Fabio Franzin
LO STRAPPO DELL'UOMO DI CARTONE


Verso l’inizio della seconda settimana d’assenza, (...) si presentò a casa mia un messo dell’infermeria, che secondo lui passava da quelle parti per un altro compito, e chiese di me (...) Era chiaro che l’avevano mandato a spiarmi.

da MEMORIALE di Paolo Volponi, Einaudi 1962.


Esistere non è un fine per l’uomo, è solo il supporto di tutti i beni, veri o falsi. I beni si aggiungono all’esistenza. Quando scompaiono, quando l’esistenza è nuda, essa non ha più rapporto con il bene, è persino un male. Ed è questo il momento nel quale il male si sostituisce a tutti i beni assenti, e diventa in se stesso l’unico fine, l’unico oggetto del desiderio. Il desiderio dell’anima si trova legato ad un male nudo e senza velo. Allora, l’anima vive nell’orrore.

da Prima condizione di un lavoro non servile in La Condizione Operaia di Simone Weil, nella traduzione di Franco Fortini, Mondadori 1990.

Stava diventando ormai un’ossessione quell’uomo, quella figura coi gomiti perennemente appoggiati a quel davanzale. Un’ossessione ulteriore peraltro.
Quella primavera, dopo tanto ed invano tener duro o farmi coraggio come mi incitavano le poche persone che ancora frequentavo, mi ero lasciato prescrivere due settimane di riposo per tentare di rimettermi in sesto; i miei nervi erano, come si dice, esauriti: insonnia e turpi pensieri avevano ormai fatto un loro bel nido dentro la mia mente; le rare volte che i sedativi facevano effetto e riuscivo a prender sonno relativamente presto, mi svegliavo nel pieno della notte tutto rattrappito, il collo e le gambe come anchilosati, duri, tirati da una forza malefica e ostinata, madido di sudore. Se sognavo, in quelle poche ore di sonno leggero ed agitato, se sognavo, dicevo, nessuna immagine restava fissata nella mia memoria, nessun desiderio veniva mutuato nel territorio onirico, nessun incubo.
Lavoravo in uno scatolificio, a turno; ero addetto alla macchina per le piegature del cartone, e quell’odore di cartone era il marchio che impregnava ogni mio pensiero da ben dodici anni. Era un lavoro noioso e ripetitivo, ma la mia indole statica e remissiva lo accettava come l’unica mansione che mi sentissi in grado di svolgere. Poco pragmatico, ed incline a scansare ogni più piccola responsabilità, timoroso di ogni novità che potesse riguardarmi, trovavo tranquillizzante, il mattino, conoscere a priori, a menadito i gesti che ero tenuto a compiere per sopravvivere, le azioni che ero obbligato a svolgere per far parte di quella fetta della società che si garantiva un’occupazione, che viveva onestamente, dignitosamente, senza infamia e senza lode. Avere la giornata che andavo ad iniziare programmata per il noventacinque per cento me la conservava come in un’area neutra, intaccabile da ogni inedito scossone. Non ero molto amato dai miei colleghi, credo per la mia ostinata riottosità, per la mia scarsa verve, per quella taciturnità che è più che altro la naturale conseguenza di una timidezza e di una fragile autostima che non sono mai riuscito a superare. Partecipo raramente ai loro discorsi, spesso per noia del tipo dei discorsi stessi, soprattutto perché non ho quasi mai un’opinione mia da inserirvi e, se e quando ce l’ho preferisco tenermela per me perché temo di rendermi ridicolo, o presuntuoso, o che sia balzana, fuori luogo, fuori sistema. Non vado mai alle cene che essi organizzano fra di loro e, da qualche anno, ormai, non mi chiedono nemmeno se voglio unirmi a loro. Sono stato spesso oggetto di scherzi e canzonature che sopporto senza reagire, anche se molte volte avrei voluto trovare in me quel coraggio o quella rabbia che invidio ad altri, per difendermi