Fabio
Franzin
LO
STRAPPO DELL'UOMO DI CARTONE
Verso l’inizio della seconda
settimana d’assenza, (...) si presentò a casa
mia un messo dell’infermeria, che secondo lui passava
da quelle parti per un altro compito, e chiese di me (...)
Era chiaro che l’avevano mandato a spiarmi.
da
MEMORIALE di Paolo Volponi,
Einaudi 1962.
Esistere non è un fine per l’uomo, è solo
il supporto di tutti i beni, veri o falsi. I beni si aggiungono
all’esistenza. Quando scompaiono, quando l’esistenza
è nuda, essa non ha più rapporto con il bene,
è persino un male. Ed è questo il momento nel
quale il male si sostituisce a tutti i beni assenti, e diventa
in se stesso l’unico fine, l’unico oggetto del
desiderio. Il desiderio dell’anima si trova legato ad
un male nudo e senza velo. Allora, l’anima vive nell’orrore.
da Prima condizione
di un lavoro non servile in La Condizione Operaia
di Simone Weil, nella traduzione di Franco Fortini, Mondadori
1990.
Stava diventando ormai un’ossessione quell’uomo,
quella figura coi gomiti perennemente appoggiati a quel davanzale.
Un’ossessione ulteriore peraltro.
Quella primavera, dopo tanto ed invano tener duro o farmi
coraggio come mi incitavano le poche persone che ancora frequentavo,
mi ero lasciato prescrivere due settimane di riposo per tentare
di rimettermi in sesto; i miei nervi erano, come si dice,
esauriti: insonnia e turpi pensieri avevano ormai fatto un
loro bel nido dentro la mia mente; le rare volte che i sedativi
facevano effetto e riuscivo a prender sonno relativamente
presto, mi svegliavo nel pieno della notte tutto rattrappito,
il collo e le gambe come anchilosati, duri, tirati da una
forza malefica e ostinata, madido di sudore. Se sognavo, in
quelle poche ore di sonno leggero ed agitato, se sognavo,
dicevo, nessuna immagine restava fissata nella mia memoria,
nessun desiderio veniva mutuato nel territorio onirico, nessun
incubo.
Lavoravo in uno scatolificio, a turno; ero addetto alla macchina
per le piegature del cartone, e quell’odore di cartone
era il marchio che impregnava ogni mio pensiero da ben dodici
anni. Era un lavoro noioso e ripetitivo, ma la mia indole
statica e remissiva lo accettava come l’unica mansione
che mi sentissi in grado di svolgere. Poco pragmatico, ed
incline a scansare ogni più piccola responsabilità,
timoroso di ogni novità che potesse riguardarmi, trovavo
tranquillizzante, il mattino, conoscere a priori, a menadito
i gesti che ero tenuto a compiere per sopravvivere, le azioni
che ero obbligato a svolgere per far parte di quella fetta
della società che si garantiva un’occupazione,
che viveva onestamente, dignitosamente, senza infamia e senza
lode. Avere la giornata che andavo ad iniziare programmata
per il noventacinque per cento me la conservava come in un’area
neutra, intaccabile da ogni inedito scossone. Non ero molto
amato dai miei colleghi, credo per la mia ostinata riottosità,
per la mia scarsa verve, per quella taciturnità che
è più che altro la naturale conseguenza di una
timidezza e di una fragile autostima che non sono mai riuscito
a superare. Partecipo raramente ai loro discorsi, spesso per
noia del tipo dei discorsi stessi, soprattutto perché
non ho quasi mai un’opinione mia da inserirvi e, se
e quando ce l’ho preferisco tenermela per me perché
temo di rendermi ridicolo, o presuntuoso, o che sia balzana,
fuori luogo, fuori sistema. Non vado mai alle cene che essi
organizzano fra di loro e, da qualche anno, ormai, non mi
chiedono nemmeno se voglio unirmi a loro. Sono stato spesso
oggetto di scherzi e canzonature che sopporto senza reagire,
anche se molte volte avrei voluto trovare in me quel coraggio
o quella rabbia che invidio ad altri, per difendermi una volta
per tutte, per conquistarmi il diritto di essere lasciato
in pace. Anche il mio aspetto fisico penso che contribuisca
a non riscontrare simpatia da parte degli altri: sono infatti,
in tutto e per tutto, il tipo d’uomo che passa inosservato,
che non impregna di sè nessun tipo di attenzione, il
tipo definibile scialbo direi, non così brutto da attirare
sguardi di pena o di derisione, ma nemmeno piacevole; il mio
volto è ordinario, ho gli occhi grandi ma stanchi,
il naso lievemente adunco ma non grande, radi capelli ricci,
neri, con la mia bella chierica da frate medievale, gambe
corte e fisico tozzo, smollaticcio, con un inizio ormai statico
di pancetta. Mi sento, un po’, come il cartone quando
diventa umido, quando si bagna, si snerva. Sopravvivo in quell’ambiente
ostile più per la mia indole pigra e timorosa che per
un vero e proprio attaccamento all’azienda. Non me ne
frega un fico secco dei cartoni e dei miei colleghi, anzi!
