Fernando Bassoli
QUEL CHE UNA DONNA NON VUOLE

A G., per le idee


Il porco calza due scarpe di colore diverso: il modello si direbbe lo stesso, ma una è blu, l’altra marrone. Brutto segno. Mia cugina direbbe che “sta fuori come un balcone”, mio fratello “fuori come un citofono” ma la sostanza è sempre la stessa: è fuori di testa. Le struscia contro le mie, quelle scarpacce, e si mordicchia la lingua, nemmeno avesse fatto chissà cosa. Sento che si sta arrapando. Lo capisco dallo sguardo, di colpo vitreo, bovino. E va bene, lo ammetto: ho una camicetta troppo leggera, ma siamo a luglio, si schiatta di caldo e volevo star comoda almeno in treno. Non ha fretta, anzi: si è stravaccato alla grande, allungando la schiena contro il sedile del Diretto partito da Reggio Calabria. Il solito treno zeppo di studenti, pendolari e… maniaci. Nessuno ne parla, ma in questi vagoni succede di tutto. Sono salita a Latina, scenderò a Roma: salvo corposi ritardi, ci vogliono quaranta minuti, ma al disagio di questi incontri-scontri, epifanie dell’orrore, non ci si abitua mai. Sbircio fuori, per non dargli corda, ma appena è di nuovo immobile lo metto a fuoco aggiustandomi gli occhialetti che mi fanno tanto intellettuale. Il sorriso sghembo, beffardo, il volto offuscato dal velo opaco di un desiderio feroce, troppo a lungo represso, mi annunciano che la giornata è iniziata nel peggiore dei modi. Basta scostare il capo per prendere atto che il corridoio è saturo di fumo. Sui treni non si potrebbe fumare, ma i divieti - si sa - sembrano fatti apposta per essere violati. Il cunicolo scoppia di gentaglia di ogni nazionalità ed estrazione sociale che si litiga uno spazio che non c’è, perché forse la verità è che al mondo siamo troppi e troppo diversi per andare d’accordo. Ma qua sopra le differenze si annullano: professionisti, impiegati statali, studenti di belle speranze e poveraglia varia, giunta in fretta e furia da ogni angolo del pianeta, diventano una masnada uniforme, grigia, putrescente. Qui sì che siamo tutti uguali: sulla stessa barca, nella merda insomma. Ma non in senso metaforico: questi trabiccoli vecchi come il mondo sono talmente sporchi che della merda sembra di sentire perfino l’odore. Aleggia greve e compatto nell’aria, fino a farla mefitica. Comincio ad avere paura, perché ciò che fa lo sta facendo davanti a tutti, e non sembra preoccupato delle possibili reazioni. Ecco: le sue pupille si bloccano senza preavviso. Accade in una frazione di secondo: sembrano affogare, risucchiate dalle orbite, invece s’allungano sempre più, fino a farsi tentacoli. Già le sento incollate ai capezzoli. E questo basta a farmi sentire nuda, che è esattamente quel che una donna non vuole. Perché una cosa è mostrarsi nuda, una cosa essere nuda ma scegliere di esserlo, un’altra sentirsi nuda, solo perché altri lo impongono. C’è qualcosa di bacato, in quella capoccia, lo sento: qualcosa che non quadra. Non l’ho provocato, non l’ho guardato. A dire la verità, forse non l’ho nemmeno visto. Ma non poteva chiedermi d’essere invisibile. Mi sono seduta accanto al finestrino. Lo faccio sempre: mi piace osservare il paesaggio, di tanto in tanto, specchiarmi nella morbidezza nitida del cielo, nel torpore avvolgente della terra, coglierne le suggestioni d’infinito. Lui ha preso posto davanti a me e sembra voler esaminare ogni centimetro del mio corpo. Per rubarmelo poco per volta. A spizzichi e mozzichi. Ticchete-tacchete, tacchete-ticchete e chi s’è visto s’è visto. Mi ha scelto, da vero bastardo. Il mio parere non gli interessava di certo. Per lui non sono una donna, ma una bestia. Anzi, molto peggio: una cosa con cui giocare, per ammazzare il tempo alla meno peggio. Non bastavano la calca, il caldo, lo stress, perfino i dolori mestruali degli ultimi giorni? Ho sopportato tutto senza battere ciglio, ma queste cose non le tollero. Sudaticcio, la barba di due giorni, il ciccione indossa un cappelletto celeste con lo stemma del Napoli, l’immagine della faccia di Maradona e più sotto la