una volta per tutte, per conquistarmi il diritto di essere lasciato in pace. Anche il mio aspetto fisico penso che contribuisca a non riscontrare simpatia da parte degli altri: sono infatti, in tutto e per tutto, il tipo d’uomo che passa inosservato, che non impregna di sè nessun tipo di attenzione, il tipo definibile scialbo direi, non così brutto da attirare sguardi di pena o di derisione, ma nemmeno piacevole; il mio volto è ordinario, ho gli occhi grandi ma stanchi, il naso lievemente adunco ma non grande, radi capelli ricci, neri, con la mia bella chierica da frate medievale, gambe corte e fisico tozzo, smollaticcio, con un inizio ormai statico di pancetta. Mi sento, un po’, come il cartone quando diventa umido, quando si bagna, si snerva. Sopravvivo in quell’ambiente ostile più per la mia indole pigra e timorosa che per un vero e proprio attaccamento all’azienda. Non me ne frega un fico secco dei cartoni e dei miei colleghi, anzi! ma l’azienda è a due passi dal luogo in cui abito, lo stipendio è garantito, l’orario lavorativo mi permette di avere molto tempo a disposizione ed il mio rapporto con i cosidetti “quadri dirigenti” non si è mai incrinato/inclinato durante questi dodici anni: penso di essere considerato un operaio serio e affidabile, un tipo senza tanti grilli per la testa: che non ha mai preteso un aumento e non ha mai creato problemi né durante né riguardo i turni che è tenuto a svolgere.
Tutto il tempo libero che mi trovo ad avere, lo spendo, da sempre, per la grande passione della mia vita: gli uccelli. Non fraintendetemi, vi prego! parlo degli uccelli in senso letterale, parlo dei volatili, ecco, per intenderci! Da quando ero bambino, e mio padre mi regalò la mia prima gabbietta con una coppia di cocorite, non ho più smesso di allargare quella gabbietta, non ho più smesso di allevare ogni tipo di uccelli.
Da dieci anni abito in un appartamento situato sopra un vecchio supermercato: a quel tempo desideravo, con i risparmi che avevo messo da parte (sono considerato, fra le altre cose, anche una persona tirchia dai miei colleghi, io propendo di più verso una scelta molto oculata riguardo l’uso o il non uso del mio denaro) acquistarmi un buco tutto mio, rendermi indipendente dai miei, e conscio del fatto che me la sarei cavata bene anche e, soprattutto, da solo, mi detti da fare per cercarlo quel buco. Capitò che si rese libero questo appartamento che, per il luogo in cui si trova (nel bel mezzo di una neonata zona industriale, fra l’altro!) non faceva gola quasi a nessuno, ed era, logicamente, più ancora che a buon mercato. Io cercavo solo uno spazio fra quattro mura, (relativamente vicino all’azienda in cui avevo incominciato a lavorare dopo otto anni passati in un mobilificio) dove sbrigare le mie faccende e uno spazio aperto per le mie due voliere: il caso volle, che dietro l’appartamento, in quello che era il coperto del supermercato, ci fosse una specie di ampia terrazza pavimentata a lastroni di granito e che né al proprietario, mi assicurò, ne ai vicini avrebbero dato fastidio i miei gabbioni percorsi da voli colorati, così come è stato, poi, fra l’altro! e così firmai subito il contratto d’acquisto, e non occorse neanche che stipulassi un mutuo bancario, come paventavo quando presi la decisione di appartarmi, dato che i miei risparmi furono sufficienti a coprire anche la spesa per le pratiche Così, da dieci anni, dicevo, vivo questa mia solitudine cercata, che non mi pesa più di tanto, che è cadenzata dai riti del lavoro e delle faccende domestiche e, che si crea in quelli del miglio e della pulizia dei vassoi che raccolgono il guano dei miei uccelli; che si concretizza, soprattutto, nella