Nico
Gubernari
UN'AVVENTURA
PARTICOLARE
La campanella suonò e tutti i bambini,
senza neanche salutarsi, uscirono di scuola come una mandria
di bisonti infuriati. Si affrettarono ad indossare le giacche
appese all’ attaccapanni del corridoio e corsero felici
verso i loro genitori che li attendevano all’uscita;
tutti tranne Marco, che rimase indietro con un’aria
da zombie e uno sguardo malinconico.
Salì così sulla macchina di sua madre che, vedendolo
in quello stato d’animo, chiese <Tutto bene Marco?>
e lui le rispose con aria scocciata
< La maestra ci ha detto di portare a scuola l’oggetto
che preferiamo>
<E allora?> esclamò la mamma confusa
<Tutti hanno delle cose particolari> sentenziò
Marco, <Mentre io non ho niente!>
<Pazienza> disse ancora la madre mentre gli accarezzava
la testa per consolarlo
<Ma non capisci> controbatté Marco rosso dalla
rabbia, <la maestra assegnerà un premio all’alunno
che porterà l’oggetto più bello ed utile!>.
La madre per non peggiorare la situazione annuì e fece
silenzio, mentre suo figlio continuava a disperarsi.
Il tragitto per ritornare a casa fu breve, solo due isolati
infatti dividevano la loro casa dal
grosso edificio che ospitava le scuole elementari. Erano appena
arrivati e Marco aveva appena aperto lo sportello dell’utilitaria
di sua madre, che il suo cane Fuffi gli saltò addosso
leccandolo dappertutto e facendogli così tornare il
sorriso, anche se per poco tempo. Quel cane era dolcissimo
e faceva tenerezza soltanto a vederlo. Era un cucciolo di
pastore tedesco, aveva il pelo nero e marrone, due orecchie
dritte e attente, occhi vivaci e mobili, al contrario di Marco
che aveva uno sguardo triste, occhi e capelli castani, un
viso paffutello con due guance rosse come due pomodori. Era
abbastanza alto e indossava un paio di jeans con una maglietta
verde attillata.
Sua madre nel frattempo, prese le chiavi di casa dalla sua
borsetta, aprì la porta e subito Marco rammentò
di avere un altro motivo per essere triste; si era dimenticato
che era il compleanno di sua nonna, che per quella occasione
era sempre a casa sua.
La nonna appena lo vide gli corse incontro per abbracciarlo
riservandogli un trattamento quasi come quello del suo cane
Fuffi. Sua nonna anche se compiva 70 anni aveva un sorriso
aperto e rassicurante, dei folti capelli ricci ben pettinati
che le incorniciavano il viso. Oltre ad essere una buona cuoca,
la nonna era anche una buona forchetta,e mentre era ai fornelli,
assaggiava sempre tutto, così era quasi inutile che
cucinasse per Marco ed era un vero piacere stare a tavola
con lei ad ascoltare i suoi racconti.
Sia il padre, che era appena sceso dalla soffitta, che la
nonna non poterono fare a meno di notare la tristezza di Marco,
così lui prima che glielo chiedessero spiegò
loro il motivo del suo disappunto. Questa volta però
aggiunse anche che invidiava quel riccone di Tom, perché
aveva una famiglia con molti soldi e poteva senz’altro
comprarsi qualcosa di meraviglioso. Durante il suo parlare
però, fu interrotto dalla nonna che gli disse:
<Non ti preoccupare, ti ho portato io un regalo con il
quale forse potrai vincere il primo premio>.
Così la nonna tirò fuori dalla sua borsetta
una scatolina e la aprì. Gli occhi di Marco per un
attimo si riempirono di gioia che subito scomparve quando
vide che la scatolina conteneva una vecchia penna e neppure
tanto bella.
La nonna, che non poté fare a meno di notare la reazione
di suo nipote, domandò con aria perplessa:
<Non ti è piaciuto il mio regalo?> e Marco che
non sapeva proprio cosa rispondere, mise la penna nella cartella
e farfugliò una mezza risposta.
