Giuseppe
Braga
LEZIONI
CREATIVE
“Vogliamo godere l’amore:
senza di lui non possiamo vivere.”
E. Schilkaneder [Baci Perugina]
Ho frequentato alcuni corsi e ora ve ne vorrei parlare. Non
parlo di boulevard parigini o di avenue newyorkesi, ma di
tutt’altro. Ho passato i trent’anni e sono passato
attraverso parecchi corsi. Trafitto, come il drago infilzato
dal santo. So di persone che hanno seguito corsi di yoga e
fotografia, persino di shiatsu e d’inglese. Io, scrittura
creativa.
Scrittura: e qui parliamo di serate, sottratte
alla tv e alle navigazioni telematiche.
Creativa: come il caciucco e la pasta ai frutti di mare della
Buitoni.
Chiariamo subito di che si tratta. Scrivere
non può essere considerato un hobby e chiunque ha praticato,
sa. Non può venire paragonato a un corso di tennis
o di nuoto. O magari di chitarra, quattro note e via. C’era
una volta una gatta e sono solo canzonette. Non scherziamo.
Con la scrittura creativa c’è ben poco da ironizzare.
A partire dagli organizzatori. E’ solito per loro (insegnanti,
docenti, editor, scrittori, critici, addetti del mestiere,
autori di fama, filosofi, etc.) precisare - doverosamente
tutti lo fanno - talune cose fin dall’inizio. Ciò
è importante e necessario per l’emergente aspirante
scrittore.
Esempio ricorrente: cosa non è scrittura. O meglio,
letteratura. Qui le citazioni e i consigli, veri e propri
avvertimenti, non mancano (vedere la teoria crociana, la paraletteratura,
il patetico, il troppo esplicito, il resoconto giornalistico…).
Poi ci sono loro, i corsisti aspiranti scrittori.
Mi ci metto dentro anch’io, chiaro che sì. Anzitutto
le frustrazioni e le illusioni. Si potrebbe partire da lì,
da quello che si vorrebbe che fosse. Da ciò che manca
ancora. Da ciò che forse mai sarà.
La cifra stilistica, i modelli di riferimento (e qui ci si
ingegna a chi la spara più grossa: su Manzoni vai sul
sicuro, con Tondelli dipende dai corsi, Kafka è una
certezza, coi russi dell’ottocento non sbagli mai, con
Salinger e Calvino invece, si rischia).
Le sperimentazioni (scrivo un giallo alla Durenmatt strizzando
l’occhio alla Highsmith; provo a rifare il verso ad
Aldo Nove con un pizzico di Welsh e un goccio di Scarpa; mi
cimento col romanzo di formazione: Torless, Werther, Cauldfield;
provoco emozioni forti e trasgredisco: Bukowski, Busi, Mishima,
Henry Miller; saccheggio autori di sicuro successo, come King,
Crichton, De Carlo e Bevilacqua).
Inevitabili fioccheranno le prime critiche
e inevitabilmente verranno i tentativi di giustificare con
le parole (verba volant) ciò che si è scritto
(scripta manent): tutto inutile (sovente dannoso), superfluo,
sterile e infruttuoso, ma di ciò ci si scorda ogni
volta. La memoria storica è una dote appannaggio di
pochissimi eletti. E dunque, intemerati, imbecilli e senza
memoria, si striscia patetici, cercando di risalire (più
precisamente di non affogare) graffiando vetri rossi e fiammeggianti
di vergogna.
Ricordarsi: meglio il silenzio, sempre e
ovunque. Talune ritirate possono anche risultare dignitose
oltre che rivelarsi vantaggiose per il futuro. E soprattutto
occorrerebbe premurarsi di salvare il salvabile.
Incupirsi e ingoiare ingloriosamente infidi indigesti (allitterazione
voluta, intendo sottolineare) rospi insomma, è molto
meglio che avventurarsi in caparbie e insensate arrampicate
senza senso.
Dopo le sacrosante critiche ecco i consigli,
che essendo d’autore, valgono il doppio. Ma i consigli
guarda caso, spesso equivalgono a stroncature. Dunque siamo
al punto daccapo.
Funziona. Non funziona. Suona male. Suona
bene. Non suona per niente!
Manca di dinamica, è privo di rotondità, non
convince. Riscrivi ch’è meglio.
L’errore: l’elogio dell’errore,
la condanna dell’errore. E alla fine tu riscrivi comunque.
Il linguaggio e le sue forme. Conviene che riscrivi, almeno
tu che hai buone potenzialità. Qui manca il plot. L’intreccio
non regge. I limiti sono evidenti. Non saprei che dire. Ormai
s’è detto tutto. C’è niente da aggiungere.