scritta ‘Diego nel cuore’. D’un tratto lo toglie dal capo e lo adagia sul piano del portarifiuti. Si prende il viso tra le mani con gesto plateale, quasi a voler reclamare attenzione, comprensione, perfino affetto. Le sfrega su e giù. Poi porta i polpastrelli contro le tempie e comincia a massaggiarle, ora con movimento circolare, ora dondolando il testone buffo, piriforme, prima da destra verso sinistra e poi da sinistra verso destra. Mi soffermo un istante sul dorso delle sue mani. Sono punteggiate di lentiggini insolitamente grandi, violacee. Le dita sembrano senza unghie. No: ora le vedo, ma sono rosicchiate, ridotte a piccole mezzelune infossate nella carne. Accarezzo l’idea di alzarmi di scatto e fuggire via, ma desisto. È tardi per rimediare. Ora si è tolto la giacca, l’ha adagiata sulle gambe, vi ha fatto scivolare sotto l’avambraccio sinistro. Deve essere mancino. E non voglio aggiungere altro. Sono anni, ormai, che va avanti questa storia delle molestie più o meno gravi, da quando ho avuto la bella idea d’iscrivermi alla Facoltà di Psicologia. All’inizio prevaleva la curiosità; ho perfino teso una mano, cercato il dialogo. Mi interessava capirli, certi comportamenti, ma a lungo andare ho dovuto rinunciare, perché con certe personcine c’è poco da scherzare. C’è gente che sembra incorreggibile. Quasi s’accontentasse di così poco…
La prima volta che mi hanno palpato il culo ho pensato ad uno scherzo di qualche amica, a un vecchio compagno di liceo o a qualche collega d’Università che si era preso troppa confidenza. In fondo era stata quasi una carezza, piena di timidezza. Quel giorno mi sono girata col sorriso sulle labbra, scontrandomi con l’incarnato duro e spigoloso di un vecchio. Uno che avrebbe potuto essere mio nonno.
“Ma che fa?” ho protestato.
“Niente.” ha bisbigliato. E si è guardato intorno.
“Si vergogni!” l’ho rimproverato, cercando il consenso dei presenti. C’era un sacco di gente: mi aspettavo una sollevazione popolare, invece hanno fatto i vaghi. E il signore è sparito nel cesso, come se nulla fosse. In quel preciso istante ho capito che il mio pendolarismo di studentessa fuori sede non sarebbe stato una passeggiata di salute. Tutt’altro: un’autentica prova di forza per i miei nervi. La mattina all’Università, il pomeriggio sui libri, la sera a servire in pizzeria per pagarmi gli studi. E di nuovo sul treno, in balìa degli eventi e dei trucidi appetiti del rompiscatole di turno. Ci ho rimuginato su mille e una volta: l’unica soluzione potrebbe essere far viaggiare delle poliziotte in borghese, su queste carrozze, che facciano da esca. Li prenderebbero con le mani nel sacco, anzi: con le mani sul culo o anche peggio. Servirebbero da deterrente. L’ideale sarebbe riuscire a cambiare la testa di certe persone, svuotarla dei loro cervelli schizzati, fusi. E trapiantarglieli nuovi di zecca. Ma questo è ancora più difficile, anzi impossibile. E così sembriamo condannate a subire e sopportare nei secoli, a pagare una colpa atavica. Oggi le cose sono cambiate. In meglio, naturalmente. Ma c’è ancora tanto da fare, per essere considerate persone, rispettate in quanto tali. A volte penso che avrei fatto meglio a nascere uomo. Ed è questo il brutto: questi cani ti fanno vergognare d’esser donna, viva, libera di uscire di casa. Nessuno ne parla, nessuno denuncia, eppure tutti sanno. I suoi piedoni riprendono a sfiorare i miei. Strisciano vigliacchi, simili a due serpentelli idioti e puzzolenti. Cerco di non sollevare il capo dal volume che ho sulle ginocchia. Ho il mio benedetto esame da superare ad ogni costo. Dovrei conoscerlo come le mie tasche, è la materia che mi farà compiere un altro passo verso la laurea. Ci ho sputato sangue per mesi e, non bastasse, mi serve pure un bel voto, ché devo chiedere la tesi proprio in Psicopatologia del comportamento sessuale. Non ho davvero interesse a sprecare energie per colpa di uno scarabocchio con la fronte madida di sudore e i chili di troppo che sbuffano dalla maglietta corta, stretta, sporca.