Fortunatamente ci pensò il babbo a toglierlo dall’
imbarazzo che proprio in quel momento
stava uscendo dalla cucina con un vassoio fra le mani
<Il pranzo è pronto!> disse quasi gridando.
Così si sedettero tutti a tavola e proprio il babbo
cominciò a dire una preghiera, ma il bambino che aveva
una fame tremenda, prima che terminasse l’ultima parola,
aveva già iniziato ad abbuffarsi. Questo gli costò
un rimprovero da parte della mamma, anche se quell’episodio
non rovinò il pranzo, che proseguì regolarmente.
Finito di mangiare, Marco andò subito in camera sua,
ma non ce la faceva a togliersi dalla testa quel premio che
aveva messo in palio la maestra, così si precipitò
nell’officina di suo zio per vedere se trovava qualcosa
di interessante. Appena lo vide, suo zio corse ad abbracciarlo
e baciarlo (forse era un vizio di famiglia) e siccome aveva
tutte le mani sporche di grasso, conciò Marco per le
feste, ma lui non ci fece neanche caso, tanto era triste.
Così si appoggiò ad una parete e cominciò
a raccontare allo zio tutta la storia da capo a piedi.
Terminato che fu il racconto, lo zio, che era un simpaticone
e forse anche mezzo svitato, pensò di aiutare il nipote
dandogli una specie di macchina. Questa era un ammasso di
ferraglia arrugginita e aveva dei bulloni che pendevano da
tutte le parti e due caschetti da minatore attaccati ai lati.
Straripante di gioia, lo zio borbottò:
<Trattala bene, ci sono molto affezionato>.
Ma il ragazzo che non capiva neanche a cosa servisse quella
macchina e nemmeno il motivo per il quale suo zio poteva esserci
così affezionato, chiese con espressione esterrefatta:
<A cosa serve quell’affare?>.
Lo zio arrabbiato controbatté:
<Innanzitutto non si chiama affare ma Peggy e poi non so
neanche io a cosa serva, anche se l’ho costruita io!>.
Marco era così confuso che aveva quasi voglia di sbattere
la testa nel muro, ma decise lo stesso di prendere Peggy.
Salutò il bizzarro parente e ritornò a casa
più sconvolto che mai. Quando aprì la porta,
trovò i suoi genitori con la nonna che stavano giocando
a Monopoli. La nonna sembrava impazzita e ripeteva:
<Vicolo Cieco è mio!> e il padre, che intanto
si accingeva a tirare i dadi, ripeteva con la sua voce acuta:
<Tienilo! Io ho piazza Dante!>
Marco non volle sentire la fine del discorso e corse in camera
sua pensando fra sé e sé
<Oggi sono proprio tutti matti…>
Il ragazzo si sentiva un po’ disperato ed un po’
contagiato dalla “mattaria” che affliggeva la
sua famiglia, tuttavia chiuse la porta sbattendola e si mise
alla sua scrivania per studiare attentamente quel “coso”
arrugginito.
Passarono alcune ore e il ragazzo decise di chiamare suo padre
per cercare di scoprire il funzionamento di Peggy. Alla vista
il padre rimase a bocca aperta poi, senza attendere un secondo,
domandò balbettando:
<Che cos’è?> e Marco, non affatto stupito
della perplessità del padre, rispose semplicemente:
<E’ Peggy!>.
Il padre ebbe un attimo di sgomento nel vedere quell’affare
e sforzandosi di rimanere calmo iniziò a farfugliare
parole senza senso ed il figlio, non sapendo cosa fare, sbottò
il padre per cercare di farlo tornare in sé. Il genitore
a sua volta si dette una scrollata e domandò a Marco
<E chi te lo avrebbe dato?> il ragazzo rispose che era
un regalo dello zio ma il padre con
con tono grave e mantenendo un po’ quella sua voce acuta,
disse:
<Te l’ho detto mille volte che non devi prendere
niente da quello svitato di mio fratello!>.
Marco, deluso dal padre, cominciò a piangere, allora
l’uomo si commosse vedendo lo
sguardo triste del ragazzo ed esclamò:
<Ormai questo “coso” è qui, dunque vediamo
cosa sa fare>.