contemplazione della loro grazia, e bellezza, in quei brevi voli e in quei cinguettii d’amicizia. Certo, anch’io ho desiderato trovarmi una compagna cui accoppiarmi, una moglie, una probabile madre di quei due figli immaginati che spesso invidio quando li vedo a spasso, per mano o nei passeggini, dei miei coetanei; ma la mia timidezza, forse una specie di indegnità che mi sono, in un certo senso, sentito affibbiare da sempre, hanno contribuito a sentirmi inadatto all’arte del corteggiamento; in verità, le rare volte che ci provai, quel rifiuto screziato da un disgusto sottile eppure così tagliente mi condusse verso il gesto del desistere, verso un territorio meno crudele in cui poter far “vivere” quella tenerezza, quell’amore che sentivo spingere contro i cancelli della mia anima, un territorio popolato di creature che non ti accettano o ti respingono solo in virtù o in mancanza di attributi estetici, di avvenenza o mediocrità, ma che si attaccano a te, specularmente, a seconda di ciò che tu doni a loro, ricambiando quella tua dolcezza con dei gesti d’affetto che ho imparato a decifrare man mano che li esplicitavano sotto i miei occhi, fra le mie mani a coppa, fra le mie dita o, semplicemente, nella mia vicinanza. In un dialogo che, in virtù di linguaggi diversi, diventava addirittura più puro, e, mi si consenta l’azzardo, ancora più sacro. Ho iniziato ad occuparmi di animali sin da piccolo: ho allevato e accudito decine di gatti e di cagnolini, tartarughe, criceti, porcospini, persino un ramarro quand’ero ormai adolescente. Ho avuto la fortuna di vivere la mia infanzia, i miei anni migliori, in una casa di campagna, lontana dal traffico e dalle fabbriche, un piccolo eden dove l’arrampicarsi sui rami di un pioppo in cerca di nidi, l’osservare il lavorìo delle formiche e delle api, la scoperta di una tana di donnola, o il guizzo di una lepre fra l’erba alta erano una consuetudine che non perdeva mai quell’aura selvaggia di magia e di incanto. Col tempo il mio amore per gli animali si è fissato esclusivamente sui volatili: sentivo qualcosa come un’inspiegabile affinità con quella proprietà di spazi immensi e inviolati, con quella grazia così semplice eppure perfetta, con il mistero soffice e delicato di quelle penne e di quelle piume, con quegli occhietti scuri pieni di bontà. Ci tengo a sottolineare che io i miei uccellini non li costringo per tutta la vita dentro le mie (mai sufficentemente spaziose) voliere, li tengo con me per un po’ di tempo, li studio, ne individuo le peculiarità o le manìe, poi, la sera dell’equinozio di primavera e la sera di quello d’autunno, con una cerimonia che mi rattrista e mi riempie d’orgoglio ogni volta, quando il sole inizia a calare li libero tutti, li guardo disperdersi, riappropriarsi o avventurarsi per la prima volta nel grande spazio destinato a loro e poi mi bevo una tazzina di grappa. Il pomeriggio successivo pulisco meticolosamente le voliere e da quel giorno riprendo a scrutare fra le fronde, fra i rami spogli in cerca di nidi, di pulcini da allevare, da far crescere fra le mie attenzioni e la mia esperienza. Non ne compro mai, non per la mia conclamata tirchieria, ma perché sento che quelle creature devo scoprirle io, corteggiarle già dall’uovo, attendere il momento cruciale della schiusa, quando, implumi e poi spelacchiati innalzano i loro beccucci verso il pasto che la madre gli porge da sopra, capire il momento migliore per rapirne uno o due, senza sentirsi una carogna, una belva che porta via i cuccioli alla madre. Lasciandone sempre, nel nido, qualcuno in più di quelli che si sottraggono; questa è la regola che consente al mio spirito di non sentirsi un predatore.