“Che le studi a fare, quelle stronzate? tanto non ti serviranno a niente… nella vita contano i soldi, le case, la fica.” immagino stia pensando. I punti di vista delle persone sono sempre incredibilmente distanti: per lui questo tomo è poca cosa, per me è tutto o quasi. Guardo l’orologio, sono le 9:04. Grazie all’ennesimo ritardo, siamo ancora all’altezza di Cisterna. Mi sforzo di controllare i nervi. Respiro profondamente, tre-quattro volte. Cerco di ragionare, raffreddare i pensieri, concentrare la mia attenzione su qualche particolare insignificante. Non è facile, ma ci provo lo stesso. In fondo so che non può accadermi nulla di irreparabile: c’è troppa gente perché possa mettermi le mani addosso. Almeno spero. Ma so anche che mi toccherà sopportare le sua piccole, vigliacche molestie, almeno fino a Roma. Ora la situazione sta precipitando: il movimento ritmico del braccio non si presta ad equivoci. Su e giù, giù e su. Non riesco a capire come possa piacergli. A questo punto mi riprometto di non incrociare più il suo sguardo, ma non è facile: in un modo o nell’altro devo tenerlo sotto controllo, no? sapere per tempo se dovrò scattare come una molla e mettermi ad urlare. Mi sento ancora una volta sola, maledettamente sola tra una folla che pure dovrebbe proteggermi. Non è certo una novità: viviamo in un mondo di fantasmi con un nome ed un cognome, ma senz’anima né cuore. Il brutto è che i miei compagni di viaggio fanno finta di nulla. Provo a descriverli: paffuto & baffuto, il signore al mio fianco sta sfogliando la Gazzetta dello Sport. Non la sta leggendo, di più: ci sta facendo l’amore, ché se le gode proprio, quelle pagine rosee, che gli frusciano croccanti tra le dita. Annuisce compiaciuto mentre assapora la cronaca dell’ennesima partita di calcio. Avrà oltre cinquant’anni, ma sembra un bimbo. Di quella partita pare sapere già tutto: ne ha ascoltato la radiocronaca, ne ha visto e rivisto le immagini la sera prima, ma sembra non gli sia bastato. Ora ridacchia, ora impreca. Ogni tanto bofonchia dei commenti, senza nemmeno accorgersi di pensare ad alta voce. E trottola le pagine avanti e indietro, dimentico del mondo, quasi leggesse e rileggesse senza capire granché. Non si accorgerà di nulla, lo so già.
Il militare davanti a lui dev’essere un novizio. È magro come un’acciuga, ha gli zigomi all’infuori, i capelli a spazzola, gli occhi cerulei, sbarrati, e una divisa che luccica, lavata e stirata a puntino, ma l’aria è di chi vorrebbe essere altrove. A volte brontola qualcosa - ma sono suoni inarticolati, borbottii afoni, senza nerbo -, a volte serra i denti a testa bassa. Forse pensa alla sua ragazza, ai genitori, agli amici, al tempo che sta perdendo, al lavoro che non troverà e che comunque non gli piacerà o alle canne che ha smesso di farsi da poco, almeno a giudicare dalla faccia inespressiva, ebete. Da uno così non mi aspetto eroismi: sarà pure di leva, ma è ancora un ragazzino impaurito: fa il proprio dovere senza farsi troppe illusioni di comprendere cose più grandi di lui. La signora alla sua destra, invece, ha capito tutto. È bastato incrociare lo sguardo un paio di volte, tra noi, danzare gli occhi verso il cielo sbuffando leggermente. È evidente: dev’esserci passata prima di me. Non è bella, sfatta, vinta dal peso di chissà quanti figli, arresa ai compromessi della vita, ma, a guardarla bene, dev’esserlo stata: conosce la fatica d’esser donne. Lo percepisco dalla rassegnazione con cui tiene giunte le mani, abituata alle preghiere di chi non sa più a che Santo votarsi per trovare soluzioni sempre nuove ai propri guai.
Davanti alla tizia sta un prete: lo vedo appena, di profilo. Ma è uno di quei preti, per intenderci, che tutto sembra, tranne un religioso. E comunque dorme come un sasso. Ha la carnagione olivastra, dev’essere del profondo sud, partito nel cuore della notte. Bella compagnia, non c’è che dire: devo essere nata sotto il segno della Sfiga.
