Vincenzo
Gallico
IN-EXPRESS
Progetto di viaggio:
treno espresso delle ventuno e quarantacinque da Bolzano-Bozen,
binario sette, Gleis sieben; cambio a Roma, intercity della
mattina alle sette meno cinque e arrivo previsto nel primo
pomeriggio a Raggio Calabria Centrale, arrivo ufficiale alle
ore quattordici e venti, ma poi con le ferrovie si sa com’è
ed è capace, dato che siamo in Calabria, bonus speciale,
che si fanno le quattro o le cinque.
Il treno espresso delle ventuno e quarantacinque da Bolzano-Bozen,
binario sette, Gleis sieben, fa schifo secondo le aspettative,
che è tutto un sudore, una puzza di piscio, un unto
di sedili appiccicosi e sporchi. Fosse dovuto andare verso
il nord, verso il Brennero-Brenner l’avrebbero ripulito
ben bene, per i signori, per gli austriaci, ma siccome, meine
Damen und Herren, la tratta conduce a Roma e prosegue per
Lecce, per i cafoni non è mai il caso di sporcarsi
le mani, mica ne vale la pena per bestie come noi, per i soliti
quattro terroni mangiasapone.
Tornare a casa, al sud, che strano miscuglio di pensieri:
non vedo i miei genitori da tanto tempo, saranno invecchiati,
un altro paio di capelli bianchi, muscoli flaccidi e acciaccature
ed io che invece ho bisogno di vacanze, di staccare la spina
e di vedere il mare. Speriamo funzioni.
Non ho prenotato la cuccetta, preferisco i posti a sedere,
anche di notte. La fortuna vuole che trovi uno scompartimento
vuoto, abbasso subito il finestrino, entrando, per evitare
la nausea. Contemporaneamente chiudo le tende che danno sul
corridoio e spengo la luce. Fuori è ancora giorno,
un’aria rosa, il tramonto, perché fa buio tardi
quassù. Mi levo le scarpe e allungo le gambe sul sedile
di fronte, mentre il treno espresso delle ventuno e quarantacinque
da Bolzano-Bozen, binario sette, Gleis sieben, parte in un
fischio stridulo. Vorrei starmene in pace a beccarmi il vento
in faccia e guardare le montagne che scappano via dal finestrino
ed i paesi nel mezzo del nulla e le piantagioni di mele fuji,
che saranno belle e mature d’inverno.
Da Vipiteno in poi il treno si riempie. Le voci del corridoio
fanno un casino da mercato ed io provo ad occultarle con il
walk-man, lasciando dentro, per pigrizia, una cassetta di
Tori Amos che ho ricevuto in regalo e che per pigrizia ho
già ascoltato troppo spesso degli ultimi quattro mesi.
A Verona qualcuno da fuori, uno di quegli spioni infami che
sono partiti con me da Bolzano-Bozen, dal binario sette, Gleis
sieben, se la canta: - Guardate là, signorine, che
là dentro ce n’è uno solo, mi pare.
E così entrano le signorine ed accendono la luce: -
‘mmazza, che culo! Sono tutti liberi? – starnazzano
felici.
Che culo; sì, son tutti liberi, a parte il mio posto,
che ci sono seduto e quindi lo occupo io. Le signorine sono
due signorine e tre valigie. Una signorina parla al cellulare,
l’altra prova a parlare con me. Le valigie invece pesano,
ma almeno hanno la pregevole caratteristica di stare zitte.
- Che culo, non puoi capire, stiamo distrutte. Siamo partite
stamattina dalla Tunisia e a Gabriella gli hanno perso i bagagli,
speriamo che gli arrivano a Roma. Noi ci fermiamo a Roma tre
giorni in albergo. Guarda non puoi capire che casino.
Una delle due signorine, Gabriella (suppongo) continua a parlare
al cellulare in un italiano lento, sillabato, l’altra,
Coscialunga all’aspetto, insiste con il suo monologo.
- Veramente noi dovevamo prendere il volo ieri sera, diretto
a Roma, ma siccome al villaggio, te l’ho detto che eravamo
ad un villaggio Med?, no, ti dicevo, al villaggio Gabriella
ha conosciuto il responsabile dei voli dalla Tunisia e allora
ci siamo fermate una notte in più, perché al
villaggio siamo state sei giorni e cinque notti, almeno a
farci ‘sta notte in più, abbiamo pensato. E così
siamo partite stamattina, eravamo nella cabina dei piloti,
non puoi capire che figata, però ora un casino, perché
siamo atterrate a Verona e adesso dobbiamo arrivare fino a
Roma, non puoi capire.
