Francesco
Zucconi
IO
SONO UN INTELLETTUALE
Lo penso a voce bassa, quando sono solo
e nessuno può sentire o può leggermi negli occhi.
Perché è come una bestemmia quella parola e
chi la associa alla propria persona è immediatamente
ridicolo, montato, fuori dal tempo.
Le parole nascono con un significato, poi sfuggono, si allontanano
e si perdono nel disordine.
Sono all'ultimo anno di università. Studio Lettere
moderne e ci trovo gusto, ci credo davvero. Sto ultimando
proprio in questi giorni la tesi e a settembre dovrei laurearmi:
"La figura intellettuale di Cesare Pavese, nel contesto
sociale, culturale e politico del secondo dopoguerra".
Un lavoro ambizioso, e più attuale di quanto sembri.
Ogni tanto scrivo per qualche giornaletto universitario articoli
di critica letteraria, cinematografica, ma soprattutto sociale.
E poi c'è l'impegno presso il partito: un'attività
dinamica e costruttiva. L’imperativo è restare
lucidi, essere critici, non farci abbindolare in nessun modo.
Sono le ventuno e dieci, e io sono seduto su una panchina
del marciapiede, tra il secondo e il terzo binario, della
stazione di Grosseto.
Doveva arrivare dodici minuti fa il treno che mi porterà
a casa, ma è annunciato con quarantacinque di ritardo.
Proviene da Reggio Calabria, chissà che aria tira laggiù.
Qua fa un caldo tremendo, saranno più di trentacinque
gradi. Ho le mani appoggiate sulla panchina di ghisa, materiale
caldissimo. Ruvido e scuro, richiama alla mente le grandi
fatiche operaie della rivoluzione industriale. Un po' tutte
le stazioni, almeno da queste parti, sono fatte di ghisa:
basse tettoie disegnate in maniera industriale che proteggono
i viaggiatori d'inverno e che grondano sudore, che sa di petrolio,
d'estate.
Ma la ghisa non c'entra niente col petrolio, quest'odore è
colpa dei trenini a cherosene che vengono da Siena, attraverso
una mulattiera ferrata per l'entroterra.
Insomma, le mani mi sudano sopra questa panchina bollita di
ghisa e sento un gran puzzo.
Tutt'intorno ai lampioni sono già accalcate le prime
zanzare, che presto si sposteranno dove qualcuno farà
brillare un accendino o un cerino.
Nella tinta della sera che diventa notte, spiccano il giallo
delle luci artificiali ed il nero delle tettoie di ferro fuso,
mentre solo il gran cartello con scritto GROSSETO mi ricorda
che esiste anche il blu.
C'è poca gente, a quest'ora, in una stazione di provincia
periferica, ma non così poca da farmi avere timore
del passeggero stempiato che siede accanto a me sulla panchina.
Pare italiano, è ben vestito ma ha l'aria poco raccomandabile.
Per fortuna legge una guida turistica dei castelli dell'Inghilterra
settentrionale!
Ad ogni modo non avrei avuto paura.
Sono molto stanco. In questi giorni sono stato ad aiutare
Marco, un compagno di facoltà che ha un'azienda agraria
vicino Monte Antico, un piccolo paese lungo la ferrovia che
porta a Siena. Ho dato una mano per la vendemmia, che ogni
anno tiene occupata buona parte del paesino: vecchi partigiani
sdentati, quarantenni e cinquantenni abbronzati dal sole dei
campi, paffute paesane in abito marrone, studentesse universitarie
tornate a casa per l'estate.
Il caldo torrido ha costretto ad anticipare di quasi un mese
la raccolta dell'uva. Ci siamo trovati, così, a lavorare
in mezzo alla vigna sotto il sole rovente d'agosto.
La fatica era molta, ma ogni sera era un piacere ritrovarsi,
uomini e donne, con la schiena rotta a scherzare, a bere e
a lanciarci strane occhiate come avessimo ancora le forze
per piacevoli fatiche non retribuite.
Seduti al bar, tenuto aperto fino a tardi dagli ultimi avventori,
o in un prato a guardare i carri del cielo stellato, oppure
alla cascata. Posto bellissimo!
Ci siamo stati una sola notte e già mentre me ne andavo
avevo voglia di tornarci. Siamo passati attraverso un sentiero
in mezzo alla macchia fitta, guidati da una torcia. Chi urlava
ubriaco, chi ululava, chi aveva paura… poi lo scroscio
dell'acqua, il silenzio.
