Carla Martini
SOS FERRAGOSTO

È tempo di villeggiatura. Meglio un giorno al Grand Hotel di Forlimpopoli che un mese in tenda a Miami: questa, la mia religione turistica. Rigirandomi le tasche devo però scegliere fra buscarmi la sindrome di Napoleone, prigioniera nell’isola d’Elba presso amici muniti di casolare con pineta alle spalle e spiaggetta sotto i piedi, o aggregarmi a qualche tour di volontari, che in genere offrono viaggio e alloggio compresi nel prezzo, ossia gratis, e senza bisogno, come si fa dagli amici, di portare un cotillon che a volte ti costa più di un soggiorno in pensione con camera, bagno, primo, secondo e frutta di stagione.
Il tour dei Beati i Costruttori di Pace, esclusiva confezione clericale, ha giusto programmato una vacanza in Bosnia con tappa di ferragosto a Sarajevo. Sono passati vent’anni da quando ci andai nel 1975, e qualcosa è cambiato. La Jugoslavia è diventata una ex, più stimolante di allora, sembra, per chi non ama vacanze borghesi in panciolle. A me basta cambiare aria, e non mi dispiace che tiri aria da Cime Tempestose. Sono stufa di acque lisce e cieli blu.
Alcuni affettuosi simpatizzanti si coalizzano per bardarmi di sarcofago da mummia (modernamente detto sacco a pelo), materassino di sopravvivenza sotto qualunque cielo, zaino da scolaro modello, marsupio antiscippo, micro-pila multiuso (il nemico non ti vede e tu non vedi il nemico neanche se fosse un carro armato), giubbino a vento, omaggio della Cassa di Risparmio, e catarifrangente antikiller-strade di notte.
Le istruzioni di viaggio, invece di abbronzanti e balsami per grandi ustionati, prevedono antibiotici, disinfettanti per acque da colera, bende stretch, garze, ginocchiere, gallette ricordo dei fanti italiani (prima guerra mondiale), pane nero ricordo dei soldati tedeschi (prima e seconda guerra mondiale), formaggio duro da emigrante formato XIX secolo.
Così attrezzata, ficco poi nello zaino lo scialle della nonna che abitava in una ghiacciaia, un maglione da gran sera in Alaska e una masnada di profumi sofisticatamente pestiferi, per sbaragliare quelli più spontanei (ma non meno pestiferi) da carenza d’acqua e sapone. Unico bijou, al collo una borraccia color verde smeraldo. Smeraldi e rubini sono la mia debolezza.
Mi telefona il direttore dell’Esselunga. Forse ho mollato centomila lire false alla cassiera. Che maghi a rintracciarmi ! Il direttore è gentilissimo. Mi spiega che in terra hanno trovato una busta anonima e dentro una carta intestata a mio nome, con uno scritto delicato: « Testamento da consegnare alla mia cara mamma se mi capita un accidente in vacanza a Sarajevo. Cara mamma, ti lascio ogni mio bene. Prima, pagami i debiti e cerca di salvare il letto ».
Non era mia intenzione depositare il testamento sulle mattonelle di un supermercato; tuttavia, a ripensarci; le piastrelle dell'Esselunga sono più economiche del cassetto di un notaio.
In treno stendo un congruo numero di viaggiatori che osano scontrarsi con i miei arredi, prima di raggiungere il punto di raccolta, alla parrocchia di San Lorenzo, nei paraggi di Bologna, dove si svolge l’addestramento alla villeggiatura bosniaca,
Tre giorni di manovre. La prima s’intitola — come un day dreaming — Passeggiata sulle nuvole; e mi pare un sogno ad occhi aperti quando vengo issata a mezz’aria e mandata a passeggio sulle nuvole, nella fattispecie sopra un ponte di mani intrecciate, quelle dei miei “ beati ” compagni di viaggio che stanno lì sotto a farsele pesticciare, la faccia illuminata, alcuni, da una cristiana rassegnazione, altri dalla straziata beatitudine di chi ha fede a tutti i costi, perché una fiducia demenziale nel prossimo è lo scopo ultimo di andare in passerella, arrancando lungo un cavalcavia di mani moscie. Dopo, mentre si contato i moncherini, io mi accaparro il letto del prete.