Coscialunga non ne vuol sapere di zittirsi.
– Non c’è molto da capire – le dico
perché si dia una calmata – e poi i villaggi
Med fanno cagare.
Così diventa chiaro che viaggiamo sullo stesso espresso
e su lunghezze d’onda differenti. E’ una direzione
con doppio senso di marcia, Coscialunga, e la cronaca delle
tue ferie in Tunisia, no, grazie, non m’interessa.
- Ma no, che dici? Sono fighissimi, scommetto che non ci sei
mai stato.
Non le rispondo, mi giro verso il finestrino ad osservare
lo sfondo nero della notte. Sembra di viaggiare nell’iperspazio,
quando ci ficchiamo nella campagna senza luci. Gabriella (suppongo)
finisce la sua telefonata.
- Era di nuovo lui? – chiede Coscialunga.
- Sì.
- Gabriella ha abbordato ‘sto responsabile dei voli
ed ora non la molla più, non puoi capire che casino
– mi dice Coscialunga.
- Spengo la luce? – domando con la mano sull’interruttore.
- Fai, fai – dice Gabriella e fa sì con la testa,
Coscialunga invece ce l’ha con me per la mia maleducazione
e decide d’ignorarmi.
- Gabri, ma quanto gli costano tutte ‘ste chiamate internazionali
al cellulare?
- Boh – risponde Gabriella.
Io ritorno al mio walkman, a Tori Amos e alla mia pigrizia,
ai pensieri che sbuffano fuori dalle rotaie e alla stanchezza
accumulata negli ultimi mesi, alla voglia di fare un bagno
appena dopo il mio arrivo, al desiderio di Mediterraneo che
ho sviluppato nel freddo, all’acquolina in bocca soltanto
per l’idea di un piatto di pescespada pescato fresco
e grigliato coll’aglio e il prezzemolo, all’odore
dei fichi sulla tavola.
Le signorine starnazzano ancora un poco, rinvangando storie
di moto d’acqua e di cammelli, di intrattenitori e balli
latino-americani ed acquisti di perle e nastrini da odalisca.
Coscialunga ad un certo punto cede, s’appisola, inizia
a russare leggermente.
- Dormi? – mi chiede Gabriella sottovoce,
poco prima di Bologna. Ha un bel timbro quando parla piano.
- No.
- Io non dormo mai in treno.
- Io sì.
- No, io no. E poi sono emozionata per Roma. Non ci sono mai
stata a Roma.
A me di impelagarmi in un dialogo notturno con una così
, be’, non mi va granché, una appena reduce da
un villaggio Club Med, signoremio, una che ha abbordato un
responsabile dei voli dalla Tunisia e ci fa delle telefonate
alla moviola, ma per favore, e a Roma no, mai stata a Roma,
certo, meglio i villaggi Med, no?
Però in virtù del suo bel timbro sottovoce le
rispondo, banalmente: - Aha, mai stata a Roma?
- No, mai stata. Che vergogna…alla mia età.
- Perché, quanti anni hai?
Ogni tanto mi dovrei mordere la lingua. Un fastidio quando
vien fuori ‘sto tono da finto interessato.
- Ventotto.
- Be’, ventotto non è troppo.
- Per cosa non è troppo?
- Per Roma.
Ho sete. Il finestrino, un po’ lo lasciamo
aperto, ma allora c’è corrente, e un po’
lo lasciamo chiuso, e nello scompartimento si sviluppa un’afa
inquietante, un’aria immobile. Mi sento le spalle bagnate
di sudore, la pancia umida, come le cosce, incollate al sedile,
e la gola secca, rugosa.
- Hai da bere? – sono costretto a chiedere.
- Acqua.
- Acqua, va bene.
- E tu, c’hai da mangiare?
- Biscotti.
- Biscotti, vanno bene. Mi sembra uno scambio equo.
- Vada per lo scambio.
Io bevo, lei mangia.
- Ho mal di gola. Dev’essere stata l’aria condizionata
in aereo e ‘sto caldo adesso. Troppi sbalzi climatici,
mi sa che mi ammalo. E domani Roma.