ma l’azienda è a due passi dal luogo in cui abito,
lo stipendio è garantito, l’orario lavorativo
mi permette di avere molto tempo a disposizione ed il mio
rapporto con i cosidetti “quadri dirigenti” non
si è mai incrinato/inclinato durante questi dodici
anni: penso di essere considerato un operaio serio e affidabile,
un tipo senza tanti grilli per la testa: che non ha mai preteso
un aumento e non ha mai creato problemi né durante
né riguardo i turni che è tenuto a svolgere.
Tutto il tempo libero che mi trovo ad avere, lo spendo, da
sempre, per la grande passione della mia vita: gli uccelli.
Non fraintendetemi, vi prego! parlo degli uccelli in senso
letterale, parlo dei volatili, ecco, per intenderci! Da quando
ero bambino, e mio padre mi regalò la mia prima gabbietta
con una coppia di cocorite, non ho più smesso di allargare
quella gabbietta, non ho più smesso di allevare ogni
tipo di uccelli.
Da dieci anni abito in un appartamento situato sopra un vecchio
supermercato: a quel tempo desideravo, con i risparmi che
avevo messo da parte (sono considerato, fra le altre cose,
anche una persona tirchia dai miei colleghi, io propendo di
più verso una scelta molto oculata riguardo l’uso
o il non uso del mio denaro) acquistarmi un buco tutto mio,
rendermi indipendente dai miei, e conscio del fatto che me
la sarei cavata bene anche e, soprattutto, da solo, mi detti
da fare per cercarlo quel buco. Capitò che si rese
libero questo appartamento che, per il luogo in cui si trova
(nel bel mezzo di una neonata zona industriale, fra l’altro!)
non faceva gola quasi a nessuno, ed era, logicamente, più
ancora che a buon mercato. Io cercavo solo uno spazio fra
quattro mura, (relativamente vicino all’azienda in cui
avevo incominciato a lavorare dopo otto anni passati in un
mobilificio) dove sbrigare le mie faccende e uno spazio aperto
per le mie due voliere: il caso volle, che dietro l’appartamento,
in quello che era il coperto del supermercato, ci fosse una
specie di ampia terrazza pavimentata a lastroni di granito
e che né al proprietario, mi assicurò, ne ai
vicini avrebbero dato fastidio i miei gabbioni percorsi da
voli colorati, così come è stato, poi, fra l’altro!
