’angelo più
bello, il figlio prediletto che gli si è ribellato,
è storia di sempre, Dio e Allah mettono in guardia,
fedeli, siate fedeli, ma fin qui ci ho rimesso io, il più
fedele di tutti alla miseria e a Lui, uomo di buona volontà,
d’improvviso senza più gregge ed una famiglia
da sfamare, lo strozzino che presta il denaro, il viaggio,
il rollio e lo sbandamento, e tutto ora è notte, non
so più dirti, amore, se gli occhi sono chiusi o aperti,
non ho che uno spiraglio d’aria a sopravvivermi, l’estate
quest’anno è particolarmente dura e umida, forse
in Italia è sempre così, ma i miei compagni
ne sanno quanto me e ormai parlano pochissimo, quasi non respirano
più, quasi neanch’io respiro più, sarà
la stanchezza, sarà la fame, saranno entrambe e soprattutto
la tua mancanza, amore, vorrei almeno raccontarti le stelle
e i cocomeri dei campi, verdi e rossi, e strisce di terra
fertile e lo spaventapasseri e la statale ad un passo e la
spuma delle onde dall’altro lato, e il sonno che va
e che viene, e l’alba fra montagne di pomi rossi e le
cassette da riempire e l’uomo che non capisco ma che
mi paga, benedetto sia Allah, vorrei scriverti che dormo sulla
nuda terra ed un po’, in effetti, è così,
talmente dura che la schiena mi si sbriciola e che scomodo
sono scomodo, sudo moltissimo, credo di aver la febbre, l’acqua
dei cocomeri non serve, brucio, per guarire magari servirebbe
contare le stelle, ma è buio pesto, tutto è
immobile, l’aria silenzio, in un raggio di tre per sei,
a occhio, c’è il rantolo di un uomo che sta poco
bene, e sono io, ma stringo i denti, amore, e la tua lettera
prima di partire, la stringo fra le dita, la grafia incerta
e l’umido della carta stropicciata dal viaggio, leggo
e ti rileggo, sono giorni, ormai, che mi aggrappo a questa
lettera e alla tua foto, quando finirà, mi domando,
quando finirà, e ho quasi paura di rispondermi: Shamini,
sta per finire, c’è un
suono che non mi piace
quando un uomo si dice: sta per finire, un suono che mi convulsa,
specie adesso che non smetto di parlare anche se ci provo,
è la febbre, ascolto una voce, stiamo attenti, aggiunge
un’altra, occhio, fratello, occhio, ed io non capisco
bene di quale fratello stiano parlando, a quale e perché,
scatto senza riuscire ad alzarmi, scotto da morire, qualcuno
mi strofina del cocomero sulle labbra, le sento arse e secche,
ma sento anche la voce che delira, amore, è il tuo
nome, amore, è il tuo nome nella notte che neanche
una stella si vede, che questi cocomeri d’estate sanno
di terra senza più la terra, è il tuo nome,
c’è come un improvviso sussulto che mi scuote,
tutto riparte, tutto si confonde: la febbre, i fratelli, l’estate,
i cocomeri, la notte, il viaggio, la speranza, la lettera
che mi sto immaginando, mio cugino, quella bomba maledetta,
le nostre figlie, l’altopiano, un popolo disperato,
tutto riparte, la storia non si cura di me e di te, volta
la carta e ricomincia da zero, i morti sono solo il passato,
il dolore verrà ed è già stato, la gioia
pure, così da sempre, è solo una questione di
fortuna, nascere a destra o a sinistra, a meridione o a settentrione,
tutto riparte, ma io sto male, amore, senza di te e la mia
terra, senza Baabar e Chadha, c’è una febbre
più forte di questa e mi porta via, ormai, ora che
tutto riparte, è una marea inarrestabile, altri ne
verranno, altri sbarcheranno a Brindisi e risaliranno l’Italia
e lasceranno tracce di ombre vive nei campi o in mare, di
passaggio o per qualche anno, chissà, i percorsi sono
invisibili, il mio però lo vedo bene, il camion è
ripartito, forse manca poco, lo spero, ho tanto sonno, amore,
più che sussurrarti grido, i miei fratelli sono agitati,
sono ad un passo, ma le voci mi giungono attutite, sto male,
molto, eppure sono ancora lucido per piangere, ora, perché
ho voglia di piangere, di aggrapparmi alla vita, ora, perché
voglio vivere, fratello, silenzio, mi sussurra qualcuno, sta
delirando, aggiunge un altro, ci scopriranno, pensano tutti,
il tir verrà fermato, entreranno i cani e gli uomini
in divisa, abbiamo speso milletrecento euro a testa, il viaggio
non finisce qui, non per noi, almeno, lo so cosa pensano,
per loro, almeno, non deve finire, ragionate bene, fratelli,
non vi do torto, è così sottile la linea della
vita e della speranza, uno vale cinque più l’adolescente,
non c’è scelta, non ho scampo, il mio corpo freme
e rugge troppo, amore, è la vita che sussulta, ma che
vita è stata, questa, qualcuno dovrà spiegarmelo,
forse qualcuno domani me lo chiarirà, Lui, chissà,
io so solo che una mano s’avvicina alla mia bocca, altro
cocomero, mi dico, niente polpa, però, sento l’odore
di pelle e sudore, avanti, fratello, il camion è fermo,
forse c’è un controllo, si sentono delle voci
parlare con l’autista, frasi incomprensibili, c’è
da aver paura, li senti i cani, avanti, fratello, ti riferisci
all’autista, certo che no, quello ora ha il suo bel
daffare, fratello, tocca a te, è difficile, non riesco,
avanti, la sua mano, amore, la tua mano, mi manca, la sua
mano ha odore di miseria e disperazione, la riconosco, hai
ragione, fratello, mi chiudi la bocca e mi premi il naso,
hai ragione, se do colpi e mi dibatto non avertene, è
che amo la vita, che il mio corpo ha un riflesso naturale
di sopravvivenza, ti capisco, uno conta meno di cinque più
un ragazzo che ha l’età della mia figlia maggiore,
sai, ha undici anni e la bellezza di sua madre quando l’ho
sposata, quasi non sento più lo stordimento dolciastro
dei cocomeri, il cielo è nero: è la parete pesta
del tir ed è l’ultimo cielo che vedo, amore mio,
è triste morire in estate così, per una mano
che non è la tua, senza neppure contare le stelle,
ma si salveranno, le stelle, i fratelli, l’estate, i
grappoli d’uva, le nostre figlie, amore, io sarò
un corpo rigido fra molli cocomeri dolciastri, loro si salveranno,
amore mio, si salveranno…
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