Gabriele Dadati
PORTACENERE


Raimondo è di là con Carlo. L’ha portato nel tardo pomeriggio il treno, Carlo è andato a prenderlo e io ho preparato la cena.
“Cos’altro volete bere?”, dico sporgendomi dagli stipiti della porta della cucina.
Raimondo sorride, ciondolando la testa in su e in giù, ma pochissimo. Mio marito non fa molto di più. Poi alza una mano, con una mossa del polso scaccia come qualcosa nell’aria. Non c’è niente, nell’aria del salotto. “Lucia, vieni qui con noi”, dice.
Torno in cucina e apro il frigorifero per prendere la bottiglia d’acqua. Vado di là in salotto con quella, tra poco avranno sete.
Appoggio la bottiglia trasparente sul tavolino sedendomi nel divano vicino a Carlo. Raimondo fuma la sigarettina tenendola tra l’anulare e il medio della mano raccolta a pugno, tirando dall’incavo incorniciato dal giogo di indice e pollice. Così gli entra in bocca molto più aria insieme al fumo.
Mentre cenavamo e scendeva la sera Raimondo ci ha raccontato come va adesso. Si è sposato con una donna che ha otto anni più di lui, e più di noi anche: dice di essere abbastanza felice. Sia Carlo che io siamo contenti che si sia sposato, stava diventando davvero un po’ tardi, e non importa davvero la differenza di età. Raimondo ha detto che lei è sia molto dolce che molto determinata, fa l’architetto. Ha detto di averla conosciuta a casa di certi suoi begl’amici romani, un certo bell’ambiente. Sia Carlo che io siamo del parere, ce lo siamo detti quando Raimondo è andato in bagno, che non fossero amici suoi, quelli. Piuttosto gente per cui lavorava: come cameriere, come buttafuori, come musicista; ma di sicuro lavorava. Sono dieci anni che Raimondo è partito per andare a provarci a Roma, ma non si può credere che abbia mai ingranato. Voleva fare delle audizioni per qualsiasi cosa, gli sarebbe andata bene qualsiasi entratura, un pertugio: agganciare quel mondo per poi salire i gradini uno dopo l’altro. C’è da credere che sia però rimasto sempre uno che prova e non uno che riesce, c’è da credere che Roma lo abbia messo alla porta da subito e lui non lo abbia capito, forse accettato.
“Come si chiama?”, gli ha chiesto Carlo.
“Elisabetta.” Poi ha aggiunto sorridendo, “Tutti i suoi amici la chiamano Betta, ma per me Betta non è per niente sensuale. Non mi sarebbe mai venuto in mente di sposarmi con una donna che si chiamava Betta. Tu l’avresti fatto Carlo?” Mio marito ha scosso la testa contando le briciole di pane sulla tovaglia.
“E allora?”, l’ho incalzato io.
“Cambio! Ho pensato di riassumere, e invece di Betta la chiamo solo Bì.”
“Bì…”
“Sì, una lettera dell’alfabeto, b. Va benissimo: anche se a lei e ai suoi amici non piace per niente”, ha detto Raimondo battendo il palmo della destra sul tavolo. Tutte le briciole sono sobbalzate, e poi di nuovo si sono paralizzate sulla tovaglia.
“Cristo, Raimondo!”, ha detto Carlo mettendosi finalmente a ridere. Tutti e tre, ridevamo.
“Continuano, a chiamarla così, loro. Betta, la chiamano. Molto sensuale. E soprattutto, molto adeguato a una professionista che ha compiuto quarantuno anni in primavera. Betta. Ma, dico, si sentono? Be’, in effetti c’è da dire che ce n’è uno che si fa chiamare Tony. Insomma, sono gente un po’ così. Sono un po’ bambini, in effetti. Simpatici, se Dio vuole, ma decisamente un po’ bambini.”
“Bambini. Mi avevi accennato per lettera…”, ha detto Carlo.
“Non ce l’abbiamo più il bambino.” Raimondo s’è acceso una marlboro del pacchetto ormai esausto, e infatti l’ha appallottolato. S’è seduto in maniera leggermente diversa, rigidamente, con le gambe tese sotto il tavolo. “L’abbiamo perso il bambino.”
“Non siete gli unici che non possono avere un figlio”, ha mormorato Carlo. Ma non era una giustificazione. Un dolore.