Per ciò che concerne la mia sessualità devo confessarvi che, in verità, io credo ormai di essere riuscito a soffocarla dentro di me. Anni fa mi davano fastidio, mi irritavano quelle improvvise erezioni, quelle polluzioni notturne; a volte, tanto insistente era quell’indurimento fra le mutande, che ho dovuto sbrigarmela da me, con un “maneggìo” frenetico e rabbioso, in un certo senso, privo di piacere; poi, pian piano ho incominciato ad imparare ad esercitare un vero e proprio controllo di quelle pulsioni, a distrarre la mente orientandola verso qualcosa di così neutro che la rapidità con cui scomparivano mi procurava una di quelle gioie che non vi dico! Attualmente è così raro che saltino fuori, all’improvviso, che rientrano in quell’ordine statistico atto a confermare quella che sento, essere ormai una regola raggiunta pur passando attraverso dolorose e tenaci resistenze. Quando guardo le ragazze, le donne, le guardo anch’io, non crediate! le ammiro come apparizioni d’un’armonia misteriosa: quelle linee a modellarsi così in simbiosi con quelle della natura, delle colline, degli ondulamenti nei prati, della stessa conformazione del globo terrestre, oserei dire; quelle curve “progettate” per la procreazione! le guardo, soprattutto, come una possibilità meravigliosa che forse non mi sarà mai concesso di esplorare; senza nostalgie da quattro soldi e senza quell’eccitazione che noto negli altri al passaggio di una donna cosidetta “sensuale”, però. Un po’ come i miei colleghi quando vedono sfilare davanti i loro occhi un’auto di lusso, o sportiva che sanno non potranno mai permettersi: un’adulazione fine a sè stessa senza strascichi di sorta.
Sono considerato, qui, dai miei vicini, (lo intuisco dalla gentilezza dei loro saluti) dai miei genitori, dai miei fratelli, e, lo ripeto, dai rari conoscenti che ogni tanto mi vengono a trovare, che ogni tanto vado a trovare, una persona mite e “a posto”; un po’ stramba, forse, incline a reclinarsi nel suo guscio fatto di poche, innocenti, manìe: come quella degli uccelli, per dire! come quella di passare i giorni di festa lungo i greti dei fiumi in cerca di fossili, ammoniti, sassi particolari o reperti anomali rinvenuti casualmente che poi colleziono in teche e vasi di cristallo; oppure di passare ore dentro ad un centro commerciale a curiosare qua e là, fra gli scaffali espositivi e le vetrine senza poi acquistare quasi nulla. Non lo nego, a volte quell’ampiezza di tempo libero che ci tengo a conservare, si spalanca all’improvviso alitandomi addosso un torpore, una noia che fatico ad arginare. Ma sono sempre stato abile nel parlare con me stesso, ad aquietare i momenti d’insoddisfazione o di paura, ad accontentarmi di un’esistenza che agli occhi di altri, credo, sembra in gran parte sprecata, assaggiata solo nella sua buccia o forse al primo strato di polpa, lontana dal succo dolce e inebriante; sono stato soprattutto abile ad avanzare nel crinale d’un equilibrio in cui mai ho vacillato, in cui mai ho tentennato. Ma da un bel po’ di tempo, dicevo, questo equilibrio è franato. Ho iniziato a sbilanciarmi, impercettibilmente, nei primi periodi, così poco che quasi non c’era neanche da farci caso: una puntina d’insoddisfazione che pungeva, nelle cose che usualmente mi piacevano; poi vere e proprie inclinazioni, vertigini, paure d’un abisso mai neppure considerato: tensioni fisiche e mentali, l’insoddisfazione a virare verso una vera e propria disperazione accompagnata da un vuoto di desideri. Neanche le visite giornaliere ai miei amati uccelli riuscivano più a darmi quel senso di pace che un’entità crudele mi aveva sottratto in così poco tempo; quella pace dei sensi che era, sin dalle origini, la risorsa, il