e così firmai subito il contratto d’acquisto,
e non occorse neanche che stipulassi un mutuo bancario, come
paventavo quando presi la decisione di appartarmi, dato che
i miei risparmi furono sufficienti a coprire anche la spesa
per le pratiche Così, da dieci anni, dicevo, vivo questa
mia solitudine cercata, che non mi pesa più di tanto,
che è cadenzata dai riti del lavoro e delle faccende
domestiche e, che si crea in quelli del miglio e della pulizia
dei vassoi che raccolgono il guano dei miei uccelli; che si
concretizza, soprattutto, nella contemplazione della loro
grazia, e bellezza, in quei brevi voli e in quei cinguettii
d’amicizia. Certo, anch’io ho desiderato trovarmi
una compagna cui accoppiarmi, una moglie, una probabile madre
di quei due figli immaginati che spesso invidio quando li
vedo a spasso, per mano o nei passeggini, dei miei coetanei;
ma la mia timidezza, forse una specie di indegnità
che mi sono, in un certo senso, sentito affibbiare da sempre,
hanno contribuito a sentirmi inadatto all’arte del corteggiamento;
in verità, le rare volte che ci provai, quel rifiuto
screziato da un disgusto sottile eppure così tagliente
mi condusse verso il gesto del desistere, verso un territorio
meno crudele in cui poter far “vivere” quella
tenerezza, quell’amore che sentivo spingere contro i
cancelli della mia anima, un territorio popolato di creature
che non ti accettano o ti respingono solo in virtù
o in mancanza di attributi estetici, di avvenenza o mediocrità,
ma che si attaccano a te, specularmente, a seconda di ciò
che tu doni a loro, ricambiando quella tua dolcezza con dei
gesti d’affetto che ho imparato a decifrare man mano
che li esplicitavano sotto i miei occhi, fra le mie mani a
coppa, fra le mie dita o, semplicemente, nella mia vicinanza.
In un dialogo che, in virtù di linguaggi diversi, diventava
addirittura più puro, e, mi si consenta l’azzardo,
ancora più sacro. Ho iniziato ad occuparmi di animali
sin da piccolo: ho allevato e accudito decine di gatti e di
cagnolini, tartarughe, criceti, porcospini, persino un ramarro
quand’ero ormai adolescente. Ho avuto la fortuna di
vivere la mia infanzia, i miei anni migliori, in una casa
di campagna, lontana dal traffico e dalle fabbriche, un piccolo
eden dove l’arrampicarsi sui rami di un pioppo in cerca
di nidi, l’osservare il lavorìo delle formiche
e delle api, la scoperta di una tana di donnola, o il guizzo
di una lepre fra l’erba alta erano una consuetudine
che non perdeva mai quell’aura selvaggia di magia e
di incanto. Col tempo il mio amore per gli animali si è
fissato esclusivamente sui volatili: sentivo qualcosa come
un’inspiegabile affinità con quella proprietà
di spazi immensi e inviolati, con quella grazia così
semplice eppure perfetta, con il mistero soffice e delicato
di quelle penne e di quelle piume, con quegli occhietti scuri
pieni di bontà. Ci tengo a sottolineare che io i miei
uccellini non li costringo per tutta la vita dentro le mie
(mai sufficentemente spaziose) voliere, li tengo con me per
un po’ di tempo, li studio, ne individuo le peculiarità
o le manìe, poi, la sera dell’equinozio di primavera
e la sera di quello d’autunno, con una cerimonia che
mi rattrista e mi riempie d’orgoglio ogni volta, quando
il sole inizia a calare li libero tutti, li guardo disperdersi,
riappropriarsi o avventurarsi per la prima volta nel grande
spazio destinato a loro e poi mi bevo una tazzina di grappa.
Il pomeriggio successivo pulisco meticolosamente le voliere
e da quel giorno riprendo a scrutare fra le fronde, fra i
rami spogli in cerca di nidi, di pulcini da allevare, da far
crescere fra le mie attenzioni e la mia esperienza. Non ne
compro mai, non per la mia conclamata tirchieria, ma perché
sento che quelle creature devo scoprirle io, corteggiarle
già dall’uovo, attendere il momento cruciale
della schiusa, quando, implumi e poi spelacchiati innalzano
i loro beccucci verso il pasto che la madre gli porge da sopra,
capire il momento migliore per rapirne uno o due, senza sentirsi
una carogna, una belva che porta via i cuccioli alla madre.
Lasciandone sempre, nel nido, qualcuno in più di quelli
che si sottraggono; questa è la regola che consente
al mio spirito di non sentirsi un predatore.