Tutto questo è durato sei giorni. Oggi pomeriggio ho
preso il trenino che passa per Monte Antico e sono arrivato
qua.
Se poi quest’InterCity Reggio Calabria - Savona si decide
ad arrivare, in un'ora sono a Livorno, a casa mia.
Potrei, intanto, sfruttare il tempo morto! Tirare fuori gli
ultimi libri cui devo dare un'occhiata per la tesi. In fin
dei conti non è che manchi molto, settembre è
vicino!
Faccio il gesto di intrufolare la mano alla ricerca dei libri,
poi ripiego su una rifinitura di plastica dello zaino, come
fossi interessato alla qualità del materiale.
Mi passano davanti mille immagini dei giorni trascorsi a Monte
Antico, sconvolte, nel ricordo, dalla stanchezza, come fossi
stato là un giorno solo. E poi, un nome mi tormenta.
Gisella. Sì, si chiama proprio come la protagonista
femminile di Paesi tuoi.
Poi colla testa sulle mammelle
ci riposiamo, e le sentivo il cuore battere. Batteva anche
il mio ma lei non poteva sentirlo. Eravamo in una conca che
le foglie toccavano l'erba, e faceva quasi buio….
Lo ricordo a memoria questo passo dal libro di Pavese. Me
lo ripeto in testa, con un sorriso triste sulle labbra.
Uno sguardo mi fulmina, nel pensiero: è la mia Gisella,
la cugina di Marco. Studia biologia a Bologna, era anche lei
a Monte Antico questi giorni.
Col sapore d'ubriachezza, i denti scuriti dal vino corposo
di campagna e la lingua insonnolita dall'alcol, ci siamo spinti
oltre una rete metallica, sotto un leccio, in un campo.
Ieri sera, con lei, le cose del mondo avevano ripreso il loro
senso, le parole e le cose si erano riprese per mano. L'atmosfera
ha investito la campagna e il paese, dal quale provenivano
ancora schiamazzi, e allora il mondo mi è apparso legato
e sensato. Una vena di ottimismo mi ha pulsato il sangue alla
testa, che per poco non mi scoppiavano gli occhi. Monte Antico
era il mondo intero, e il mondo intero rispondeva alle stesse
leggi, aveva gli stessi bisogni della collina di Monte Antico.
Poi stamani, al risveglio, il sole batteva già troppo
forte. Gisella mi ha accompagnato con poche parole alla stazione.
Le ho chiesto se mi lasciava il suo numero di cellulare.
Ha risposto che non ne ha.
Ora sono qui che aspetto l'InterCity, accanto all'uomo stempiato,
appassionato di castelli inglesi, rigorosamente settentrionali.
Nel frattempo però mi sono affezionato a quest'uomo.
Potrei attaccare discorso, ma, non so perché, mi trattengo.
Forse perché non ho mai attaccato discorso con estranei,
fino ad ora.
Appunto, fino ad ora. Sono in tempo ad iniziare.
No, meglio di no. Magari legge la guida dei castelli inglesi
perché è inglese, ed io non ho proprio voglia
di scervellarmi a pensare in un'altra lingua per abbordare
un passeggero che aspetta un treno in ritardo accanto a me.
Mi alzo. Vado a ricontrollare il ritardo del treno. È
diminuito! Adesso sono trentacinque. Facendo due conti…
dovrebbe arrivare a minuti.
Il corpulento annunciatore dei treni, che ciancia come avesse
una patata bollente in bocca, è zitto da un bel pezzo.
Forse ha finito il suo turno e ci dà, in fin di serata,
il piacere di sentire l'odiosa vocina dell'annunciatrice elettronica.
Faccio un po' su e giù per la balaustra, oltrepassando
le linee gialle…
Treno InterCity 540 delle ore venti e cinquantotto proveniente
da Reggio Calabria e diretto a Savona è in arrivo al
binario due prossime fermate Follonica Campiglia marittima
Cecina Livorno Pisa Viareggio
Vai, eccolo!
Anche il mio amico inglese si è alzato.
In lontananza, verso sud, mi sembra di vedere i fanaloni gialli
del treno farsi sempre più grandi. Abbasso lo sguardo,
raccolgo la valigia e metto lo zaino sulle spalle: il treno
arriva, mi scorrono già davanti i primi vagoni. Alcuni
sono a scompartimenti. Poca gente si muove nei corridoi. Affacciati
ai finestrini solo tre o quattro militari.