Sveglia alle tre di notte. L’ordine è di uscire all’aperto. Ci dicono di tenerci per mano. Non m’illudo che si balli al chiaro di luna, ma chissà. Il ballo c’è, quello di San Vito, senza musica, a rotta di collo nelle tenebre (hanno bendato gli occhi anche ai ciechi), sempre mano nella mano. Il “ beato ” davanti a me, che va di galoppo mentre io mi concedo un piccolo trotto, mi sgancia in una buca.
Stop all’alba. Qualcuno mi leva dalla buca. Succinta comunicazione a una torma di sfiatati: l’organizzazione ha voluto offrire il brivido di un’emergenza da bombardamento. Beati i Costruttori di Pace che si danno a questo genere d’imprenditoria ! Per fabbricare quale pace lo sapranno i loro servizi segreti.
La partenza è riservata a chi ha firmato un impegno categorico: in caso di decesso, ferite, mutilazioni, successive ed eventuali modifiche nel corpo e nello spirito, non si chiederanno risarcimenti alla beatifica istituzione. Buona idea aver fatto testamento.
Approdiamo in Croazia. Zitti zitti in fila indiana, un violino davanti e uno di dietro, a Spalato siamo in duecento con l’aureola della beatitudine, tutti giovani e forti tranne (senza parlare di me) un ex rocciatore, a suo tempo finito in un burrone e miracolato, ma non troppo, dal solito padre Pio, due maratoneti sugli ottant’anni e il nostro maestro di strategie antiraid, una specie di Che Guevara come sarebbe adesso, logorato da troppi pestoni sulle mani di passeggeri sulle nuvole e da scatenati girotondi senza luna.
La hit-parade dei nostri vessilli di pace fa pendant con quella degli stendardi davanti ai motoscafi e agli yacht. La gente cammina nel sole, prende distrattamente i nostri volantini che invitano in lingua serba a flemmatiche convivenze. Negozi aperti, gelati e coca cola, mercato verde-rosa di frutta e ortaggi. Un po’ di gioia di vivere ci voleva, tanto più che da pochi giorni i serbi hanno bombardato Dubrovnik, ma siamo depressi al ricordo delle grandi manovre in parrocchia. Per fortuna, sopraggiunge la polizia croata a toglierci dalla testa l’idea di essere sbarcati sulla Costa Azzurra. La polizia arresta don Albino, reverendo leader dei Beati, giacché la nostra sfilata non è autorizzata. Quando le autorità scarcerano don Albino, non lo fanno per rimandarlo fra le nostre braccia tese, ma per trascinarlo presso la radio locale a spergiurare di non essere un sobillatore. Stavolta la colpa è dei suoi volantini che istigano alla pace in lingua serba invece che in croato. Si tratta di un’innocente carestia di traduttori; don Albino era a corto di poliglotti ad hoc, ma la verginità lessicale è d’obbligo in terra di Croazia, con serbi e croati che se le danno di santa ragione.
Tappa dalla Madonna di Medjugorie, terza nella classifica delle Madonne che hanno scelto di mostrarsi all’infanzia, quella delle fasce indigenti, ovviamente. L’infanzia dorata non merita apparizioni celestiali: le bastano e avanzano le visioni terrene dei propri comfort.
Intorno alla Vergine l’aria rimbomba delle parole e della musica di una messa col megafono, croce senza delizia di fedeli e miscredenti, a parte un comunista, evidentemente toccato dalla Madonna, il quale si lancia in un’ardente dichiarazione di passione e di fede a don Albino.
Si mangia e si dorme a porte aperte in un tendone monolocale, arredato con panche e inginocchiatoi ad uso e consumo dei frati che non hanno pretese in materia di sale da pranzo e camere da letto.
In ginocchio estraggo il formaggio. È andato in estasi anche lui. Ricordo un cacio duro come il legno, di un bel giallo carico. Si è trasfigurato in una scamorza cadaverica. Commossi dal prodigio, i miei “ beati ” compagni mi dispensano provviste, soprattutto marmellate di una supermamma con sei figli, che tra le granate di casa e quelle dell’ex Jugoslavia ha optato per queste ultime.