Per ciò che concerne la mia sessualità devo
confessarvi che, in verità, io credo ormai di essere
riuscito a soffocarla dentro di me. Anni fa mi davano fastidio,
mi irritavano quelle improvvise erezioni, quelle polluzioni
notturne; a volte, tanto insistente era quell’indurimento
fra le mutande, che ho dovuto sbrigarmela da me, con un “maneggìo”
frenetico e rabbioso, in un certo senso, privo di piacere;
poi, pian piano ho incominciato ad imparare ad esercitare
un vero e proprio controllo di quelle pulsioni, a distrarre
la mente orientandola verso qualcosa di così neutro
che la rapidità con cui scomparivano mi procurava una
di quelle gioie che non vi dico! Attualmente è così
raro che saltino fuori, all’improvviso, che rientrano
in quell’ordine statistico atto a confermare quella
che sento, essere ormai una regola raggiunta pur passando
attraverso dolorose e tenaci resistenze. Quando guardo le
ragazze, le donne, le guardo anch’io, non crediate!
le ammiro come apparizioni d’un’armonia misteriosa:
quelle linee a modellarsi così in simbiosi con quelle
della natura, delle colline, degli ondulamenti nei prati,
della stessa conformazione del globo terrestre, oserei dire;
quelle curve “progettate” per la procreazione!
le guardo, soprattutto, come una possibilità meravigliosa
che forse non mi sarà mai concesso di esplorare; senza
nostalgie da quattro soldi e senza quell’eccitazione
che noto negli altri al passaggio di una donna cosidetta “sensuale”,
però. Un po’ come i miei colleghi quando vedono
sfilare davanti i loro occhi un’auto di lusso, o sportiva
che sanno non potranno mai permettersi: un’adulazione
fine a sè stessa senza strascichi di sorta.
Sono considerato, qui, dai miei vicini, (lo intuisco dalla
gentilezza dei loro saluti) dai miei genitori, dai miei fratelli,
e, lo ripeto, dai rari conoscenti che ogni tanto mi vengono
a trovare, che ogni tanto vado a trovare, una persona mite
e “a posto”; un po’ stramba, forse, incline
a reclinarsi nel suo guscio fatto di poche, innocenti, manìe:
come quella degli uccelli, per dire! come quella di passare
i giorni di festa lungo i greti dei fiumi in cerca di fossili,
ammoniti, sassi particolari o reperti anomali rinvenuti casualmente
che poi colleziono in teche e vasi di cristallo; oppure di
passare ore dentro ad un centro commerciale a curiosare qua
e là, fra gli scaffali espositivi e le vetrine senza
poi acquistare quasi nulla. Non lo nego, a volte quell’ampiezza
di tempo libero che ci tengo a conservare, si spalanca all’improvviso
alitandomi addosso un torpore, una noia che fatico ad arginare.
Ma sono sempre stato abile nel parlare con me stesso, ad aquietare
i momenti d’insoddisfazione o di paura, ad accontentarmi
di un’esistenza che agli occhi di altri, credo, sembra
in gran parte sprecata, assaggiata solo nella sua buccia o
forse al primo strato di polpa, lontana dal succo dolce e
inebriante; sono stato soprattutto abile ad avanzare nel crinale
d’un equilibrio in cui mai ho vacillato, in cui mai
ho tentennato. Ma da un bel po’ di tempo, dicevo, questo
equilibrio è franato. Ho iniziato a sbilanciarmi, impercettibilmente,
nei primi periodi, così poco che quasi non c’era
neanche da farci caso: una puntina d’insoddisfazione
che pungeva, nelle cose che usualmente mi piacevano; poi vere
e proprie inclinazioni, vertigini, paure d’un abisso
mai neppure considerato: tensioni fisiche e mentali, l’insoddisfazione
a virare verso una vera e propria disperazione accompagnata
da un vuoto di desideri. Neanche le visite giornaliere ai
miei amati uccelli riuscivano più a darmi quel senso
di pace che un’entità crudele mi aveva sottratto
in così poco tempo; quella pace dei sensi che era,
sin dalle origini, la risorsa, il tratto connotativo di cui
più andavo orgoglioso; dove tutti si affannavano io
andavo con la mia calma, felice di ciò che per loro
era poco, ma che a me bastava alla grande. Come dissi, tenni
duro per circa otto mesi, tentai in tutti i modi di arginare
i disagi che quel demone che mi era scoppiato dentro causava
nella mia personalità, poi mi rivolsi ad uno psicologo
che mi ordinò delle goccette che attenuarono un po’
almeno le tensioni fisiche; ma quel senso di vuoto continuava
ad espandersi, offuscando la mia volontà e rapinandomi
manciate di energie. All’ultima visita dal psicologo
il suo consiglio di provare a prendermi un periodo di riposo.