Quando il treno si ferma e si aprono le porte, salgo con la
valigia in mano e provo verso destra. Percorro più
di metà vagone, poi torno indietro: è tutto
pieno.
Mi siedo sul seggiolino apri & chiudi all'inizio del corridoio.
Davanti a me il bagno rotto.
Un’anziana coppia mi passa davanti, sono in difficoltà
con le valigie, devono scendere ma rischiano di rimanere chiusi
nel treno fino alla prossima fermata. Trascinano due valigie
marroni come fossero sacchi della spazzatura da condurre al
bidone. La donna parla a macchinetta come desse ordini al
marito facchino.
Non capisco quello che dice ma sembrano meridionali.
Forse perderanno una coincidenza, o mancheranno ad un appuntamento
importante, magari il matrimonio di una figlia… mah,
di solito i matrimoni si celebrano al mattino o nel pomeriggio…
sono le ventuno e quaranta! Vabbè, non si sa mai, lasciamo
vincere la compassione e la buona volontà.
- Posso aiutarvi signora?
Quella non capisce, non mi sente. Si gira il grasso marito:
- Ah, grazie ragazzo, gentile… gentile…
Prendo la valigia di pelle, qua e là escoriata, e la
trasporto in qualche modo fino alla banchina della stazione.
È pesante che pare ci sia un cadavere dentro.
Ecco fatto. Sono di nuovo sul marciapiede della stazione,
ho lasciato la mia valigia sopra e devo salire subito, potrebbe
ripartire in qualsiasi momento.
Ma il signore meridionale, con la sua grossa mole, sta scendendo
le scalette del treno e mi impedisce di passare. Mi faccio
piccolo piccolo, ma adesso mi stringe all'angolo con un movimento
volontario. Ha un maglione scuro con decorazioni gialle e
tutt'intorno al petto una patacca di unto o di sudore.
- Scusi, devo passare grazie.
Mi mostra qualcosa.
Tiene sulla mano un foglio azzurro da cinque euro.
Ha un viso molto strano, e mi sorride porgendomi i soldi come,
invece, mendicasse.
Dico che non posso prenderli, che non deve preoccuparsi, lo
ho fatto con piacere di portare giù la valigia e non
voglio soldi.
Ma adesso anche la moglie ha preso ad incitarlo. Si muovono
goffi sulle anche, come fossero orsetti.
Un rumore sinistro di ferraglia sembra volermi avvertire che
il treno sta per partire.
La vecchia, sul marciapiede, smania, muove le braccia in modo
scomposto e mi parla in una lingua misteriosa.
In qualche modo, provo a tagliare corto. Definitivamente!
- No, guardi, la ringrazio tantissimo ma devo proprio salire
sul treno, rischio di perderlo, mi faccia passare.
Dice qualcosa che mi pare un - Dai, dai…- Insiste!
- No, grazie, non posso proprio, è stato un piacere,
mi faccia salire.
L'uomo inizia a scendere le scalette del treno con lo sguardo
nel vuoto, sembra essersi dimenticato dei soldi e forse mi
lascerà salire.
La moglie lo prende per mano strattonandolo come fosse un
bambino maldestro.
Salgo sul treno e raggiungo il mio posto.
Dal finestrino continuo a guardarli mentre il treno, debolmente,
parte.
Sembrano aver dimenticato le valige, e camminano storpi sul
marciapiede. La moglie continua a sgridarlo e strattonarlo,
lui è tutto contratto, ingobbito e turbato.
Con la moglie che lo manovra, mette le mani dentro il secchio
dell'immondizia e tira fuori un cartoccio impiastricciato.
Sono gli avanzi dello sformato di rosticceria del passeggero
inglese accanto a me sulla panchina.
Le luci del marciapiede rialzato si fanno puntini su una stessa
linea, i vecchi pazzi sempre più piccini, poi niente.
Finalmente sono sul treno. Ho il culo sul seggiolino, e questo
mi basta. Non ho capito niente di ciò che è
successo tra me e i due vecchi ma adesso sono stanco, e non
voglio capirlo, voglio solo scordarli per un paio di giorni,
fino a che non sarò tanto riposato e leggero da annoiarmi
per la mancanza di cose cui pensare.