O da inventare. Prova a riscrivere. Già, come no.
Potrei solo ricordare che:
Ho visto lacrime
Ho visto abbrutimenti psico-fisici precoci, devastanti e permanenti
Ho visto persone che hanno saltato cene per intere settimane,
per riscrivere cose che non ne sarebbe valsa la pena comunque
Ho visto uomini (ma anche donne, se è per questo) che
non hanno chiuso occhio per intere notti continuando a sognare
frasi che mai riusciranno a scrivere
Ho visto e… quand’era il mio turno ho taciuto,
chinato il capo e incassato (io c’ho memoria, ragazzi!)
Leggere, bisogna leggere:
Calvino e le lezioni americane, tanto per
chi ama Manzoni - legittimo, ma… ancora lui
chi Baricco (per fortuna ne ho incontrati pochi)
chi Carver (monumentale!, ma pare che ne abbia rovinati parecchi)
chi Tondelli e di conseguenza gli anni settanta e ottanta,
di più gli ottanta
su Cechov, niente da dire
a proposito di Henry James neppure
Glossario geometrico: schemi metrici, l’ellisse,
l’iperbole, l’architettura delle parole
E ora passiamo a lui.
Il soggetto principale.
Il protagonista.
L’IO narrante.
L’emergente aspirante scrittore (meglio
conosciuto con l’appellativo di giovin scrittore) è
un animale strano. Strano ma non raro purtroppo. Piuttosto
il contrario. Le strade ne sono popolate, le metropolitane
zeppe. Sei sul vagone e vai al lavoro e sai, ne hai l’assoluta
certezza cazzo!, che di fianco hai tanti altri aspiranti scrittori
(magari pure più bravi di te) e tu vorresti farli fuori,
ammazzarne quanti più ne riesci, tanto per avere meno
potenziali antagonisti emergenti in giro. Meno aspiranti esistono,
più alta è la probabilità che. Qui entra
in gioco l’altra variabile decisiva: la fortuna. Letterariamente
definita: la gran botta di culo. E allora eccoci in pista.
Flash back: ma perché mi sono fissato
con la scrittura?
E dire che da bambino ero bravo coi colori. Le parole le ho
sempre viste con diffidenza, in lontananza e controluce. Come
oggetti misteriosi. Contavano di più i fatti, ecco
tutto. Quando sentivo disquisire e commentare questi gran
professori della parola, io restavo di sale. Colori. E magari
suoni. Ma rimanevo incerto sulle parole, sospettoso e cauto.
Anche s’erano quelle che mi permettevano (anche a me
dopotutto) di comunicare.
Il giovin scrittore, come si diceva, è
un animale strano. E varie sono le sue specie. Poeta e contadino,
dotto e ignorante. Capace d’illuminarsi, d’elevarsi
oltre l’imprevedibile e al tempo stesso, di precipitare
nei flutti melmosi e angusti della vergogna più intollerabile
e cupa. Patetico ma coraggioso, gli va riconosciuto. Frustrato
ma puro. Candido e ingenuo. Tragico e ridicolo, per usare
un settenario e ossimoro un po’ abusato.
Se si prende troppo sul serio fa la figura del pirla, ma attenzione:
se fa il contrario e si comporta da cinico disincantato, significa
che - nove volte e mezzo su dieci - è già stato
respinto da una ventina di case editrici e disintegrato da
qualche commento a qualche suo scritto (al quale teneva come
a un figlio). Ma bisogna andare oltre all’apparenza.
Essere puntigliosi, caparbi, tenaci, folli, maledetti e anche
un po’ deficienti, che non guasta. Anche quando tuo
padre ti guarda - e tu ti senti effettivamente deficiente
- (lui che aveva scommesso su di te, pagandoti, ma siamo passati
già in un altro secolo nel frattempo, l’università
e il contorno) con quell’aria sconsolata e depressa
e scuote la testa e pensa, povero me, che figlio incapace
che mi tocca di avere… e tu che gli parli di un tal
concorso nel quale ti sei piazzato bene e che non ti hanno
pubblicato per un niente, e di quell’editor (bella signora,
tra l’altro) che ha letto un tuo racconto e ti ha detto
che hai buone potenzialità (accidenti!) e che potrebbe
pubblicarti il libro (mentre tu sei già arrivato a
scriverne altri tre o quattro), ma che in cambio dovresti
sganciare una discreta sommetta.