“Cerchi di distrarsi un po’ “mi ha detto”
provi a rilassarsi, magari con un bel libro, e poi vada a
divertirsi, in discoteca, provi a trovarsi una ragazza, una
compagnia, almeno”. Una sera sono andato in una discoteca
della zona, ma mi sentivo a disagio fra la musica assordante
e i miei abiti, me ne accorsi da subito, così poco
consoni, così poco ricercati in quel luogo dove ognuno
cercava di sfoggiare le più ardite trasfigurazioni
di sè stesso. Ho provato ad avvicinarmi ad una ragazza
tutta luccicante di brillantini lungo la pelle che usciva
da un vestitino ridotto all’osso; le chiesi se potevo
farle compagnia, ma il disprezzo acido con cui, fuggevolmente,
mi guardò, bastò a farmi prendere la via dell’uscita
con il cartoncino della consumazione obbligatoria ancora intonso.
Il giorno dopo entrai nella libreria di un centro commerciale
e comperai un libro grosso ma dal titolo che mi sembrò
accattivante: “VOLARIO, simboli, miti e misteri degli
esseri alati: uccelli, insetti e creature fantastiche”
di un certo Alfredo Cattabiani; ma non sono mai stato un gran
lettore, e quell’autore scriveva in un modo talmente
ostico, per me, con una selva di rimandi e citazioni che faticavo
ad arrampicarmi fra quelle storie, così accantonai
il libro dopo poche pagine rilette sette-otto volte capendoci
poco o niente, fra l’altro.
Intanto il disagio cresceva sempre più; intanto, ogni
volta che mi affacciavo alla finestra per vedere che tempo
faceva, fuori, notavo sempre quel tipo che sembrava la mia
stessa immagine riflessa in uno specchio posto di lato. Un’immagine,
l’ho detto, che si rapprendeva di connotati sempre più
ossessivi. Egli abitava in fondo alla strada che passa davanti
al supermercato, sotto le mie finestre, dove la stessa è
troncata, ad angolo retto, non più di cento metri da
qui, dalla provinciale. Oltre l’ampiezza della strada
si erge uno di quei tozzi palazzoni popolari degli anni sessanta,
al secondo piano, sulla sinistra, si aprono le imposte ove
quel tipo si affacciava. Non capivo cosa ci trovasse di così
attraente a guardare quel traffico che passava sotto i suoi
occhi, le auto che si fermavano allo stop, di fronte a lui,
per poi immettersi in quel flusso; non capivo come non riuscisse
a rendersi conto di quanto gas di scarico si trovava a dover
respirare mentre stava lì a soddisfare una curiosità
che consideravo assurda, o una noia che, peraltro vissuta
con così gravi disagi anche da me, avrebbe potuto tentare
di ammazzare con qualcosa di più costruttivo, pensavo,
o forse è anche esso una persona ammalata, congetturavo.