Non so che significhi questo discorso, ho solo voglia di stare
sulle rotaie in silenzio. Muovermi veloce, immobile, senza
fatica, verso casa mia.
Metto la valigia tra le gambe per non farmela rubare, e riposo.
Appoggio la testa ad una mensolina… ah, che bellezza
i treni: sono sempre pieni di sporgenze, mensoline e scalini
dove poggiare il capo o i piedi quando si è stanchi.
Il collo rilassato, il sedere sul sedile e le gambe distese
a proteggere la valigia… ma c'è ancora qualcosa
che non va.
Con un occhio chiuso ed uno aperto indago cosa mi fa stare
ancora scomodo.
Che coglione che sono!
Ho ancora lo zaino sulle spalle. È pieno di tutti quei
libri della tesi ed altre chincaglierie.
Voglio le spalle libere, sgravate da pesi inutili, svagate,
leggère, leggère.
Afferro lo zaino e lo butto sotto il seggiolino, come non
ci fossero dentro un paio di Meridiani da cento carte l'uno!
Riprovo a dormire e intanto penso a Livorno…
Sandro ed Antonia saranno già alla stazione ad aspettarmi.
Poi andremo insieme ad una riunione di partito.
Finalmente sto per addormentarmi. La testa mi cala continuamente
sulla spalla, ma un riflesso incondizionato, di stampo reazionario,
la ricolloca in posizione eretta, centrale.
Ora sono di nuovo composto come si deve! Un esempio di moralità
e decoro per grandi e piccini…
Le parole mi farfugliano nella mente: il delirio della stanchezza.
***
Lo sciacquone del WC mi sveglia, come una cascata d'acqua
fresca sulla faccia.
Ma il bagno non era guasto? Lo hanno forse riparato nel frattempo?
Possibile non mi sia accorto di niente?
Dal bagno è uscito un punk, con mèche artigianale
color porpora.
Il bagno è ancora guasto, ma gli importa meno di zero
a un punk se il bagno è guasto! Anzi, meglio! O magari
sta facendo il viaggio senza biglietto, e la scritta RoTTo
la ha attaccata proprio lui sulla porta per non essere disturbato
mentre si fuma le sue cannette, seduto sulla tazza.
Certo! E' andata proprio così, è andata…
che cretino sono stato a non capirlo subito!
Possibile che un controllore, o un impiegato delle ferrovie,
abbia scritto RoTTo invece di guasto sulla porta del treno?
Questa storia del punk mi ha risvegliato controvoglia. Voglio
staccare la spina, farla finita con i pensieri e mettermi
a dormire, ignorando la gente attorno, gli impegni futuri
e quelli prossimi, i libri nello zaino, la tesi di laurea
e la politica.
Credo che in molti stiano dormendo dentro questo vagone. Dall’interno
dei vari scompartimenti, attraverso le tendine, non filtrano
luce e confusione.
Mi accorgo solo adesso di una cosa strana: sono l’unico
nel corridoio. Tutti gli altri, dentro questa carrozza, hanno
trovato posto all’interno degli scompartimenti.
Mentre cerco, per l’ennesima volta, di tenere a bada
la mia testa stanca, che galoppa alla ricerca di spunti per
inutili riflessioni, mi accorgo che qualcuno, nello scompartimento
davanti al mio strapuntino alza e riabbassa la tendina come
volesse spiarmi.
Tolgo subito il piede dalla porta dello scompartimento, casomai
fosse indispettito da quella!
Niente da fare, il giochetto continua. La tendina fa su e
giù, su e giù… come dietro vi fosse la
manina dispettosa di un bimbo.
Provo a distrarmi, mi volto dall’altra parte e mi accorgo
che l’Alternativo è tornato. Dà gli ultimi
tiri ad una sigaretta, poi fa un cenno al quadrupede che lo
accompagna.
Il fedele lo segue, lui chiude la porta del bagno RoTTo e
mi lascia solo, spiato da qualcuno.
Penso a tutti i quei fattacci di cronaca nera sui treni che
i telegiornali ci hanno passato negli ultimi anni: donne violentate
e poi uccise, uomini fatti a pezzettini…
Ma sono quasi arrivato. Meno di un’ora e sono a Livorno.
Mi si gelano le vene quando vedo la mano che tiene alzata
la tenda: è bianchissima e le unghie artiglio sono
dipinte di nero pece. Intravedo anche un anello argentato.
