Mauro
Pianesi
BEACH
VOLLEY
E’ un piccolo ingegnere, sul Nilo
ha costruito molte dighe. E’ scampato alla tribù
di cannibali che l’avevano catturato, non senza prima
averne nascosto la figlia bellissima del capo in una grande
cesta di banane, stivata su un aereo cargo, destinazione Mercati
Generali. Lì poi si sono sposati in un tripudio di
scaricatori plaudenti, nell’alba tiepida romana infestata
di passeracci, foglie di banano sparse dappertutto, mentre
il cargo svolazzava sulle loro teste, sbuffando bianche nuvolette
di “Auguri!” per il cielo. Poi lui è dovuto
tornare nel deserto per sistemare certe faccende, roba di
guerra e di animali feroci. («Roberto nel deserto...
Roberto nel deserto...») Si scherma con la mano e guarda
al sole («Altissimo e lontanissimo»). Seduto sulla
sabbia tra le schiere di ombrelloni, Roberto armeggia con
i fondamentali dell’ingegneria bellica da spiaggia.
Palette secchielli camion ribaltabili e gru, di varie dimensioni
e colori («...Fortissimo!»). A tratti interrompe
i lavori e fissa davanti a sé. Strizza gli occhi e
la spiaggia diventa tutta d’oro, con certe pagliuzze
più ciccione che s’impigliano nel setaccio delle
ciglia. Sospira. Si sente al sicuro, nell’involucro
buio di ciccetta del suo corpo, mentre fuori l’aria
arde di un incendio che lo tenta e, insieme, lo lascia senza
parole («Roberto al coperto... Roberto al coperto...»).
Poi ricomincia a scavare, a erigere un altro castello («...Difficile?
Ma se sono bravissimo!»).
Rovescia da una busta di plastica una manciata di belve e
di soldatini. Ecco il leone (o è una leonessa?), la
zebra, il caimano. Li dispone per il deserto, sparso di cicche
di sigaretta e di baffi secchi di alga. Un bagnante che passa
di là gli affonda con la ciabatta il caimano nella
sabbia («Ben ti sta, brutto panzone! Tanto prima o poi
t’avrei ammazzato io!»). Zebra e leonessa si scrutano,
immobili. Sdraiata a zampe incrociate, la regina della savana
mostra i denti al sole, emette brontolii poco promettenti.
Ad ogni brontolio la zebra scarta di lato, battendo gli zoccoli
in terra a due a due, come un nervoso cha cha cha con l’assassino,
scuotendo le orecchie disperate. Ed ecco la leonessa che con
un ruggito lunghissimo... («almeno fino a Parigi»)
s’avventa sulla zebra, ma questa riesce a salvarsi saltando
in cima a un altissimo castello di sabbia. («Anche stavolta
l’ha fregata!») Il cuore gli batte forte in mezzo
alla pancia, a Roberto. Finalmente in salvo, la principessa
zebrata sghignazza mostrando a tutti le natiche piene, dritte,
bianche e nere.
Arriva su di lui la madre quasi in punta di piedi, a sistemargli
in testa un cappellino. Se ne renderà conto solo un
po’ più tardi, tant’è stata furtiva,
quando, con la paletta a mezz’aria, si sentirà
di nuovo curioso del sole. Allora si sporgerà a guardarlo
da sotto la visiera, arricciando il naso. Un attimo, per subito
richiudere forte fortissimo le palpebre e poi ricoprirle coi
palmi delle mani a coppa. Ora il suo buio è pieno di
rosso e di piccoli punti che lampeggiano, in coro, da tutte
le parti. Riapre gli occhi, la spiaggia è d’un
pallore lunare, deve aver rubato troppo colore al sole. Gli
sembra d’essere caduto in una vecchia foto dei suoi
quand’erano ragazzi, o come quando la mamma, sbagliato
programma di lavaggio, scodella lamentosa dalla lavatrice
secchiate e secchiate di panni esausti e sbiaditi. Gli sudano
le ascelle. Riprende a scavare, i gomiti gli slittano sui
fianchi bagnati. Un’ombra intanto, alle sue spalle,
s’avventura per la passerella.