Ma, intanto, il trovarmelo ogni volta lì, fisso nella
sua obliquità al mio sguardo, mi dava quasi l’impressione
di uno che si mettesse in quella posizione per spiare i miei
movimenti, registrare quante volte mi affacciavo alla finestra
nel corso della giornata, quante volte uscivo, durante gli
orari che mi erano permessi dall’I.N.P.S., quanta posta
scendevo a ritirare, nella tarda mattinata, quanto pane. Un
giorno che ero fermo allo stop davanti a lui, (notai che indossava
un maglione a scacchi sul marrone con scollo a vu sopra una
maglietta bianca) mi sembrò persino che tentasse di
sbirciare dentro l’abitacolo della mia auto, da lì
sopra, come un’investigatore che cerchi un qualche indizio
per una sua tesi bislacca. Che fosse davvero messo lì
per indagare sulla mia vita? Che fosse un’ispettore
dell’I.N.P.S. inviato, in quei panni e in quel luogo
apparentemente fuorvianti per constatare che io fossi davvero
una persona malata e non un mistificatore che sfrutta le già
precarie risorse economiche dell’ente? Suffragava queste
mie, sempre più convinte, ipotesi il fatto che in dieci
anni che abitavo lì, a cento metri, mai mi ero accorto
della sua presenza, ed ora questo qui spunta dal detto al
fatto come un fungo, a quel balcone, e finge di passare le
sue giornate ad osservare, con un certo interesse, il via
vai di auto e scooter. Suffragavano questa ipotesi anche le
continue e insistenti telefonate che mi giungevano dallo scatolificio,
dapprima quasi gentili nel fingere di interessarsi davvero
alla mia salute, poi via via più insidiose e petulanti,
con richieste sempre più burbere e persino arrabbiate
ad intimarmi che dovevo riprendere il mio lavoro, che loro
avevano bisogno di me, lì e che la finissi con quei
mali immaginari. Mi chiedevo, inoltre, ma non ha proprio un
cavolo da fare, quel tipo lì, non ce l’à
un lavoro? così, ad occhio e croce, in quella rapida
occhiata ravvicinata che gli detti quel giorno lì,
dallo stop, non doveva avere più di quaranta-quarantacinque
anni, impossibile che fosse già in pensione, quindi.
Ogni volta che andavo alla finestra per osservare il cielo,
mi prendeva un’agitazione ancora più forte di
quella che già mi trovavo a dover fronteggiare; speravo
sempre che non ci fosse, e invece, imperturbabile, in quella
sua finta tranquillità lui era sempre lì, coi
gomiti appoggiati al davanzale. Ormai era diventato proprio
un pensiero fisso, un timore che non lasciava spazio a nient’altro,
nella mia mente, (avevo incominciato a trascurare persino
i miei uccelli, frattanto) decisi di tenere le tende tirate,
e quando guardavo, lo facevo scostando appena appena un lembo
di quelle, volgevo solo l’occhio di sguincio, a sinistra,
per dover constatare, ogni volta, quella presenza che mi dava
sui nervi.
Scrivo queste cose non per discolparmi di
ciò che ho fatto, sapete, mi rendo conto che ho agito
molto male verso una persona che forse non aveva alcuna colpa,
come continuano a ripetermi, a tentare d’inculcarmi,
le scrivo piuttosto per rendervi partecipi del mio dolore,
per confutare quella frase che i giornali hanno riportato
e che non condivido per niente: “un uomo apparentemente
normale anche se, da molti, definito strano, solo, incapace
di relazionarsi con la realtà...”, non mi sono
mai sentito un emarginato, fra l’altro, ora che mi sento
meglio, riconsiderando i fatti, penso solo che ho ingigantito
a dismisura certe ossessioni in un momento difficile della
mia vita, che è una cosa che può capitare a
chiunque, anche a chi vive, come si suol dire, ben integrato
nei meccanismi sociali e produttivi. Sono felice che quell’uomo
stia bene, ora, e che abbia accettato di incontrarmi e di
perdonarmi, anche se il mio sospetto, rimane tuttora impresso,
pur aprendosi, a sprazzi, e tingersi della considerazione
che sì, era solo una fissazione, forse. Ma prima di
terminare il mio racconto desidero dirvi che mi trovo bene
qui dove sto da tre mesi, anche se mi mancano tanto i miei
uccelli, le mie voliere; non c’è lo spazio per
installarle, mi hanno detto. Mi sembra una crudeltà
perché nel giardinetto dove ogni giorno ci lasciano
a passeggiare il posto ci sarebbe, eccome se ci sarebbe. Va
bene, dai, finisco il mio racconto...