Proprio adesso fa rumore battendo sul vetro.
Mi alzo di scatto, quando sento una rincuorante risata di
ragazza venire da dentro. Subito la mano tira la tendina,
come per non farsi associare alla risata.
Poi apre di nuovo.
Mi faccio coraggio.
Lento e fermo, come dovessi uccidere un ragno, abbasso la
testa fino a quando i miei occhi sono dritti dritti alla fessura.
Sento una risata e poi voci femminili. La tendina è
di nuovo chiusa.
Sono incuriosito ma non voglio mostrare interesse.
Allora faccio finta di niente, mi metto seduto perbene, prendo
un libro e mi impongo un certo atteggiamento di noncuranza.
Dopo qualche minuto che faccio finta di leggere La luna e
i falò, e nel frattempo abbiamo lasciato la stazione
di Follonica, dentro lo scompartimento iniziano a cantare
canzoni commerciali. Hanno socchiuso la porta scorrevole.
Incurante leggo altre quindici righe: una sì e una
no.
Poi il canto delle ragazze si fa sempre più alto.
Sento aprire la porta dello scompartimento accanto. Esce un
uomo secco e nodoso, i capelli e le sopracciglia nerissime,
tutto abbronzato nel viso. Sembra un tunisino. Spalanca la
porta delle ragazze e con accento romano dice loro di farla
finita.
– Che si zittissero, perché sono le dieci passate!
Io approfitto dell’incursione dell’uomo, depongo
il libro e mi sporgo per vedere dentro.
Sono tre ragazze tra i diciotto e i ventidue anni. Mezze svestite
e appollaiate sui sedili vicino al finestrino.
Mentre una discute col signore romano, le altre mi fanno ciao
ciao.
Sono belle ragazze!
Poi l’uomo, alterato, spinge la porta lasciandola semiaperta
e mi lancia uno sguardo severo, come fossi loro complice.
Quelle stupide hanno ripreso a saltellare sui sedili e ora
fanno il verso alle pubblicità.
Una si sbraccia e non capisco se mi sta facendo dei cenni,
oppure no.
Penso che non valga la pena continuare a sbirciarle, sono
delle cretine. Quelle con cui vale la pena perdere del tempo
le ho incontrate altrove.
Poi la porta si spalanca e una biondina tettona, con i calzoncini
bianchi e le lunghe gambe che terminano con i piedi in un
infradito rosso mi fa:
- Dove vai?
- A Livorno. – resto un attimo zitto perché non
so cosa dire, poi rilancio – e voi dove andate?
Le tre scoppiano a ridere come avessi detto la cosa più
divertente del mondo.
- Scusaci, ma non siamo troppo normali, loro poi… –
indicando le altre due.
- Ah, mi fa piacere. – rispondo io per guadagnare tempo,
alla ricerca di qualcosa di simpatico da dire. Poi ripeto
la mia domanda:
- Ma dov’è che dovete andare? Non rimettetevi
a ridere ancora però!
Dopo una breve risatina, prende parola la rossa alla mia sinistra:
- Andiamo a Forte dei marmi, ma scendiamo a Viareggio.- ha
un accento milanese.
- Ah, bene. – rispondo.
Sono proprio impacciato in certi casi! Sono più teso
che all’esame di Lingua latina.
Interrompe il silenzio la biondina e mi spiega che loro sono
una specie di giovani attrici modelle, che devono andare a
Forte dei Marmi per girare il nuovo spot dei cellulari. Ne
hanno già fatti diversi, in giro per tutta Italia,
e sono stati trasmessi continuamente in televisione.
- Ma come non ci hai visto?- fa stupita la rossa.
Io le spiego che in quest’ultimo periodo sono stato
in campagna e che non ho guardato la televisione.
Lei fa sì con la testa ma sembra non aver capito quello
che ho detto.
- Comunque io sono Giulia – fa la biondina.
- Piacere, Federico – rispondo allungando la mano, ma
subito, non so perché, mi pento di non averle detto
un nome falso.
Allora anche le altre due partono a presentarsi: la rossa
è Beatrice. La castana è Giada.
- Piacere!
Chiedono maggiori informazioni sulla mia provenienza, scoprono
il mio recente passato di agricoltore e si dicono affascinate.
- E a Livorno… cosa vai a fare?