tratto connotativo di cui più andavo orgoglioso; dove tutti si affannavano io andavo con la mia calma, felice di ciò che per loro era poco, ma che a me bastava alla grande. Come dissi, tenni duro per circa otto mesi, tentai in tutti i modi di arginare i disagi che quel demone che mi era scoppiato dentro causava nella mia personalità, poi mi rivolsi ad uno psicologo che mi ordinò delle goccette che attenuarono un po’ almeno le tensioni fisiche; ma quel senso di vuoto continuava ad espandersi, offuscando la mia volontà e rapinandomi manciate di energie. All’ultima visita dal psicologo il suo consiglio di provare a prendermi un periodo di riposo. “Cerchi di distrarsi un po’ “mi ha detto” provi a rilassarsi, magari con un bel libro, e poi vada a divertirsi, in discoteca, provi a trovarsi una ragazza, una compagnia, almeno”. Una sera sono andato in una discoteca della zona, ma mi sentivo a disagio fra la musica assordante e i miei abiti, me ne accorsi da subito, così poco consoni, così poco ricercati in quel luogo dove ognuno cercava di sfoggiare le più ardite trasfigurazioni di sè stesso. Ho provato ad avvicinarmi ad una ragazza tutta luccicante di brillantini lungo la pelle che usciva da un vestitino ridotto all’osso; le chiesi se potevo farle compagnia, ma il disprezzo acido con cui, fuggevolmente, mi guardò, bastò a farmi prendere la via dell’uscita con il cartoncino della consumazione obbligatoria ancora intonso. Il giorno dopo entrai nella libreria di un centro commerciale e comperai un libro grosso ma dal titolo che mi sembrò accattivante: “VOLARIO, simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti e creature fantastiche” di un certo Alfredo Cattabiani; ma non sono mai stato un gran lettore, e quell’autore scriveva in un modo talmente ostico, per me, con una selva di rimandi e citazioni che faticavo ad arrampicarmi fra quelle storie, così accantonai il libro dopo poche pagine rilette sette-otto volte capendoci poco o niente, fra l’altro.
Intanto il disagio cresceva sempre più; intanto, ogni volta che mi affacciavo alla finestra per vedere che tempo faceva, fuori, notavo sempre quel tipo che sembrava la mia stessa immagine riflessa in uno specchio posto di lato. Un’immagine, l’ho detto, che si rapprendeva di connotati sempre più ossessivi. Egli abitava in fondo alla strada che passa davanti al supermercato, sotto le mie finestre, dove la stessa è troncata, ad angolo retto, non più di cento metri da qui, dalla provinciale. Oltre l’ampiezza della strada si erge uno di quei tozzi palazzoni popolari degli anni sessanta, al secondo piano, sulla sinistra, si aprono le imposte ove quel tipo si affacciava. Non capivo cosa ci trovasse di così attraente a guardare quel traffico che passava sotto i suoi occhi, le auto che si fermavano allo stop, di fronte a lui, per poi immettersi in quel flusso; non capivo come non riuscisse a rendersi conto di quanto gas di scarico si trovava a dover respirare mentre stava lì a soddisfare una curiosità che consideravo assurda, o una noia che, peraltro vissuta con così gravi disagi anche da me, avrebbe potuto tentare di ammazzare con qualcosa di più costruttivo, pensavo, o forse è anche esso una persona ammalata, congetturavo. Ma, intanto, il trovarmelo ogni volta lì, fisso nella sua obliquità al mio sguardo, mi dava quasi l’impressione di uno che si mettesse in quella posizione per spiare i miei movimenti, registrare quante volte mi affacciavo alla finestra nel corso della giornata, quante volte uscivo, durante gli orari che mi erano permessi dall’I.N.P.S., quanta posta scendevo a ritirare, nella tarda mattinata, quanto pane. Un giorno che ero fermo allo stop davanti a lui, (notai che indossava un maglione