Entrambi davano per scontato che fosse solo un giocattolo
e che al massimo la macchina avrebbe percorso qualche metro,
così afferrarono i caschetti ed iniziarono a pigiare
qualche pulsante.
Ad un certo punto cominciò ad uscire un po’ di
fumo dalla macchina e il padre ridendo esclamò:
<Visto! Te l’avevo detto che tuo zio è un
buono a nulla e non è in grado di costruire qualcosa>
ma non fece in tempo a finire il discorso che arrivò
a tutti e due una forte scarica elettrica
<Ahi!> gridarono in coro mentre da sotto si sentiva
la mamma che urlava:
<La merenda è pronta!>
Così padre e figlio scesero in cucina per gustarsi
qualcosa di appetitoso ed infatti sopra il tavolo c’era
un piattino con due fette di pane con la marmellata di prugne,
che a loro piaceva molto. I due mangiarono e stavano per allontanarsi,
quando sulla soglia della porta la mamma borbottò:
<Nemmeno mi ringraziate?> così entrambi si voltarono,
ringraziarono e ritornarono sui propri passi.
Però la cosa strana fu che l’adulto andò
in camera di Marco per vedere cosa fosse successo alla macchina
e il bambino si accomodò sul divano e prese a leggere
un quotidiano economico.
La nonna che stava uscendo dal bagno, rimase di stucco nel
vedere suo nipote seduto sul divano intento a leggere il giornale
<Cosa stai facendo Marco?> chiese alquanto stupita
<Non vedi che sto leggendo il giornale> replicò
il bambino sorpreso pure lui del tono con il quale la nonna
gli aveva rivolto la domanda.
La nonna più confusa che mai se ne andò in cucina,
mentre il nipote si alzò per andare in bagno senza
immaginare minimamente che cosa lo attendeva. Entrò
e si richiuse la porta alle spalle, ma, facendo questo, vide
la sua immagine riflessa nello specchio; lui era il papà.
Gli ci vollero alcuni minuti per superare lo shock, ma quando
fu di nuovo in grado di reggersi sulle sue gambe uscì
di corsa e si precipitò verso la sua camera, ma si
scontrò con il babbo-figlio. Grossa fu la sorpresa
mentre si stavano rialzando; ognuno aveva l’aspetto
dell’altro.
Rimasero a parlare per un po’ di tempo ed entrambi giunsero
alla conclusione che la causa di tutto ciò doveva per
forza essere stata quella strana macchina che avevano portato
in casa.
Nel frattempo dal piano di sotto si sentivano delle voci che
invitavano i due a scendere perché la cena era pronta
ed allora babbo e figlio decisero di non rivelare il loro
segreto e di comportarsi come se nulla fosse accaduto. Si
sedettero a tavola stando attenti a non sbagliare posto, cercando
di imitare i comportamenti dell’altro, anche se a dire
il vero furono commessi diversi errori.
La notte come si può benissimo immaginare, i due quasi
non riuscirono a chiudere occhio, intenti a scervellarsi sul
come sarebbero potuti uscire da quella complicatissima situazione.
Venne mattina e il padre, nel corpo di suo figlio e non senza
qualche esitazione, prese la
cartella e si avviò alla fermata dello
scuolabus, mentre Marco con il fisico di papà, scese
in garage per prendere la macchina per andare a lavoro.
Aprì lo sportello ed a stento riuscì a metterla
in moto . L’inizio non fu dei migliori, andando a retromarcia,
distrusse i bidoni dell’immondizia ed ammaccò
il paraurti e solo dopo molti tentativi il “non patentato”
riuscì a partire ricordandosi forse di quelle volte
che aveva guidato sulle gambe del papà.
Ad un certo punto però Marco ebbe un sussulto, non
sapeva dove lavorava il padre.
Preso quasi dal panico, prese il telefonino che era sul cruscotto
e telefonò alla madre:
<Pronto cara? Ehm.. senti non so come dirtelo, ma ho un
vuoto di memoria e non mi ricordo più in che via si
trova l’ufficio dove lavoro, me lo potresti dire per
favore?> e la madre che stava quasi per svenire, tanta
era la sorpresa rispose, con voce tremolante <Vicino alla
gelateria!>.