La sera, coricata più o meno a mo’ di San Francesco, non riesco a mummificarmi nel sacco a pelo. Vestita e con le scarpe, mi divincolo come un serpente in amore, benché la situazione non abbia nulla di erotico. Una specie di spettro di Tutancamen si alza dalla bara e mi suggerisce di togliermi le scarpe, ma continuo a galleggiare dalla cintola in su fuori del catafalco a pelo, respinta perfino dal materassino, obeso da scoppiare.
Con lo scialle della nonna (quella che viveva in una ghiacciaia) e il maglione da gran sera in Alaska mi rassegno a rosicchiare gallette. Accanto a me, un “ beato ” si rivolta nel sonno con tutto il suo feretro, arrotando i denti, assediato da incubi di gallette in corso di frantumazione.
Spira uno zefiro polare dal tendone spalancato sul silenzio del cielo solcato da cori di sirene.
Per sei ore sbaglio la Madonna illuminata per lo spuntar del sole.
Al mattino ci tranquillizzano. Le sirene erano quelle delle fabbriche. Boh ! Qui si fabbricano madonnine di gesso. Le impasteranno i fornai, che in tutto il mondo vanno a lavorare di notte.
La vacanza entra nel vivo. Caricati sui pullman, via per dirupi verso Mostar, divisa in due, croata e bosniaca.
Gli autisti fanno i disobbedienti; non intendono andare per la rotta stabilita, dove hanno sentito dire che la notte prima sono piovute le granate, e tentano di deviare verso una loro corsia preferenziale, ma poi sembrano rifletterci su ed eseguono uno scattante dietro-front, appena vengono rincorsi da un motociclista spedito sulle nostre tracce dal Comando ONU: le granate sono cadute proprio sulla corsia preferenziale dei “ disobbedienti ”.
Un silente paesaggio di scure casette sghimbesce è rianimato dal rumore dei bianchi cingolati delle Nazioni Unite. Giù a valle, i villaggi spopolati fanno tutt’uno con la natura selvaggia.
Da Mostar ovest avanziamo verso la zona musulmana. Sempre in catena, si varca un ponte di assi, al posto del millenario ponte di pietra, buttato giù dalla guerra. Pencola peggio del ponte di mani dei “ beati ”, durante la passeggiata sulle nuvole . Tiriamo a diritto, gli occhi fissi su tre montagne dirimpetto: di qua ci spiano i croati, di là i bosniaci e in mezzo stanno appostati i serbi.
Si ostentano, sul genere “ Mirate al petto ! ”, candide magliette su cui campeggia un piccione con un ciuffo di rosmarino nel becco. Soltanto un mistico visionario scambierebbe quel mazzetto di rosmarino portato da un piccione per un ramoscello d’olivo nel becco di una colomba. Ciò nonostante mantengo una discreta spavalderia mentre mi raccomando alla Madonna di Medjugorie.
Dal ponte si penetra nel cuore della Bosnia, nel cuore di Mostar, in una desolazione addolcita dall’azzurro degli automezzi umanitari che si mischia ai colori autunnali dei soldati slavi, fra case distrutte e strade stellate, strade trapunte di buche a forma di stella, come se in una stregata notte di San Lorenzo tante stelle fossero precipitate dal firmamento.
La gente rimasta esce a stringerci la mano. Non sembra scossa dallo spettacolo delle magiche impronte di stelle cadenti sul selciato. C'è abituata, tanto più che a venir giù sono poco poetiche granate. Le donne piangono, i bambini s’infilano in mezzo a quegli strani turisti di pace che siamo noi.
Sostiamo presso la targa in memoria dei giornalisti della Rai, caduti sul campo. Anch’io cado in un campo, malgrado la classe con cui un “ beato ” sportivo indossa due zaini — il mio e il suo — più le mie braccia appese al collo. Precipito fra gli scoscendimenti del terreno e i gerani che circondano una profusione di croci, tutte con la stessa data, tutte di questa guerra.