Guarda il sole, uguale a tanti altri soli
di luglio della sua vita. Distesa sul lettino, poggiato il
libro sulle belle ginocchia accavallate, la mamma fissa la
tela grossa dell’ombrellone sopra di lei e ne capa,
a una a una, delle piccole trame di luce dorata. «Colpi
di pennello fine su fondo a spatola...» Storia dell’Arte
Italiana II, appello di giugno: circa un secolo fa. Sbuffa,
riprende il libro in mano, lo ribatte sul lettino, niente,
deve pensare a tutto lei! C’è il piccolo che
boccheggia nel solleone, ma nessuno che smuova il culo: suo
marito - come un coso, un caimano - sta annaspando in una
pozza di sudore, mentre la principessa sul lettino... ah,
le principesse! Saltella sui carboni ardenti, con un lancio
perfetto scodella il berretto sul cranio di Roberto e si ributta
sulla sdraio. Da cronometro. Riprende il libro, si riavvia
i capelli anche se sono troppo corti per poterle dare fastidio.
Mentre cerca il punto da cui riprendere a leggere, i suoi
occhi sono catturati ancora, certi lucenti gameti adesso pullulano
ciarlieri in fondo alla marina, come tanti broker occhialuti
alla borsa di Tokyo, come una masnada di spermatozoi di torpedine
allo sportello di qualche banca del seme marino... Pullulano,
si urtano, si riurtano, nel mare lento, oltre i bimbi grassi
intozzati fino all’ombelico, vecchie parruccone bruciate
dalla salsedine. Si soffoca. Butta a terra il libro ed è
già in piedi. Un passo dietro l’altro. In accelerazione.
Come una coupè nuova di fiamma che esce trionfante
dal concessionario senza un singulto, una grattata di marcia.
S’avvia per la passerella, spiata dal sole, verso le
onde. Sì, verso le onde.
Da’ un’occhiata al sole, Anna
Chiara: si può, non si può, fa male agli occhi...
Sporgiti dal lettino e guarda il cielo: sembra una poltiglia
d’olio vecchio, piena di barbe bianche. Si muore di
caldo, comunque. Riaggiusta il telo da mare, torna a sdraiarti.
Ancora non sei abbronzata granché. Non quanto tua madre
pelle di cioccolato, che prima di partire s’è
fatta corti i bei capelli tiziano e adesso ti sembra una leonessa
giovane... «in cerca di marito. Oh!, mannaggia, m’è
scappata... » D’altronde, papà è
così lontano, dall’altra parte delle vacanze,
pallido che mette i brividi. A Roma riprenderà colore,
vestito per l’ufficio di grigio o di blu; non sarà
così nevrastenico. Tu sogni un ragazzino moro, ricciuto,
se mai l’incontrerai. Che si faccia riconoscere tra
mille, per un sorriso, al vostro primo incontro. «Quindici
anni: non più una bambina, non ancora una ragazza»
spiega tua madre alle amiche in città, alzando gli
occhi al cielo. Sì ma... lei? Cos’è la
mamma, allora, di preciso? E cos’è, oggi, quella
congrega variopinta di amiche e colleghe sue intente a tirare
sull’età davanti allo specchio: uno spruzzo di
profumo sulla gola un po’ molle, ancora un po’
di fondo tinta sugli angoli degli occhi… Cosa eravate
voi, signore, prima che gli anni si inanellassero tra i fianchi
e le cosce, mentre le tue piastrelle scendevano, traballando,
lungo il mozzo dell’ombrellone, laggiù, dietro
le cabine, e la spiaggia era più larga, papà
forse più allegro (senz’altro più magro)?
Sotto alle palpebre chiuse, principessa, perlustri il caldo
sicuro delle tue fantasie. Scampoli di brezza risalgono la
riva a carezzarti la faccia, non ancora abbronzata granché,
d’accordo. Da un palo sul lungomare, l’altoparlante
spara una musica afro-cubana molto in voga quest’estate.
Il volume però è così alto, l’aria
così grumosa e malfatta che gli accordi si rompono
le ossa contro i tetti delle cabine, le trombe barriscono
spaventate e il cantante, be’, sembra aver mangiato
un po’ troppo aglio. Tutto ti arriva scomposto, sbrindellato,
come se i buoni musicisti stessero dando il loro ultimo show
dietro alle sbarre, in compagnia di un leone affamato. Sospiri,
ti rigiri, il costume si sposta liberando in un dondolio innocente
le bianche nudità finora compresse. La sua ciccia fresca.