Marco ora si era ricordato e disse:
<Dai che stavo scherzando! Ciao ci vediamo più tardi>.
La madre rispose al saluto e se ne ritornò alle faccende
di casa più agitata che mai ed in pensiero per suo
marito.
Marco però non faceva altro che pensare a quel misterioso
premio che aveva messo in palio la maestra, forse secondo
lui era un tesoro o un diamante dei pirati, ma capiva anche
che questo logicamente non era possibile e derivava solamente
dalla sua fantasia e quindi nella pausa pranzo del lavoro
di suo padre, che era impiegato in un piccola azienda artigianale,
decise che si sarebbe recato alla scuola per provare a scambiarsi
nuovamente la personalità, visto che voleva a tutti
i costi vincere il concorso.
Nel frattempo il padre-figlio, che era stato costretto dalla
madre a recarsi a scuola, era entrato in aula e la sua preoccupazione
maggiore era quella di sapere il figlio alla guida della sua
auto. Si sedette e venne salutato da tutti i compagni, uno
di loro gli disse:
< Ciao Marco, ci racconti di nuovo di quella volta che
tuo padre se la fece addosso dalla paura?>
L’adulto in collera con il figlio si voltò senza
neanche rispondere e andò a sedersi sul banco di Marco,
facilmente riconoscibile perché sopra c’era scritto
“proprietà privata di Marco”.
Nel frattempo il papà di Marco si era accorto che tutti
avevano una busta nella quale era riposto il loro oggetto
preferito, escluso Tom che aveva portato un carrello ricoperto
da un velo bianco. Tutti erano lì stupiti a guardarlo
a bocca aperta e quel riccone di Tom come al solito cominciò
a vantarsi, quando all’improvviso suonò la campanella
e tutti tacquero. Subito dopo entrò la maestra che
era un po’ grassottella, aveva qualche pelo nero sul
volto, portava degli spessi occhiali da vista, aveva dei capelli
castani abbastanza lunghi e uno sguardo severo; sembrava quasi
una strega.
Prese la sua bacchetta e iniziò a dire:
<Vedo che tutti avete portato qualcosa per il mio concorso!
Bene, come tutti già sapete proclamerò il vincitore
dopo la mensa scolastica. Ma ora ritorniamo a noi, la lezione
di oggi……>
Sembrava che non finisse più di parlare e tutta la
classe era annoiatissima, ad un tratto la maestra si accorse
che Marco stava chiacchierando con un vicino di banco e disse
severamente:
<Marco, vai fuori dall’aula!>
L’uomo, che non aspettava altro, uscì dalla classe
e senza farsi vedere, andò nel corridoio principale
dove c’era il portone d’ingresso, lo aprì
e uscì velocemente dirigendosi verso l’ufficio
dove aveva lavorato fino al giorno prima.
Dopo una lunga corsa giunse sul luogo di lavoro, entrò
e si diresse subito verso la sua scrivania dove era seduto
suo figlio intento a fare non si sa che cosa e con lui intraprese
subito una frenetica conversazione.
Furono però presto interrotti dal capo ufficio che
esclamò:
<Giovanni (così si chiamava il padre) cosa stai
facendo?> e lui con naturalezza rispose:
<Sto parlando con mio padre per cercare il modo di…..>
Non riuscì però a finire la frase che l’apparente
bambino gli mollò due ceffoni per farlo smettere, poi
lo prese per un braccio come per trascinarlo via, troppa era
la paura di venire scoperti, così entrambi cominciarono
a correre e il bambinone disse:
<Abbiamo un problema da risolvere, ci vediamo più
tardi.>
I due giunti alla macchina ebbero un battibecco su chi dovesse
guidare ma ebbe la meglio il “bambino quarantenne”.
Partirono a velocità sostenuta, sfortuna volle però
che fossero avvistati da una macchina della polizia che cominciò
subito ad inseguirli. Il finto bambino se ne accorse ed aumentò
la velocità nel tentativo di distanziarli e giunto
ad un incrocio, girò improvvisamente a destra mentre
l’auto della polizia, proprio come in un film, andò
a sinistra e nel tentativo di riprendere la strada giusta
centrò un semaforo.