“Mi dispiace”, ho detto per scusare e Carlo e me. Mio marito adesso teneva gli occhi di nuovo giù, guardava le briciole. Cercava così, a casaccio, qualche segno tra le briciole, un’epifania: ma irrintracciabile, e in fatti non trovava niente.
“Ragazzi non è niente. Solo che il corpo di Elisabetta è andato un po’ avanti col tempo, e adesso sembra che sia solo più difficile di prima averne di bambini. Ha quarantuno anni, ve l’ho detto. È tardi per il primo figlio, quarantuno anni”, ha respirato un po’ dalla marlboro. “Sapete quali sono le cose peggiori?”, ha respirato di nuovo. “La prima cosa peggiore è che incontri sempre qualcuno che conosci che sapeva della gravidanza di Elisabetta ma non ancora che ha perso il bambino. Sempre devi spiegare cosa è successo, e Elisabetta poi a casa piange.”
Ho visto Carlo rimpicciolire sulla seggiola.
“No ragazzi, non dico per voi”, ha tentato di rimediare Raimondo. “Voi state qui a ottocento chilometri, come facevate a saperlo? Io mi arrabbio con quelli, i cosiddetti amici romani, e mi chiedo dopo tre mesi che è successo: davvero non lo sanno, o fanno finta?, è possibile che non parlino tra di loro e non si avvertano su una cosa così importante? Spesso non sono buoni, gli altri. Anzi, gli altri sono il nostro inferno, penso tutte le volte in cui devo veder piangere Elisabetta, la sera, a casa.”
Anche Raimondo ci sta portando in tavola un po’ d’inferno adesso, ho pensato. E poi subito me ne sono dovuta vergognare.
“E sapete qual è la seconda cosa peggiore, più peggiore anche della prima?”, ha fatto Raimondo quasi con euforia. “La cosa peggiorissima”, ha alzato i palmi vuoti delle mani, ce li ha rivolti, ha allargato le braccia, ha stretto le spalle, “la cosa in assoluto peggiore è che io, davvero, non capisco. È successo tutto nel corpo di Elisabetta: prima sentire la felicità della vita che nasce, poi perderla e stare male. Le notti e i giorni a stare male. Ma io non l’ho neanche vista ingrossarsi. È stata gravida due mesi e mezzo, non sono bastati. E cioè: non ho fatto in tempo a sentirmi uno che diventava padre e poi a esserne privato. Mentre per Elisabetta è stato diverso: lei era davvero già madre, lo sentiva. In quei giorni io stavo lì imbambolato, non c’era niente da fare, la aiutavo ma come se fosse una cosa che non mi riguardava minimamente. E ancora adesso, davvero, non capisco.”
Non siamo più riusciti a essere felici a cena. Abbiamo parlato di molte altre cose, di tutte le cose di cui abbiamo parlato l’abbiamo fatto con estrema serenità, ma lo stesso si avvertiva disagio. Verso la fine della cena siamo addirittura diventati cordiali l’uno verso l’altro, anche Carlo ed io l’uno verso l’altra, ed era la cosa peggiore che potesse succederci. La cordialità cancella completamente la nostra identità di esseri umani, e non c’è assolutamente atteggiamento peggiore che si possa tenere. Neppure l’essere formali, e neppure l’essere stronzi è peggio. L’ho capito io come l’hanno capito Raimondo e Carlo. Allora ho messo sul fuoco la moka, abbiamo bevuto il caffè e li ho mandati in salotto con una bottiglia di Montenegro per rigovernare in pace.
Per cui adesso “Cos’altro volete bere?”, dico sporgendomi dagli stipiti della porta della cucina.
Raimondo sorride, ciondolando la testa in su e in giù, ma pochissimo. Mio marito non fa molto di più. Poi alza una mano, con una mossa del polso scaccia come qualcosa nell’aria. Non c’è niente, nell’aria del salotto. “Lucia, vieni qui con noi”, dice.
Torno in cucina e apro il frigorifero per prendere la bottiglia d’acqua. Vado di là in salotto con quella perché tra poco avranno sete.