a scacchi sul marrone con scollo a vu sopra una maglietta bianca) mi sembrò persino che tentasse di sbirciare dentro l’abitacolo della mia auto, da lì sopra, come un’investigatore che cerchi un qualche indizio per una sua tesi bislacca. Che fosse davvero messo lì per indagare sulla mia vita? Che fosse un’ispettore dell’I.N.P.S. inviato, in quei panni e in quel luogo apparentemente fuorvianti per constatare che io fossi davvero una persona malata e non un mistificatore che sfrutta le già precarie risorse economiche dell’ente? Suffragava queste mie, sempre più convinte, ipotesi il fatto che in dieci anni che abitavo lì, a cento metri, mai mi ero accorto della sua presenza, ed ora questo qui spunta dal detto al fatto come un fungo, a quel balcone, e finge di passare le sue giornate ad osservare, con un certo interesse, il via vai di auto e scooter. Suffragavano questa ipotesi anche le continue e insistenti telefonate che mi giungevano dallo scatolificio, dapprima quasi gentili nel fingere di interessarsi davvero alla mia salute, poi via via più insidiose e petulanti, con richieste sempre più burbere e persino arrabbiate ad intimarmi che dovevo riprendere il mio lavoro, che loro avevano bisogno di me, lì e che la finissi con quei mali immaginari. Mi chiedevo, inoltre, ma non ha proprio un cavolo da fare, quel tipo lì, non ce l’à un lavoro? così, ad occhio e croce, in quella rapida occhiata ravvicinata che gli detti quel giorno lì, dallo stop, non doveva avere più di quaranta-quarantacinque anni, impossibile che fosse già in pensione, quindi. Ogni volta che andavo alla finestra per osservare il cielo, mi prendeva un’agitazione ancora più forte di quella che già mi trovavo a dover fronteggiare; speravo sempre che non ci fosse, e invece, imperturbabile, in quella sua finta tranquillità lui era sempre lì, coi gomiti appoggiati al davanzale. Ormai era diventato proprio un pensiero fisso, un timore che non lasciava spazio a nient’altro, nella mia mente, (avevo incominciato a trascurare persino i miei uccelli, frattanto) decisi di tenere le tende tirate, e quando guardavo, lo facevo scostando appena appena un lembo di quelle, volgevo solo l’occhio di sguincio, a sinistra, per dover constatare, ogni volta, quella presenza che mi dava sui nervi.

Scrivo queste cose non per discolparmi di ciò che ho fatto, sapete, mi rendo conto che ho agito molto male verso una persona che forse non aveva alcuna colpa, come continuano a ripetermi, a tentare d’inculcarmi, le scrivo piuttosto per rendervi partecipi del mio dolore, per confutare quella frase che i giornali hanno riportato e che non condivido per niente: “un uomo apparentemente normale anche se, da molti, definito strano, solo, incapace di relazionarsi con la realtà...”, non mi sono mai sentito un emarginato, fra l’altro, ora che mi sento meglio, riconsiderando i fatti, penso solo che ho ingigantito a dismisura certe ossessioni in un momento difficile della mia vita, che è una cosa che può capitare a chiunque, anche a chi vive, come si suol dire, ben integrato nei meccanismi sociali e produttivi. Sono felice che quell’uomo stia bene, ora, e che abbia accettato di incontrarmi e di perdonarmi, anche se il mio sospetto, rimane tuttora impresso, pur aprendosi, a sprazzi, e tingersi della considerazione che sì, era solo una fissazione, forse. Ma prima di terminare il mio racconto desidero dirvi che mi trovo bene qui dove sto da tre mesi, anche se mi mancano tanto i miei uccelli, le mie voliere; non c’è lo spazio per installarle, mi hanno detto. Mi sembra una crudeltà perché nel giardinetto dove ogni giorno ci lasciano a passeggiare il posto ci sarebbe, eccome se ci sarebbe. Va bene, dai, finisco il mio racconto...