«Perché poi lo chiamano costume...» ti
chiedi. «E che differenza c’è tra un costume
da bagno e uno di carnevale?» Ipocrisia della lingua:
costume = travestimento = falsificazione. «Ma allora
che significa: che se adesso mi spoglio tutta quanta, torno
ad essere autentica, vera, normale?» E perché,
a questo punto, nelle tue fantasticherie arriva un carabiniere
in mezze maniche d’ordinanza («Signorina, la prego...»)
ad allungarti imbarazzato un asciugamano, lo sguardo fisso
altrove ma la visiera ritta per tanto splendore? E se invece,
così nuda, prendessi a correre sbracciandoti in lungo
e in largo per un campo da calcio inglese - ogni tanto si
vede, al telegiornale - con la folla a fare il tifo per te
e due o tre bobby inseguirti integhiti nei loro calzoni a
tubo, negli impermeabili fumo di Londra? «Papà
non capirebbe, però gli prenderebbe un colpo. E mamma-leonessa
m’ucciderebbe con un’occhiata: il suo appeal condominial-lavorativo
sfregiato irreparabilmente dal corpo intatto e guizzante della
figlia adolescente, ‘sta cretina, chissà che
s’è messa in testa... Al funerale di papà,
la vedova inconsolabile farebbe piedino al collega Pollastrini
bella presenza e doppiopetto d’ammiraglio. Sul ciglio
della fossa, stordita, rovinerebbe in un’onda flessuosa
di dark perfume sul ragionier Orlando, viveur impenitente
del III Circolo Didattico, Unità di Segreteria. Ma
loro... niente!» e serri i denti soddisfatta. «Il
Pollastrini e il segretario unitario non avrebbero occhi che
per me, minigonna nera su calze di seta. Senza trucco perché
io, acqua e sapone, sono ancora più arrapante, io...»
Il cervello ti sfrigola come un uovo sul tegame. Ti si è
riempita la bocca di saliva: sarà per tutte le cattiverie
che hai appena sputato su mamma. Tra una settimana sarai nera
come un marocchino. Inghiotti. Increspi le labbra a un sorriso
di circostanza. Schiudi gli occhi quel tanto da inquadrare
Roberto che cuoce lentamente tra palette e budini di sabbia
(bruttini, in verità). Poi ti assopisci.
Il padre e marito. Torpidamente rassegnato.
Guarda al sole al di là dell’ombrellone, sprofondato
di mezzo metro almeno nella sabbia. Segue il volo dei grigi
gabbiani del pomeriggio. Gabbiani come strida di bambini in
un cortile, ammassati attorno ai due capi-squadra che si scelgono
i compagni a pari o dispari. Ce n’è uno - ...come
si chiamava? – uno che sgomita, vuole fare il furbo,
e un altro che gli si oppone. Si spingono, si strattonano.
Le grida salgono, finché il secondo cade a gambe all’aria
nella luce polverosa del cortile, ora rimasto vuoto, silenzioso.
Non ci sono più bambini, oggigiorno, non li fabbricano
più.
Gli pare di avere due cannoni al posto delle gambe, eppure
un giorno è stato magro anche lui. Cerca d’asciugarsi
il sudore. Passa e ripassa la mano sulla fronte, lungo le
guance, la pappagorgia, sortendo come unico effetto un bagnato
più diffuso e uniforme. Viscido e scivoloso. Non sapendo
più che farne, ributta la mano nella sabbia. Lui odia
il mare. Però adora le grigliate di pesce. Detesta
nuotare. Cade quotidianamente in interminabili, scroscianti
penniche che, al risveglio, lo lasciano completamente rimbecillito
a fiottare per il resto del pomeriggio, la lingua rasposa
incollata al palato. Ritira su la mano, bella impanata di
sabbia croccante, ma non sa rinunciare a manovrarsela addosso,
ancora, lungo le pallide cicce balzellanti (con risultati,
se possibile, più penosi della volta precedente).
Oh, quel sole! Così... così efficiente e dinamico...
Per la miseria, ma come fa suo figlio - creatura! - a giocarci
dentro così imperturbabile e flemmatico? E la principessa,
a bersene beata così lunghe coppe, immobile e dimentica
che lui, nella calotta dell’ombrellone, sta lì
a pagare in silenzio il prezzo eroico del padre e marito (è
stato magro anche lui) franato nella sabbia come un caimano?
Dovrebbe chiederlo alla sua signora, cosa sta accadendo di
preciso. Lei lo ragguaglia sempre sugli impercettibili, dolorosi
slittamenti delle cose, tranquillizzandolo sul lavoro, sulla
sua forma fisica, su un bottone saltato via dal colletto della
camicia e così via. Lei, sì, gli fornirebbe
un perché a cui appigliarsi e magari, visto che c’è,
anche una birra gelata al baretto sul lungomare. Si volta
mugolando verso il regale lettino per chiederle ma... peccato,
se n’è andata già. Flessuosa e leggera
come lui mai potrebbe. La vede allontanarsi sulla passerella
con lunghi, sontuosi passi da leonessa. Sarà per un’altra
volta. I grandi predatori, lo capisce pure lui, vanno a caccia
soltanto di ciccia fresca.
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