Appoggio la bottiglia trasparente sul tavolino sedendomi nel divano vicino a Carlo. Raimondo fuma la sigarettina tenendola tra l’anulare e il medio della mano raccolta a pugno, tirando dall’incavo incorniciato dal giogo di indice e pollice. Gli entra in bocca molto più aria insieme al fumo in questo modo.
In genere non sono contenta di sapere che mio marito fuma hashish, ma adesso li vedo piuttosto distesi e allora va bene.
Carlo si alza e prende il portacenere che c’è sul legno del caminetto. Si ferma un attimo a considerarlo, poi torna subito a sedersi porgendo il portacenere a Raimondo che gli fa un sorriso e se lo appoggia sulla pancia. Si leva la mano dalle labbra così belle, leva la sigarettina dal giogo tra anulare e medio, appoggia la punta sul vetro del portacenere e la fa ruotare pulendo la brace dai residui grigi: passa con un gesto e una mano soli sigarettina e portacenere a Carlo.
Mi alzo anch’io e vado ad accendere lo stereo. Anch’io penso al caminetto, e poi decido di no.
“Lo conosci?”, dice Carlo a Raimondo levandosi davanti al naso il portacenere.
Raimondo fessura gli occhi, e così belli, scaccia i residui grigi che gli appannano la vista. Poi decide di no con un piccolo movimento della fronte su cui si chiudono le frange da cui invece non sembra più possibile scrollare alcune ceneri.
“È di Guglielmo –, era di Guglielmo”, spiega Carlo. Poi solleva il busto dalla stoffa del divano, e aggiunge, “come quello”, e indica. “Come quello”, indica nuovamente. “Come quello”, indica. “E come quello là”, indica ancora facendo una torsione. Il dito ha additato altrettanti portacenere tutti uguali: uno sulla cassapanca, uno accanto al televisore, uno per il mobiletto del telefono, l’ultimo che si intravede attraverso la porta aperta della cucina. E anch’io, allora, accendo una sigaretta dal mio pacchetto.
“Sono tutti uguali”, considera Raimondo, sommessamente. Le ossa di un morto.
“Erano tutti di Guglielmo – gli piacevano le simmetrie, e l’abbondanza. Anzi, l’eccesso.”
“Cristo, sì”, ricorda Raimondo. “Perché ce li hai qui?”
“Non lo so davvero.”
“Te li ha lasciati lui?”
“No. Non faceva molto conto delle cose. Me li sono presi in casa sua, dopo.”
“Cinque portacenere?”
“Eravamo insieme quando Guglielmo li ha presi, forse per quello volevo averli. Me lo ricordano moltissimo. Ce lo vedo dentro.”
Raimondo si mette a ridere. Sbatte le mani ossute le une contro le altre, fragorosamente. Poi strofina i palmi. “Oh, Cristo. Carlo!, e tu gli hai lasciato comperare cinque portacenere tutti uguali? Eri con lui e vi siete comperati cinque portacenere tutti uguali?, con Guglielmo che non fumava neanche?” Continua a ridacchiare e si riprende dalle mani di Carlo sigarettina e portacenere, uno solo, l’archetipo ai discorsi. Faccio in tempo a pulirci anch’io la sigaretta prima che si allontani troppo da me.
“Non glieli ho mica lasciati comperare. Glieli hanno regalati invece.”
“Regalati?”
“Mm, veramente: in prima istanza li ha rubati, poi glieli hanno regalati.”
“Oddio…questo tipo di cosa fa di Guglielmo Guglielmo”, continua a sorridere, Raimondo. Poi gli si getta veleno in bocca, il sorriso sui bei labbri è meno bello. “Faceva”, dice ancora.
“Ti va di sentire com’è andata?”
Raimondo rilascia il corpo che anzi affonda nell’imbottitura. Tra l’amareggiato e il soddisfatto tira capricciosamente gli ultimi due respiri dalla sigarettina, quelli che bruciano in gola. Facendo di sì con la testa getta anche un’occhiata al vetro del portacenere e cerca di leggere la scritta sul fondo che invece è ormai illeggibile, coperta dalla cenere e dal tempo, così che con enorme dispetto può solo spegnerci dentro il mozzicone della sigarettina.
Mentre Carlo inizia a parlare faccio un segno a Raimondo che così mi passa il portacenere.