- A Livorno ci abito.
- Ma cosa è che leggevi prima, che ti teneva tanto
impegnato? – fa la rossa… Beatrice.
Mi vergogno un po’ ad entrare in questo argomento con
loro, ma non devo, non voglio mentire. Così dico, a
grandi linee, che stavo rileggendo alcune parti di un libro
di Cesare Pavese. Poi, per cambiare discorso, chiedo a Giada,
quella con i capelli castani, se per caso la ha morsa un serpente
visto che ancora non ha spiccicato parola.
La mia simpatica metafora agreste non suscita un effetto immediato.
Così, prima che lei risponda, Giulia si fionda verso
di me e mi abbraccia come fossimo amici d’infanzia.
Soltanto ora mi accorgo di essere nel loro scompartimento.
Sono un po’ impacciato e mi sento un braccio di troppo
tra me e lei. Poi glielo giro attorno al collo e prendo a
stuzzicarla. D’esperienza…
- No, non mi ha morso il serpente. Ho un’emicrania.
– dice finalmente Giada con un’aria di superiorità.
Poi ritorna a guardare fuori del finestrino tenendosi la testa
con la mano.
Ma adesso, oltre a Giulia, anche Beatrice mi si è fatta
più vicina. Mi chiedono di parlare di me, ma io rilancio
e chiedo di loro.
- Te lo abbiamo detto, facciamo pubblicità. Cioè,
la facciamo…, ma abbiamo iniziato da poco… ma…
Io mi lascio scappare che sto per dare la tesi in Lettere
moderne e loro attaccano a farmi domande sull’università,
come parlassero di un pianeta alieno.
Poi iniziano a premere sul tasto dolente.
- Ma cosa è che farai una volta laureato in Lettere?
Rispondo che non lo so. – E voi? Che siete? Diplomate,
laureate?
Giulia si stacca dal mio abbraccio:
- Io e Beatrice studiamo Scienze politiche a Roma.
Poi rivolta all’amica rimasta sola al finestrino:
- E tu Giada cosa studi?
Quella, senza rompere la posa emicranica, risponde che ha
smesso di studiare. Ha discusso con un professore che la bocciava
perché non voleva andar a letto con lui. Ma adesso
la madre vuole iscriverla in un’altra città,
forse a Verona dove insegna pure sua zia.
Giulia prende la palla al balzo per dare la sua opinione:
- Io al posto tuo ci sarei andata col prof! Ce ne sono certi
pure carini, specie tra gli assistenti. – ridacchia
e le tettone le vanno su e giù.
- Ma dai, cosa dici? – ribatte Beatrice – son
tutti ingobbiti e strabici, a forza di star sopra quelle palle
di libri!- risata - Vorrei proprio vederti con uno di loro.
E poi non sono mica capaci, non sanno dove metter le mani.
Altra risata.
Pure la mora al finestrino si è voltata verso di noi
e ride di gusto.
Mi domando dove sono capitato.
Penso ad alzarmi, salutarle e dire che è stato un piacere.
Non è che posso perdere il mio tempo con certa gente!
Giulia alza le lunghe gambe e le fa piroettare nell’aria,
come si vede nei film. Poi le appoggia sulla mia coscia destra
e, flettendo le ginocchia, le lascia scivolare in modo provocante
tra le mie. Riprende l’abbraccio e mi fa:
- E tu hai mai fatto pubblicità?
- No, non ne ho mai fatta. Mi sono dedicato a tutt’altro.
Indosso un sorriso d’imbarazzo notevole.
Giulia ha incominciato a sfregare le sue cosce sulle mie:
in alto e in basso.
L’eccitamento provoca uno strano effetto sul mio ruvido
accento toscano: in fin di frase sembra mancarmi la voce ed
emetto un suono stonato, sensuale, ridicolo.
- Dici che potrei fare pubblicità? – inizio a
farmi furbo.
- Certo! Vuoi che un bel ragazzo come te non trovi da fare
pubblicità? Diglielo anche tu Beatrice!
Quella, che nel frattempo aveva preso a sfiorarmi il petto,
risponde:
- Ma certo che devi fare pubblicità. Se vuoi un contratto
te lo troviamo noi. Ti lasciamo qualche numero di telefono
e sei sistemato. Tempo un mese e ti vediamo sulle copertine
di tutti i giornali!
Risata.