Mi squilla il cellulare. Il trillo sembra turbare mister palladilardo, o solo distrarlo un po’. È Alex, il mio compagno di vita. Parla dal Tribunale, anzi: straparla, a cento all’ora: un libraccio stampato, senza sbavature. C’è poco da fare, è già un bravo Avvocato, il suo cilindro scoppiettante di parole è zeppo di quei termini burocratici e inutilmente formali che mi fanno sorridere e a volte desiderare un fidanzato metalmeccanico, meno cervellotico. Mi propina le sue frasi ridicole, difficili da credere. “Scusa se ti disturbo, ma ho ritenuto opportuno chiamarti e farti in bocca al lupo per l’esame. Vedrai che l’esito sarà dei migliori” sciorina, da par suo. Non so se ridere o piangere, ma lo perdono: in fondo è uno dei pochi per i quali valga la pena andare avanti. So che non è colpa sua: si chiama deformazione professionale. Sta facendo pratica, è infervorato per una causa penale che definisce avvincente. Nemmeno a farlo apposta, l’imputato è accusato di atti di libidine violenti.
“Non ci sono le prove!”, dice. È lui che lo difende. Lo visualizzo in giacca e cravatta, ben saldo sulle gambe un po’ arcuate, da calciatore mancato, il sigaro - spento - di rappresentanza all’angolo della bocca, l’aria sicura del tipico ragazzone pontino, che in fondo mi ha conquistata proprio col suo coriandolìo di chiacchiere sfavillanti, da spaccone di provincia. Mi accenna all’onere della prova, che, spiega, è un principio fondamentale del nostro ordinamento giuridico.
“Per condannare una persona bisogna dimostrarne la colpevolezza! Vinceremo di sicuro!” conclude in crescendo. Parla a voce alta, per farsi sentire da chi gli sta attorno e corroborare le sue tesi.
“Vinceremo di sicuro!” tuona ancora. Io invece sto perdendo. Perché è proprio questo il problema: come faccio a provare che davanti a me c’è un grassone che si sta toccando? “Le prove, ci vogliono le prove! Fatti non parole!” scandisce Alex, nemmeno a farlo apposta. Credo sia in una pausa dell’udienza. Come faccio a dirgli che le prove di certa bestialità sono davanti a me, proprio mentre mi sta parlando di Giustizia e rispetto della Legalità? Lui è il classico figlio della Latina-VIP: very inciucio people. Benestante, studioso, sportivo. Convinto di conoscere uomini e cose. Ma il mondo ha sempre due volti ed anche più. Certo, potrei anche dirglielo, rovinargli la giornata, distrarlo dalla sua causa, farlo star male. Ma a che servirebbe? Ve lo dico io: a niente. Perché ci vogliono sempre delle maledette prove. E allora come faccio a provare che ci sono tipi che salgono sui bus per allungare le mani sulle chiappe di chi gli capita a tiro?
“C’è un sacco di gente, è normale stare schiacciati come sardine.” si giustificano, se qualcuno reagisce in malo modo.
Come faccio a provare che una ragazza è stata stuprata da alcuni militari in uno scompartimento ma nessuno ha visto o sentito nulla, pur di non avere grane, non prendere un cazzotto in faccia, non finire in Tribunale a testimoniare, non subire vendette e ritorsioni d’ogni genere? Quella poveretta non ha avuto il coraggio di denunciare nulla e ha seppellito nel profondo del cuore la sua vergogna, fino a cambiare modo di vestirsi, pettinarsi, truccarsi, mutando carattere e voce per colpa di quattro-cinque mostri dal volto umano, con tanto di stellette sulla divisa che fanno tanto fico. Possibile che questa gentaglia non pensi mai che c’è un Dio che vede e giudica?
Come faccio a provare che una sera, mentre attraversavo i giardini pubblici di Latina con zia Sandra, un signore attempato ci ha incrociate sul marciapiede coi pantaloni aperti e il coso a penzoloni?
“Che ore sono?” ha chiesto.
Il buffo è che mia zia - è miope come una talpa ma non vuole portare gli occhiali (“Mi invecchiano di dieci anni!”) -, non si è accorta di nulla.
“Le sette e un quarto” ha risposto. Quello c’è rimasto così male che s’è fatto cereo ed è sparito in un baleno, inghiottito dalla medesima oscurità da cui era affiorato sinistro. Forse dovremmo avere tutte la freddezza di mia cugina Marcella. Una volta è stata avvicinata da uno di quelli che si pensa esistano solo nei film di Fantozzi o Benigni. Gli si è piazzato davanti, spalancando l’impermeabile e mostrandosi come mamma l’ha fatto.