“Era l’estate del novantaquattro, te la ricordi: tu eri andato via a maggio e su tutte le cartoline che ci mandavi accanto alla tua firma ne apponevi un’altra palesemente falsa: Gigi Proietti, Gabriele Salvatores, addirittura Federico Fellini, una volta Mike Bongiorno. Scrivevi: saluti da ‘sta Hollivud de mezza Italia cercando invano di fare pratica di romanesco, oppure seriamente in italiano: saluti dalla vita, vera. Ci credevi, eh?”
Raimondo incassa, sorride sornione. Tralascia il fiato tra i denti, “Eeh…”
“Guglielmo ed io siamo andati in montagna, quell’estate. Con me c’era Lucia e con lui Violante: tu non hai fatto in tempo a conoscerla, e neanche noi troppo bene: quando come molte di quelle che sono venute prima ha capito che aria tirava attorno a Guglielmo ha prima cercato di farlo cambiare, e poi se n’è andata stridendo e in lacrime come se le promesse non mantenute l’avessero prostrata del tutto. Ma insomma: in quel momento c’era ancora, e tutti e quattro eravamo in un campeggio di mezza montagna vicino a Bolzano. Un paradiso, veramente: Lucia ed io non litigavamo, abbiamo imparato dopo; Guglielmo e Violante lo stesso, perché come sempre nelle coppie di cui Guglielmo aveva in mano il cinquanta per cento il litigio era uno solo, finale, definitivo. L’estate del novantaquattro è stata in generale un paradiso: bei cieli sereni, i mondiali che procedevano dapprima pencolando e poi sempre più spediti, tutto insomma. Tanto che il giorno prima della finale Guglielmo ha detto ad alta voce, tra il solenne e il divertito: donne, domani badate voi all’accampamento. Non passi lo straniero e nemmeno si fermi un attimo a prendere informazioni. Io e Carlo dovremo andare: domani sul verde campo di gioco l’orribile accozzaglia degli azzurri guidata da quell’insensato di Sacchi senza alcun motivo piegherà i brasiliani, squadra dal gioco sicuramente più divertente benché forse troppo sbilanciato in avanti. Carlo ed io saremo là: dobbiamo trovare un televisore! Violante, ricordo, si è messa ritta tra i tiranti della tenda ad accogliere l’ordine per come l’aveva impartito Guglielmo: tra il solenne e il divertito. Se non ricordo male Lucia ha scansato la faccenda con un’alzata di spalle, non la riguardava: era il carattere di Guglielmo, portare un po’ di epica nella vita, fare l’eroe o il buffone gran parte del tempo. Te lo ricordi?”
“Sì, me lo ricordo. E ricordo che all’inizio avevo pensato: qui c’è qualcosa che non va. È sempre stato Raimondo quello appassionato di calcio, non Guglielmo. E mi ero affrettata a concludere che forse Guglielmo non respirava già più in presenza di Violante e voleva la partita come pretesto per prendersi qualche ora d’aria in mezzo alla vacanza. Mi dispiaceva per lei: Violante tra molte non era male. Poi però ho capito come l’entusiasmo di Guglielmo fosse genuino, anche se non per il calcio: era entusiasmo per l’entusiasmo stesso. Ogni tanto, e man mano sempre più spesso, aveva bisogno di entusiasmarsi per qualcosa. Soprattutto verso la fine, quando poi ha iniziato a dimagrire e a diventare elettrico, è andato avanti giorno per giorno solo accendendosi per qualcosa che decideva lì per lì fosse di suo interesse. Gli brillavano gli occhi, e allora strappava ancora un po’ di vita. Se no non ce n’era, lo sapevamo bene tutti, anche se allora non si poteva ancora immaginare”, dico all’inizio divertendomi perché ricordo tutti i fatti, poi smarrendomi per quanto è duro il ricordo, e alla fine amareggiandomi per quanto era vero. “Cristo, scusate”, allora guardo con gli occhi il tappeto.