- Vuoi balsamo di tigre? – io, dannazione, parlo sempre
troppo.
- Balsamo di che?
- Una specie di Vick’s Vaporub – tocca spiegarle.
Tiro fuori dal marsupio il balsamo di tigre, che mi porto
sempre appresso contro i miei mal di testa cronici.
- Te lo dovresti spalmare sulla gola, per un minuto circa,
non ne mettere assai, quando inizia a bruciare, smetti di
massaggiarti e vedrai che fa effetto.
- Senti, ti dispiace se me lo spalmi tu che ho le mani piene
di briciole di biscotti?
Le spalmo il balsamo di tigre. Gabriella ha un collo morbido.
L’odore di cannella si diffonde per lo scompartimento.
- Brucia?
- Non ancora.
- E adesso?
- No, continua – socchiude gli occhi, lo vedo nell’oscurità
- Ah, che soddisfazione farsi spalmare il balsamo di, di che
bestia hai detto che è ‘sto balsamo?
- Di tigre.
- Sai, il mio ex m’avrebbe fatto una scenata a raccontargli
che uno sconosciuto mi spalma il balsamo di giaguaro.
- Di tigre.
- Era un sacco geloso il mio ex. Per fortuna ci siamo lasciati,
se no, dovevamo sposarci la primavera prossima.
- Per fortuna.
- Anche tu, il tipico macho maschilista contro il matrimonio?
- Perché? Pure tu la tipica macha maschilista contro
il matrimonio?
Gabriella accenna un sorriso.
- No, io mi voglio sposare, soltanto che sto ancora in attesa
del mio principe azzurro. Al Club Med era pieno di machi maschilisti
contro il matrimonio.
Aha – mugugno e, se dice ancora una volta Club Med,
giuro che non le parlo più.
- Al Club Med, che stronzata andarci – dice Gabriella,
non rispondo e continuo a massaggiarle il collo.
Il treno e la notte sono due tipi di
cui non ci si può fidare rispetto al tempo, l’atrofizzano,
ci giocano a nascondino, l’estendono e l’accorciano
come un elastico. E così stiamo per arrivare a Firenze.
E’ ancora buio, Coscialunga dorme beata. Nel frattempo
io e Gabriella si è parlato, del matrimonio come soluzione
ai problemi di coppia, e del primo figlio, soluzione ai problemi
del matrimonio stavolta, e del divorzio, soluzione ai problemi
che c’erano già prima del matrimonio e che si
pensava di risolvere con il matrimonio e i bambini. E si è
parlato di Cioran (anche lei conosceva l’aforisma: “Fondare
una famiglia? Credo che mi sarebbe stato più facile
fondare un impero”), si è parlato dei White Stripes,
del G8 a Genova, si è parlato del perché le
uova al tegamino sembrano come quantità molto di più
rispetto al contenuto delle uova nel guscio, del Sud-Italia,
di Paul Auster e Berlusconi, e si è parlato del Mediterraneo,
io le ho detto che mi manca spesso. Andare a nuotare al tramonto
o d’inverno. Andare a pesca.
Lei vive in riva al mare, in Puglia. Avrei voglia di chiederle
perché è finita in un Club Med, ma mi sembra
di riportarla ad un livello terra terra che vorrei dimenticare
e che anche lei farebbe bene a scordarselo. Per caso o per
disattenzione la mia mano destra finisce sotto la sua mano
sinistra ed entrambe le mani rimangono là, immobili,
a sfiorarsi.
Alla stazione di Firenze Campo di Marte il treno si ferma.
Qualcuno apre la porta dello scompartimento ed accende la
luce. Le nostre mani, sorprese da tanta luminosità,
si separano, Coscialunga si sveglia. Una donna brutta, dalla
faccia consumata, tiene in braccio due bambini, dietro di
lei un uomo con le valigie, dal volto segnato di tristezza
ed incazzature, domanda: - Ci sono due posti?
- Prego – dico io – ma quei sedili son quasi rotti.
Finisce che si prendono i due posti accanto alla porta, Coscialunga
si mette di fronte a Gabriella e allunga le sue zampe, io
mantengo un posto vuoto di fronte a me dove anche Gabriella
può distendere le gambe.
La luce si spegne. Gabriella and me continuiamo il nostro
valzer di pensieri e parole sottovoce. Le mani si ritrovano
casualmente.