Incominciò a farsi strada, in me, l’idea di passare
ad una sorta di contrattacco: se lui indagava su di me, io
dovevo cercare di indagare su di lui. Così, un giorno,
invece di recarmi a svuotare le carte, il vetro e la plastica
nelle campane che sono poste una settantina di metri verso
destra della strada che passa qui davanti, all’inizio
della zona industriale, per intenderci, sono andato verso
quelle situate oltre la provinciale, in uno spiazzo fra i
platani, verso il cavalcavia. Per recarmi in quella direzione
dovevo per forza passare a pochi metri da quell’indagatore,
e così, con una borsetta colma per mano, mi sono trovato
proprio sotto a lui che, con apparente noncuranza, mi ha dato
persino il buongiorno. Dovevo essere astuto se non volevo
fallire nel mio piano, dovevo usare tatto e gentilezza. Gli
risposi a modo, poi, prendendo uno di quei giri larghi, con
le parole, sono arrivato al nocciolo della questione: “da
quanto abita qui, e come mai la vedo sempre lì, affacciato,
è ammalato è, per caso,
pensionato?” da subito mi accorsi che aveva un’accento
strano, nel parlare, ma non ci feci molto caso, o forse, inconsciamente,
credetti da subito che l’avessero fatto apposta a mettere
lì uno straniero, per fuorviare; chi potrebbe mai sospettare
che un albanese possa essere una spia al soldo di un ente
nazionale o di un’azienda situata solamente a qualche
centinaio di metri da lì? Mi rispose, gentilmente,
ma con una nenia lamentosa nella voce che mi irritò
di brutto, che era arrivato in Italia nove mesi orsono, ma
che solo da un mese gli avevano concesso quell’appartamento,
ma era disoccupato, aveva lavorato sino a quindici giorni
addietro in un’azienda della zona ma l’avevano
trattato male e allora si era licenziato. Ora era in attesa
di una nuova, migliore sperava, occupazione. Fu la goccia
che fece traboccare il vaso. Cosa credeva? Che potessi credere
a balle del genere? Uno che cerca un lavoro, in una zona dove
di lavoro ce n’è a bizzeffe non lo fa stando
tutto il giorno appoggiato a quel cazzo di davanzale, sbottai,
gli dissi, urlando, che se non la smetteva di spiarmi chiamavo
i carabinieri e dopo vedeva che lavoro gli avrebbero trovato,
loro. Continuai ad apostrofarlo chiamandolo stronzo e vigliacco
finché, non dopo aver tentato un’inutile e debole
difesa, si chiuse dietro quelle sue finestre senza tende.
Mi sentivo sollevato, mi ero sfogato, ora dovevano aver capito
con chi avevano a che fare e che non era facile farmi cascare
in trappole così mal preparate. Almeno che fosse più
discreto, cribbio, neanche una spia da due soldi nei filmetti
americani stava tutto il giorno, in bella vista, a scrutare
verso la casa dell’indagato!
Ma neanche un’ora dopo, quando scostai la tenda per
vedere se l’aveva capita, quello era di nuovo lì,
aveva la sfrontataggine di ripresentarsi, come se nulla fosse
successo, ancora in quel suo cazzo di osservatorio. Era scoppiato
un temporale, frattanto. Pioveva a dirotto. Mi montò
una di quelle collere, eh, vorrei aver visto voi al mio posto!
Quasi senza rendermene conto uscii giù con sottobraccio
il vaso di cristallo coi sassi curiosi trovati lungo il Piave,
appena mi vide dirigersi verso di lui egli incominciò
ad imprecarmi contro, anche se non capivo un’acca di
ciò che diceva, ero furioso, non sò come fu
che gli lanciai addosso il primo sasso, poi gliene lanciai
ancora, e ancora anche se lui aveva cercato di chiudere le
finestre. I vetri cadevano, a schegge. Sentivo come se stessi
per sciogliermi, come se mi si sciogliesse la tensione accumulata
durante tutto quel tempo sbrindellato. Mi era sembrato di
vederlo cadere all’indietro mentre tentava di chiuderle.
Quando avevo solo il vaso vuoto in mano tornai a casa, zuppo
e come molliccio, stanco, floscio, liberai tutti i miei uccelli
e mi bevvi il rituale bicchiere di grappa mentre udivo quelle
sirene sempre più assordanti. Mi affacciai e, felice,
constatai, fra quei bagliori azzurri intermittenti che non
era appostato al davanzale. Poi, appena mi sedetti sul divano,
il campanello che suonava...
|