Principio a non capire più niente di quello che mi
sta succedendo.
Certo, senza falsa modestia, ho sempre saputo di essere un
bel ragazzo: capelli lisci castani, occhi chiari, fisico robusto
e scolpito…, ma non ho mai ricevuto tanti complimenti,
e non sono mai stato in intimità con bellezze simili.
Chissà perché le ragazze più fighe in
assoluto sono sempre le più banali. Quelle interessanti
hanno, invece, altri difetti…
Mi distraggo un attimo, rivedo lo zaino e penso a ciò
che contiene. Un nome, una faccia mi si presentano nuovamente
in testa. Gisella. Una fitta percorre il corpo e mi provoca
un brivido dietro la schiena. Giulia mi ha messo una mano
sulla cerniera dei pantaloni. Giada mi bacia il collo.
Mi tolgo gli occhiali, li appoggio sulla poltrona davanti.
Bacio Beatrice, mentre Giulia prosegue là sotto. Ha
due seni fantastici, sotto la canottierina.
Mi giro verso Giulia. Mi ha sganciato i pantaloni. Mi butta
le braccia attorno al collo poi scende con le mani sui pettorali,
i capezzoli.
Io le passo la lingua sul collo e con la mano sinistra le
carezzo la y del culo.
Ha un sedere stupendo, sento tutti i pelini biondi issati
come avesse la pelle d’oca.
La sento che si sporge con un braccio alla ricerca di qualcosa…
l’interruttore della luce. La spegne.
Le mie mani esplorano sotto i suoi vestiti. Sotto la maglietta
scollata incontro due splendide tette turgide. Lei prende
a muoversi, a fare su e giù con il busto, e allora
quelle iniziano a ballonzolare tra le mie mani. Scendendo
più in basso sento il suo ombelico, su un ventre piatto
piatto che pare livellato.
Alle mie spalle pure Beatrice si muove da vera troietta.
Mentre scendo, con le mani sul suo corpo, fino all’inguine,
Giulia inaspettatamente si scosta. Toglie le sue gambe dalle
mie.
Questo movimento improvviso mi mette una certa tristezza e,
toccandomi la fronte, mi scopro sudato.
Ma Giulia riprende a sfiorarmi sul collo e fa scendere la
mano oltre la cerniera sganciata dei pantaloni. Quando arriva
sugli slip faccio uno scatto come soffrissi il solletico in
quelle parti.
Per un attimo guardo fuori dal finestrino, e scorgo le luci
industriali di Rosignano Solvay: la capitale del bicarbonato.
Lei continua a carezzare, sempre più porca. Poi fa
un segno impercettibile a Beatrice, che allora mette pure
lei la mano dentro.
Scoppia una specie di complice risatina femminile.
Le guardo e le lascio fare.
Sono quasi sdraiato sui sedili del treno: ho le gambe distese
fino alla porta dello scompartimento, i gomiti poggiano sulla
pelle finta della poltrona.
In una delle due mani che mi stanno toccando riconosco l’anello
d’argento che poco fa mi ha fatto prendere un bello
spavento. Credo sia quella di Beatrice. No, non sono sicuro.
Non lo so.
Carezzo loro la testa. Mi sono innamorato di questi due angeli
della pubblicità. Mica da scartare, poi, quella proposta
di lavorare con loro! Voglio il numero del loro amico procuratore.
Hanno detto che ho delle possibilità di sfondare, perché
non sfruttarle? Mica capita due volte un’occasione così!
Vaffanculo tutto, la tesi, il dottorato… che poi, diciamo
la verità, quand’è che lo vinco, io, il
concorso di dottorato!
Mentre faccio questi pensieri, mi allungo per toccare le quattro
poppe che ho a portata di mano. Giulia e Beatrice sono là
sotto che si affaccendano, maneggiano l’arme.
Giada è invece seduta davanti a me. Immobile, con lo
sguardo borioso illuminato, ad intermittenza, dai pochi lampioni
dell’Ardenza.
Ma chi crede di essere questa cretina?
Ho i muscoli delle gambe tirati, la bocca aperta in una smorfia
di piacere. Grazie alla poca luce che viene da fuori, riesco
a vedere quelle due pazze sfrenate. E allora penso che sono
eccezionali, che fino ad ora ho vissuto proprio da schifo,
alla continua ricerca di sterili suggestioni libresche.