E intanto sogni a occhi aperti (questo è
grave) di diventare il caso letterario dell’anno, ma
che dico, del decennio (ciò si verrebbe a scoprire
dopo una decina d’anni d’accordo, ma intanto uno
pone le basi), in Italia, ma anche in Europa (perché
limitare la fantasia). Libro stampato distribuito ristampato
e ridistribuito, così almeno per una ventina di volte,
robe che la Tamaro al confronto è una nullità.
E poi le interviste ai giornali, qualche copertina, l’ospitata
- obbligatoria a sto punto - dal Costanzo (che in cuor nostro
disprezziamo, ma visto che siamo entrati in un giro così
grosso, non possiamo certo evitare), le cene formali, le serate
letterarie in libreria, l’invito a discutere le tematiche
del libro (che ha fatto costume e tendenza e unito i pareri
di pubblico e di critica) in un paio d’università,
belle donne che ti ronzano attorno come api golose e tu che
dispensi consigli ed esortazioni su come e cosa si debba scrivere
in questi nostri tempi dominati dalle televendite e dalle
super vincite al lotto.
Il giovin scrittore, poco più che
uno scherzo della natura. Poggiato su un filo, a volte teso,
altre molle come uno spaghetto scotto, legge Proust e Bulgakov,
cita Svevo e Madame Bovary. Si butta senza rete, acrobata
sconsiderato, su ogni concorso letterario. E gli editori a
pagamento, perché non provarci, sia mai che da cosa
nasca cosa. Una luce malsana gli brilla attraverso gli occhi,
si crede Ulisse (Omero o Joyce?) e afferma di aver parlato
- proprio l’altro ieri! - con Kerouac e Arturo Bandini.
Prima di dormire si legge una poesia di Neruda e, per non
sbagliare, tiene la moleskine (rigorosamente a righe) sul
comodino. Perché le idee sono come il lampo. Rapide
e veloci arrivano e fulminee e repentine se ne vanno quando
meno te l’aspetti.
La speranza d’essere notati, letti,
scoperti. Quante volte non ci abbiamo costruito sopra castelli
fantasiosi. Complimenti, gran bel pezzo. Un testo formidabile
ragazzo, ma perché non mi fai leggere altro materiale?
Potresti passare in casa editrice e lasciare i tuoi scritti.
I
nostri figli, le nostre amate e odiate creature, la rappresentazione
del nostro sudore. Famigerato fantomatico fantasmagorico,
fantasticamente fatuo: il Manoscritto!
Romanzo potenziale, proiezione di oscene
fantasie assolute e assurde, oggetto transazionale, terapia,
fuga dalla realtà, espiazione e riscatto, sublimazione
dell’io, sacrificio, redenzione, nemesi, condanna, purificazione
dell’anima, mondo a parte, delitto e castigo, appunto.
Le regole sono sacre, ma spesso sottese stravolte
scavalcate e sovvertite, dunque ecco il Prontuario Tascabile
per l’Emergente Aspirante (concetti note parole da tenere
bene a mente): come s’inizia come si conclude come si
cattura il lettore, i topos, i luoghi comuni, gli archetipi
e gli stereotipi, le intenzioni non dichiarate, quelle dichiarate,
i sottintesi, il non detto, l’esplicito, l’allitterazione,
il linguaggio alto, quello basso, l’incisività,
la leggerezza, il pugno nello stomaco, il climax, l’anti-climax,
l’idea giusta, la trovata fine a sé stessa, l’autocompiacimento,
il distacco, la freddezza, la soglia d’attenzione, il
flash back o analessi, il flash forward o prolessi, la paratassi,
l’anacronia, le figure retoriche e quelle meno, il punto
di vista interno mobile, la suspense, la falsa pista, la sorpresa,
il flusso di coscienza, l’enfasi, l’enigma, il
motto di spirito, l’happy end, la circonlocuzione, la
trasgressione, l’eufemismo, la preterizione, la reticenza,
la paronomasia, la metonimia, l’ipotiposi, l’anafora,
il pleonasmo, l’anacoluto, la litote, il chiasmo, il
narratore onnisciente m’è dolce naufragar in
questo mare sempre caro mi fu vano e ignoto sempre ignoto
e vano
E’ tempo di migrar, ma ricorda, laddove
la scrittura termina, il sogno può continuare (Sigmund
Freud o Gigi Marzullo?)
Bibliografia ragionata:
Il mestiere di scirvere (Carver, ancora lui)
Cerami Vincenzo (consigli ad un giovane scrittore, sullo scaffale
della libreria fa sempre la sua bella figura)
l’autore in cerca di editore (giusto lì sta il
punto)
l’editore in fuga dall’autore (di prossima pubblicazione,
l’editore se lo trova di sicuro)
si salvi chi può
amen, andate in pace
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