A questo punto i due fuggitivi diminuirono la velocità
e ripresero con calma la via di casa, lì infatti volevano
provare a ritornare come erano prima ripetendo l’esperimento
con la macchina Peggy.
Dopo pochi minuti giunsero davanti alla casa dove abitavano,
una villetta dipinta di un bianco splendente con il tetto
rosso acceso che toccava in alcuni punti i rami di un acero
molto imponente che con le sue foglie rossastre creava un’atmosfera
romantica.
Padre e figlio aprirono la porta di casa ed entrarono con
cautela cercando di non farsi scoprire dalla madre che stava
sonnecchiando sul divano, silenziosi, salirono le scale ed
entrarono nella stanza dove avevano lasciato quell’ammasso
di ferraglia causa di tutti i loro guai, afferrarono in fretta
i due caschetti e provarono a ripetere la procedura del giorno
prima, ma c’era qualcosa che non andava, infatti le
lucette non si accendevano e da un lato della macchina usciva
un gran fumo accompagnato da una forte puzza di bruciato,
evidentemente si era rotto qualcosa e i due, pur non essendo
affatto stupiti di quello che era accaduto, cominciarono a
disperarsi. Non sapendo più cosa fare allora, presero
la macchina e si recarono all’officina dello zio.
<Puoi accomodarci questa macchina?> gli chiesero e lo
zio, leggendo negli occhi dei due un filo di preoccupazione,
fece un sorriso forzato che non lasciava intendere niente
di buono.
I due più tesi che mai si scambiarono un’occhiata
disperata, poi improvvisamente lo zio prese la macchina e
la portò in fondo all’officina; da lì
riuscirono solo a scorgere la sagoma di una mazza che colpiva
quell’ammasso di ferraglia e ad udire rumori sgangherati
e confusi. Quando lo zio ritornò, Peggy era più
scassata che mai. Ma il padre-bambino si fece coraggio ed
esclamò:
<Non ci resta che riprovare> mentre il figlio che non
si sentiva affatto sicuro ribatté:
<Ma sei matto!?>
Così si concluse il discorso, poi i due si scambiarono
uno sguardo d’intesa, si appartarono in un angolo, afferrarono
i caschetti e provarono a ripetere la procedura.
Le lucette si accesero regolarmente e uscì appena un
filo di fumo da una parte; tutto funzionò alla perfezione.
Marco e il papà si guardarono stupiti poi cominciarono
ad abbracciarsi felici, lasciando stupito lo zio che non capiva
il motivo di tutta quella contentezza.
Salirono velocemente in macchina perché volevano al
più presto ritornare al luogo da dove ognuno di loro
era fuggito poco prima e, mentre Marco si fece perdonare dalla
maestra per il baccano che aveva fatto al mattino, il papà
ritornò al lavoro e porse le sue
scuse al principale.
Giunse finalmente il pomeriggio e quindi il momento di sapere
chi fra tutti avrebbe vinto il concorso al quale Marco teneva
moltissimo. Tutti i bambini, uno alla volta portarono alla
maestra gli oggetti ai quali erano più affezionati
e tutti indistintamente portarono dei giocattoli, compreso
Tom il riccone che portò un robot elettronico bellissimo.
Quando fu il suo turno, Marco, che fra l’altro non sapeva
proprio cosa dare alla maestra, si ricordò di avere
nella cartella la penna della nonna e con quella decise di
partecipare al concorso.
La maestra valutò attentamente tutti gli oggetti e
decise per quello a suo avviso più “creativo”:
una semplice e antiquata penna ma ancora in grado di far vivere
ad un bambino viaggi fantastici ed avventurosi, di portarlo
in un mondo magico.
Immaginate la sua gioia quando Marco seppe che era proprio
lui il vincitore del concorso, ma perse subito l’allegria
quando capì qual era il premio a cui teneva tantissimo:
un bacio della maestra, cioè quasi una punizione!
Qui si conclude la mia storia che spero vi sia piaciuta; ora
è tardi e vi devo lasciare per andare a dormire, altrimenti
me lo faranno vedere i miei genitori lo scambio di personalità!!
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