Su per tornanti imprigionati fra le rocce o liberamente sospesi sui precipizi, si parte alla volta di Kisjelak, sotto il comando croato, ultima frontiera conosciuta. Dopo ci aspetta la “ terra di nessuno ”, due chilometri a piedi in mezzo ai campi coltivati a mine, sino al confine dove inizia la Repubblica bosniaca dei serbi.
In deroga alle avvertenze del nostro istruttore, di blindare i finestrini con gli zaini, a baluardo artigianale di proiettili errabondi, appiccichiamo il naso ai vetri, all’erta che una piroetta dell’autista non ci scaraventi nello strapiombo che lui continua a rasentare con spensierata cocciutaggine.
Ci tira su l’inalienabile cantante da gita: « Vola vola… ». « Vola, colomba bianca, vola… Volare, oh oh ! Cantare, oh oh oh ! » gli tengono dietro i “ beati ”.
Lui riprende da solista: « Vola vola l’avvoltoio in libertà… ». E noi: « La libertà non è star sopra un albero ».
Lui non si scrolla: « Oh libertà, sono uno schiavo, oh libertà, sarò sepolto dentro il mio avello, andrò a casa dal mio Signore e sarò libero e sarò libero ».
Dulcis in fundo: « Son morto con altri cento, son morto ad Auschwitz ch’ero bambino, passato per il camino, e adesso sono nel vento ».
L’autista non capisce la nostra lingua. Meno male; altrimenti, se finissimo in un burrone non sarebbe per caso.
A Kisjelak mettiamo radici. Farnesina, ambasciate, comando militare sono una lega di NO al chiodo fisso di don Albino — chiodo ribadito da un corteo di “ beati ” —, di andare in braccio ai serbi, fino a Sarajevo, a piantare una tenda della pace, dove trascinare un bosniaco, un croato e un serbo, anche a calci, anche per un solo minuto di “ pacifica ” convivenza.
Si bivacca con acqua di sorgente diuretico-lassativa, si scambiano saluti con i convogli della Caritas e dell’ONU, bighellonando tra coprifuochi, colpi di mortaio e qualche “ bandiera rossa la trionferà ” del comunista innamorato di don Albino, in coda al “ Filate, la messa è finita ” di don Albino. Biancovestito in stola arcobaleno, a un tavolo di formica Don Albino ha appena fatto la sua colazione eucaristica con un pezzo di pane raffermo inzuppato nel vino.
L’unico diversivo è la pistola puntata al petto di padre Maurizio, francescano casual, in camicia scozzese e clark. Gliela punta tre volte un soldato alla frontiera di Kisjelak, seccato dalle sue insistenze di lasciarci passare in terra serba (naturalmente; dopo aver espugnato i campi minati della “ terra di nessuno ”). Una pistola gliel’avrei puntata anch’io.
Molti prodi Anselmi (il cinquanta per cento dei “ beati ”) invidiano il sindaco di Firenze, al quale i serbi hanno sparato davvero qualche giorno addietro. Molti arditi sono in rivolta. Decine di “ beate ” singhiozzavano, diciassette sono sull’orlo di una crisi di nervi.
Eccitati dalla promessa dei serbi di mitragliarci, i prodi vogliono forzare il blocco, scendere a Sarajevo dal Monte Ingman, proprio dove hanno fatto fuoco su Primicerio, il sindaco di Firenze, il che può avere il suo charme se si viaggia blindati come il sindaco. Un “ beato ” fugge per gettarsi in una solinga calata su Sarajevo, ma lo riacchiappano, con panino e birra, sotto gli alberi di un prato vicino.
Don Albino è rapito dal prezzo che il cinquanta per cento dei “ beati ” è disposto a pagare; per quanto estatico, rimane immobile, con gran refrigerio del restante cinquanta per cento.
Trascorriamo ferragosto a stampare l’impronta delle natiche sull’asfalto bollente, di faccia al comando croato. Il piantone ubriaco sventola la bandiera che alcuni valorosi “ beati ” gli hanno messo in mano: Mir, Pace, Paix, Peace.