Il ritmo di Giulia e Beatrice è più concitato,
le sento ansimare e sghignazzare tra loro.
Sussurro qualcosa.
Ridono.
Ansimano ancora, come facessero l’amore.
Sempre più veloci.
La mia schiena s’inarca, le dita dei piedi si contraggono,
le vene si gonfiano. Sfociano.
Si chiudono le palpebre nel rilassamento biologico del mio
corpo. Sento solo strilli e risate provenire dallo scompartimento.
La stanchezza della vendemmia e l’eccitazione dell’ultima
ora hanno stretto alleanza e mi hanno steso al tappeto. Annichilito.
Respiro in modo irregolare, e muovo rapidamente gli occhi,
ma è come se li avessi chiusi.
***
Mi levo su, che l’acqua dell’Arno è guadata
da un pezzo.
Sul sedile ritrovo gli occhiali. Li metto.
Le luci di Livorno, come quelle di Pisa, sono ormai alle spalle.
Hanno lumeggiato il vetro del finestrino senza che io me ne
accorgessi.
Mi scopro la patta dei pantaloni aperta ed il jeans impiastricciato.
Allora mi torna in mente lo sformato di rosticceria dell’inglese
rubato al cassonetto dai vecchi barboni.
Lo scompartimento è vuoto. Il finestrino è completamente
aperto, come per cambiare l’aria. La tenda marrone è
in preda alla forza del vento salmastro della Versilia e si
contorce come fosse posseduta.
Esco nel corridoio.
Le ruote della vettura stridono sulle rotaie. Mi affaccio
dal finestrino e vedo la stazione di Viareggio gremita.
Voci, schiamazzi, grida ed urli. Nel mezzo della folla, una
porzione di marciapiede è lasciata inspiegabilmente
libera.
- Girano un film. – fa un vecchio viareggino alla moglie,
mentre scendono dal treno.
Sul marciapiede un quarantenne, che ha sul capo un cappellino
giallo ed indossa un gilet catarifrangente come quelli dell’ANAS,
dà indicazioni alle comparse. È il regista.
Mi spingo verso la porta più lontana per scendere dal
treno. Barcollo.
Sono a metà corridoio quando si chiudono automaticamente
le porte.
I miei occhi non hanno ancora ripreso confidenza con la luce
che il treno già parte, e sulle lenti dei miei occhiali
scorrono le scene di un film.
Torno nello scompartimento.
Metto la testa fuori dal finestrino per provare a svegliarmi,
riprendere conoscenza.
Anche fuori è caldo.
Per sbaglio apro la bocca ed inghiottisco una vampata d’aria
che mi provoca un conato di vomito.
Alzo lo sguardo dal pavimento. Lo specchio: ho gli occhi lucidi.
Mi sento debole.
Provo ad alzarmi e a fare quattro passi nel corridoio per
riprendere stabilità sulle gambe.
Facendo su e giù noto che qualcuno ha staccato tutti
i martelletti rossi che servono per rompere il vetro in caso
d’emergenza.
Quando vedo il controllore, nello spazio di confine tra i
vagoni, venire verso di me, realizzo che il mio biglietto
MONTE ANTICO-LIVORNO non è più valido da un
pezzo.
Il vomito che ho riversato a terra non aiuta di certo a risparmiarmi
una multa.
Corro in direzione opposta all’uomo delle ferrovie e,
passando davanti allo scompartimento, afferro al volo la valigia.
Il bagno è ancora occupato, RoTTo, non posso chiudermi
lì. Proseguo, apro una, due, tre porte. Ho paura che
il treno finisca.
***
Sono seduto sulla mia valigia di fronte alla Stazione di Massa,
una città rossa.
Non ho trovato Sandro ed Antonia ad aspettarmi. Loro sono
in Piazza Dante, a Livorno che forse aspettano ancora l’InterCity
540 con dentro Federico vendemmiatore.
Non li ho avvisati. Non mi avrebbero capito… neppure
io mi sarei capito, siamo ancora molto deboli.
In ogni modo adesso sono più tranquillo e posso ripartire.
Per sfuggire al controllore, che alla fine ha avuto pietà
di me, ho dimenticato sul treno lo zaino ed il materiale per
la tesi. Ma non mi pare una tragedia.
Adesso Pavese si fa un giretto lungo la costa ligure, tante
volte immaginata e descritta come sfondo d’inquiete
passioni.
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