Incominciò a farsi strada, in me, l’idea di passare ad una sorta di contrattacco: se lui indagava su di me, io dovevo cercare di indagare su di lui. Così, un giorno, invece di recarmi a svuotare le carte, il vetro e la plastica nelle campane che sono poste una settantina di metri verso destra della strada che passa qui davanti, all’inizio della zona industriale, per intenderci, sono andato verso quelle situate oltre la provinciale, in uno spiazzo fra i platani, verso il cavalcavia. Per recarmi in quella direzione dovevo per forza passare a pochi metri da quell’indagatore, e così, con una borsetta colma per mano, mi sono trovato proprio sotto a lui che, con apparente noncuranza, mi ha dato persino il buongiorno. Dovevo essere astuto se non volevo fallire nel mio piano, dovevo usare tatto e gentilezza. Gli risposi a modo, poi, prendendo uno di quei giri larghi, con le parole, sono arrivato al nocciolo della questione: “da quanto abita qui, e come mai la vedo sempre lì, affacciato, è ammalato è, per caso,
pensionato?” da subito mi accorsi che aveva un’accento strano, nel parlare, ma non ci feci molto caso, o forse, inconsciamente, credetti da subito che l’avessero fatto apposta a mettere lì uno straniero, per fuorviare; chi potrebbe mai sospettare che un albanese possa essere una spia al soldo di un ente nazionale o di un’azienda situata solamente a qualche centinaio di metri da lì? Mi rispose, gentilmente, ma con una nenia lamentosa nella voce che mi irritò di brutto, che era arrivato in Italia nove mesi orsono, ma che solo da un mese gli avevano concesso quell’appartamento, ma era disoccupato, aveva lavorato sino a quindici giorni addietro in un’azienda della zona ma l’avevano trattato male e allora si era licenziato. Ora era in attesa di una nuova, migliore sperava, occupazione. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Cosa credeva? Che potessi credere a balle del genere? Uno che cerca un lavoro, in una zona dove di lavoro ce n’è a bizzeffe non lo fa stando tutto il giorno appoggiato a quel cazzo di davanzale, sbottai, gli dissi, urlando, che se non la smetteva di spiarmi chiamavo i carabinieri e dopo vedeva che lavoro gli avrebbero trovato, loro. Continuai ad apostrofarlo chiamandolo stronzo e vigliacco finché, non dopo aver tentato un’inutile e debole difesa, si chiuse dietro quelle sue finestre senza tende. Mi sentivo sollevato, mi ero sfogato, ora dovevano aver capito con chi avevano a che fare e che non era facile farmi cascare in trappole così mal preparate. Almeno che fosse più discreto, cribbio, neanche una spia da due soldi nei filmetti americani stava tutto il giorno, in bella vista, a scrutare verso la casa dell’indagato!
Ma neanche un’ora dopo, quando scostai la tenda per vedere se l’aveva capita, quello era di nuovo lì, aveva la sfrontataggine di ripresentarsi, come se nulla fosse successo, ancora in quel suo cazzo di osservatorio. Era scoppiato un temporale, frattanto. Pioveva a dirotto. Mi montò una di quelle collere, eh, vorrei aver visto voi al mio posto! Quasi senza rendermene conto uscii giù con sottobraccio il vaso di cristallo coi sassi curiosi trovati lungo il Piave, appena mi vide dirigersi verso di lui egli incominciò ad imprecarmi contro, anche se non capivo un’acca di ciò che diceva, ero furioso, non sò come fu che gli lanciai addosso il primo sasso, poi gliene lanciai ancora, e ancora anche se lui aveva cercato di chiudere le finestre. I vetri cadevano, a schegge. Sentivo come se stessi per sciogliermi, come se mi si sciogliesse la tensione accumulata durante tutto quel tempo sbrindellato. Mi era sembrato di vederlo cadere all’indietro mentre tentava di chiuderle. Quando avevo solo il vaso vuoto in mano tornai a casa, zuppo e come molliccio, stanco, floscio, liberai tutti i miei uccelli e mi bevvi il rituale bicchiere di grappa mentre udivo quelle sirene sempre più assordanti. Mi affacciai e, felice, constatai, fra quei bagliori azzurri intermittenti che non era appostato al davanzale. Poi, appena mi sedetti sul divano, il campanello che suonava...