“Io la partita non l’ho neanche vista”, dice subito Raimondo. “Mi avevano chiamato in un casolare di campagna a svuotare la cantina di ciarpami vari e troppi ricordi, e finito il lavoro, al momento di andarmene, il motore del furgoncino della ditta F.lli Muccini che mi era stato affidato più che un brontolio in calare non è riuscito a fare. Gli ottuagenari proprietari di cantina e sovrapposto casolare avevano una radio grigia e basta. Ho sentito insieme a loro la partita, ma la maggior parte del tempo l’ho passato nel tentativo di districare i discorsi che per forza volevano rivolgermi, e però in una lingua che, giuro, anche dopo dieci anni mi riesce oscurissima. Per cui ho sentito tutta la radiocronaca alla meno peggio, ho approfittato della loro ospitalità e tirato notte che sapevo giusto della sconfitta ai rigori. Il giorno dopo c’è stato il modo di far ripartire il motore del furgoncino della ditta F.lli Muccini, ma invece è stato impossibile farsi pagare. Gli ottuagenari sostenevano che la loro ospitalità, vitto e alloggio, mi aveva già ampiamente ripagato. Gli occhi di lui brillavano nel vedere lo spazio libero in cantina pronto per essere riempito di botti di vino o di nuovo ciarpame fino al giorno del congedo, ma di pagarmi non era cosa. E allora amen, me ne sono andato: poi dovevo solo cercarmi un altro lavoro.”
“Non è stata una bella partita, non preoccuparti: più che altro strana”, dice Carlo e comincia a spiegare di come a Los Angeles fossero scesi in campo in pieno giorno per permettere che la diretta in Europa fosse dopo cena. Spiega, “i colori erano abbacinanti; è l’unica cosa della partita che non dimenticherò. Come se il sole perpendicolare sul campo andasse a scoprire che tutto era di nylon o di plastica: le maglie dei giocatori, i fili d’erba, le reti delle porte, gli spettatori”, dice che però doveva esser stato così anche per altre partite, solo che lui non le ha viste, e allora la cosa l’ha colpito, di notte, vedere una partita con quei colori irreali che scappavano ogni momento verso il bianco, l’abbacinante. “Che poi mi sono chiesto, ma dov’è di preciso Los Angeles?”
Raimondo si stringe nelle spalle, fa vedere i palmi delle mani aperti, inizia a rispondere “Los Angeles è”, ma Carlo guarda me, tutti e tre sorridiamo. “Non è importante”, decide Carlo. “Quello che era impressionante era vedere quei colori nel televisore del rifugio dove mi aveva portato Guglielmo. Ci eravamo arrivati in macchina, una mezzora, senza dover faticare neppure troppo, era un rifugio per modo di dire, piuttosto un localino per turisti e infatti era pieno. Guglielmo ed io ci siamo seduti all’estremità di un tavolo in parte già occupato, e lui da subito ha iniziato a ordinare per tutti e due. Ordinava la birra e la pagava, ogni giro, e a me restava solo da protestare: il prossimo però lo pago io. Guglielmo diceva sì, sì con la testa e con il sorriso, ma con le mani mosse in su e in giù in realtà mi faceva segno di starmene al mio posto, non scalmanare. Gli brillavano gli occhi e continuava a fregarsi le mani sulle cosce per scaldarle e perché era soddisfatto di tutto: che fosse un uscita per noi due uomini, che ci fosse di mezzo la finale. Poi la finale è stata una partita non bella, strana. C’era la sensazione della storia che si ferma a farsi scrivere negli almanacchi, voglio dire: se avessimo vinto.” Carlo fa una pausa: rughe della fronte, zigomi, qualche grinza che dal naso chiama la bocca. Poi sottilissime le rughe proprio della bocca: un’archeologia di sorrisi. “Alla fine della partita quasi tutti i clienti del locale si solo alzati, delusissimi, per andarsene. Ricordo solo un tedesco, grosso come un orso, seduto a un tavolo indifferente. E mentre guardavo l’orso, dentro di me progettavo e legittimavo una caccia all’orso, Guglielmo è sparito tra la gente. È tornato dopo un paio di minuti, mi ha aperto la tracolla davanti e mi ha detto: guarda. Aveva raccolto cinque portacenere dai tavoli approfittando della confusione nel locale. Ha aggiunto una parola: risarcimento. Per cosa risarcimento, gli avrei fatto rilevare: cosa c’entrava il proprietario del locale se avevamo perso la partita?, e poi avevamo perso, no, non era esatto: quei broccoloni là avevano perso, cosa ce ne importava. Ma con Guglielmo, naturalmente, era escluso che si potessero fare discorsi del genere. Per cui mi sono stretto nelle spalle, non portava un gran danno, in fondo, con tutte le birre che aveva pagato.