- Mi licenziano il mese prossimo – dice Gabriella -
non so che fare.
- Cercati un altro lavoro, no? Oppure non pensarci…
- Perché bisogna lavorare per vivere?
- E’ così – rispondo soprappensiero.
C’è stato un tempo che lavoravo per vivere, non
per guadagnarmi la pagnotta quotidiana, lavoravo il più
possibile per non pensare, lavoravo per essere occupato, per
dimenticarmi le schifezze del mondo. Ora non più. Allora
sì, però.
Uno dei marmocchi inizia a piangere. L’uomo dalla faccia
triste ed incazzata accende la luce, guarda la donna dalla
faccia brutta che culla il marmocchio piangente. Le nostre
mani si dividono.
- ‘sta criatura è comm’ a tte.
- E’ nervuos’ o piccirill’.
- No, scass’ o cazz’.
- Vedi - dico a Gabriella sottovoce – questo ti toccherà
con il tuo principe azzurro.
- Non so.
Faccia incazzata spegne la luce. Le nostre mani si riavvicinano
e si incontrano ancora, anche i nostri corpi iniziano ad accorciare
le distanze, i piedi si strofinano lievemente, le cosce sudate
si sfiorano e Gabriella ha sollevato il poggiagomiti e stiamo
distesi uno accanto all’altra, di fianco, le nostre
bocche separate da venti centimetri di aria afosa ed umida.
Il marmocchio riprende a piangere, faccia incazzata riaccende
la luce, Coscialunga si risveglia, rimane un po’ turbata
dalla spropositata vicinanza fra me e Gabriella, sebbene le
nostre mani siano di nuovo separate, faccia incazzata se la
prende ancora con la moglie, le dà della stronza, che
quelle creature le ha educate male.
Con la luce posso concentrarmi sulle forme di Gabriella, alle
quali prima non avevo prestato attenzione, gli occhi verdi
allungati, i capelli ricci, il seno piccolo, bella, lei. La
luce le fa vedere le mie forme, poi si rispegne. Le mani tornano
in posizione accarezzandosi. I corpi anche. Le bocche a venti
centimetri di distanza nell’aria immobile. Coscialunga
fa finta di dormire, ma senz’altro sbircia, pettegola
com’è. La luce si riaccende. Il guaglione ha
ripreso a chiagnere.
Faccia incazzata blatera con veemenza contro la stupidità
di sua moglie e quanto è stronza.
Propongo a Gabriella di andare a fumare una sigaretta in corridoio.
Accetta. Andiamo a fumare. Il treno rotola e sobbalza, siamo
nell’ultima carrozza, osservo il gioco oscuro dei binari,
parallele che s’incontrano in un orizzonte scomparso.
Spegniamo la sigaretta. Ci guardiamo negli occhi, le nostre
mani sono distanti, noi siamo distanti. Nei film in queste
scene parte la musica e ci si bacia, ma qui c’è
troppa puzza di cesso e di realtà, c’è
troppa luce opaca. Torniamo allo scompartimento, ai nostri
posti.
E fino a Roma va avanti così luce on, moglie stronza,
mani divise, luce off, mani unite, bocche a venti centimetri
e di nuovo luce on, moglie stronza e San Gennaro, sino alla
stazione Termini.
Aiuto Gabriella e Coscialunga a metter giù le valigie
ed auguro ad entrambe un buon soggiorno a Roma, Coscialunga
non mi risponde e va a cercare un carrello. Io e Gabriella
stiamo uno di fronte all’altra, i nostri corpi col sudore
dell’espresso, gli aliti di bocche senza i denti lavati,
ritorna Coscialunga. E vanno via insieme. Neanche sa come
mi chiamo. Mi lancia un’occhiata triste di chi non s’incontrerà
mai più, con il gusto dolceamaro del sarebbe potuto
essere, ma non è stato.
- Intercity delle ore sei e cinquantacinque minuti per Reggio
Calabria Centrale è in partenza dal binario undici
– annuncia gracchiando una voce elettronica.
Mi affretto, puzzo di notte in treno, mi guardo le mani vuote
senza le mani di Gabriella. Penso al Mediterraneo che m’aspetta,
alla stanchezza di questi mesi. Una nuotata al tramonto mi
laverà tutto via.
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