“Abbiamo fatto per uscire, spintonati tra la gente, già l’aria che entrava dalla porta continuamente aperta e riaperta si faceva sentire quando dopo uno strattone la tracolla di Guglielmo si è ribaltata e tutto il contenuto si è versato sul pavimento: il portafogli, una cuffia, i portacenere. Che si sono rotti e sparpagliati tra i piedi della gente che era lì, rotolando, andando a caccia degli angoli. Improvvisamente si è fatto il vuoto, tutte le parole e i rumori non c’erano più. Le pareti di legno erano ferme, la gente era ferma, le corna di cervo appese sembravano minacciarci, il proprietario del locale di guardava da dietro il bancone. È stato brutto.”
Raimondo stacca la schiena dalla poltrona, io la storia la conosco già: da quel giorno. Raimondo si sporge verso Carlo, alza la mano e dice, “Brutto.”
“Bruttissimo, ci siamo sentiti gelare. Si capiva che a quel punto la prima mossa toccava al proprietario del locale che doveva dirci qualcosa. Però anche lui esitava: passavano i secondi e giocavano a suo favore, al nostro massacro. Negli sguardi che in silenzio convergevano su di noi stava la prima parte della punizione in attesa dell’altra. Poi il proprietario si è mosso e ha chiesto a Guglielmo, quanti erano?, cinque? Guglielmo a fatto di sì con la testa, ha detto, sì. Allora l’uomo s’è rivolto al cameriere più alto, per favore prendi cinque portacenere da quei tavoli e dalli al signore, poi di nuovo ha guardato Guglielmo e ha chiesto, glieli faccio impacchettare perché non si rompano più?”
“Cristo”, fa Raimondo.
“Guglielmo non è riuscito a dire niente, e così i portacenere glieli hanno impacchettati e messi in borsa senza quasi che si muovesse. La gente intanto aveva preso a defluire, ormai la cosa era andata. Un momento dopo anche noi eravamo defluiti, eravamo in macchina, per strada. Guglielmo ha detto, è stato un signore, e naturalmente aveva ragione. Più tardi ha detto, che batosta: si riferiva alla partita e ai portacenere insieme. Però era molto contento, in seguito ha sempre ricordato com’era andata la serata con un piacere divertito. Diceva, gli uomini sono così rari, e sorrideva.”
“Per questo hai preso i portacenere.”
“Perché c’è dentro la misura della dignità di Guglielmo di fronte alle sconfitte. Sai, nell’ultimo periodo si arrabbiava con i commessi delle boutique importanti di Milano, diceva: nei negozi eleganti i commessi sono sempre dei nemici. Quando uno parla con loro, diventa tutto rosso e balbetta. In che cosa posso esserle utile? dicono, in maniera così impeccabile che sembra parlino una lingua straniera, che automaticamente uno traduce: È sicuro di poterselo permettere?; ma non è che andasse così spesso in quelle boutique. È un discorso che faceva a vuoto, a noi. Poi quasi sempre arrivava a dire, e invece quell’uomo del rifugio. Ha continuato a dire queste cose, soprattutto nell’ultimo periodo della malattia.”
Raimondo dà conto con la faccia, con i minimi movimenti di tutto il corpo, del piacere e però dolorosissimo che gli fa il ricordare Guglielmo. Per Carlo e per me non è diverso. Fuori intanto è buio.
“Prendo spessissimo dei treni”, dice poi Raimondo. “Una cosa che mi fa impressione è aspettare su una banchina lungo un binario, stando al di là dalla linea gialla. Poi passa velocemente un treno in transito e se rimango lì fermo ho di fronte al volto un mentre di grande moto in cui se mi buttassi contro il fianco del treno verrei rimbalzato indietro, a terra, rotto. È una cosa che non posso impedirmi d’immaginare. Invece un attimo dopo il treno è passato, tutto è nuovamente fermo. Il fatto che non ci sia una gradualità del passaggio tra i due stati, il moto e l’immobile, è quello che mi riesce a impressionare.”
Mi sarei ricordata più tardi di quello che ha appena detto Raimondo. Prima di addormentarmi. L’ha detto per ricordare la morte di Guglielmo e il modo della morte di Guglielmo, avrei pensato appena prima di addormentarmi.