“Tutto qua?” lo ha freddato lei. E l’uomo si è dissolto nel nulla, ancora una volta. Ma lei è una tosta, rimasta orfana a sei anni. La sua vita è stata una battaglia per la sopravvivenza. Le altre, invece, hanno inseguito il sogno del principe azzurro che forse non esiste. Vaglielo a spiegare a una ragazzina che non conosce il mondo, che, in certe sciagurate situazioni, perdere la testa e farsi dominare dalla paura può significare… la fine. Queste sono belve: fiutano le prede e, se sentono l’odore del sangue, s’inebriano fino a sentirsi autorizzate a farle a brandelli. Si sentono uomini forti, grandi e grossi: sono solo piccoli mostri, piccoli e orrendi.
Ma come faccio a provarlo? Come faccio? Come?
Siamo ormai all’altezza di Campoleone. Di colpo il militare s’è girato dall’altra parte e finge di dormire. Non vuole grane. Il signore coi baffi ha cominciato a compilare schedine varie: Superenalotto, Totocalcio… le solite stronzate, buone per abbindolare i polli, che in questo Paese non mancano mai. Ha altro cui pensare. Più in là, la signora s’è messa a recitare il rosario ad alta voce e su quella cantilena di preghiere il prete, ammesso che davvero lo sia, sembra trastullarsi blando, nel dormiveglia. E così tutto si fa ancor più grottesco. Ma tant’è: in fondo lo strazio sta per finire; almeno spero, perché questo tipo un risultato l’ha ottenuto di sicuro: improvvisamente non ricordo più un’acca dell’esame che mi aspetta. E non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea d’andare ad elemosinare comprensione al Prof per una vicenda tanto avvilente. Mi riprometto di riordinare le idee appena messo piede a terra. Oggi un bel cappuccino con cornetto alla marmellata da “Trombetta” non me lo leva nessuno. L’ho meritato proprio, con quel che ho dovuto sopportare. Mettere qualcosa di caldo nello stomaco servirà a farmi sentire meglio. Ma ora che succede? Lo scompartimento si è svuotato di colpo, come se i miei compagni di viaggio fossero stati risucchiati da un vortice. È rimasto solo il grassone maleodorante, e s’è alzato in piedi. Non crederà davvero che mi lasci mettere le mani addosso senza battere ciglio? Ha afferrato il libro, me lo ha strappato di mano ed ha cominciato a straziarne le pagine. Lo sta facendo a brandelli. Pochi secondi e degli appunti di mesi di levatacce mattutine resta solo un arruffio di carta che volteggia beffardo sulla mia testa. Ride. Anzi: sghignazza. Comincio ad avere paura. Si abbassa. Solleva i pantaloni fin sopra la caviglia, dove nasconde qualcosa. Ora impugna un coltellaccio. Vedo la lama che scintilla, ferma e fredda. Si confonde fino a farsi tutt’uno con la pastosa luce del sole e mi abbaglia per un attimo che sembra eterno. Non ho dubbi: la follia si è impadronita di lui. Temo voglia uccidermi, ma non ho la forza di gridare, so solo di essere in trappola ed ho appena il tempo di domandarmi per quale assurdo motivo i miei compagni di viaggio abbiano deciso di volatilizzarsi quando mancano ancora alcuni chilometri all’arrivo alla Stazione Termini. Forse non la rivedrò più, quella Stazione, e già mi manca. Forse erano tutti d’accordo col mostro? Forse sono già morta, in viaggio verso un’altra dimensione? No, mi sbaglio. Sono viva: lo confermano i battiti impazziti del cuore. Sono perfino abbastanza lucida per osservarlo mentre si apre i pantaloni. Li cala di colpo, tra una ridda di versacci, sfigurato da un ghigno che non è più di questo mondo. Ne avrei fatto volentieri a meno, ma scopro che la bestiaccia non indossa mutande. Davanti a me c’è il suo membro tozzo: penzola da una fitta peluria. Lo afferra e se lo mena quattro-cinque volte, come se volesse eccitarsi, ma gli resta moscio, orrendamente inerte, stretto nel pugno di un uomo sconfitto. E allora un sussulto rabbioso lo scuote. Porta la lama all’altezza dello scroto. Prende la mira con calma apparente. Chiude gli occhi. Ha la bava alla bocca. Ho l’impressione di poterlo toccare, il fiume d’ira che lo pervade e lo fa trasalire. Seguono un colpo secco, uno spurgo schiumoso e un urlaccio demoniaco che fa da colonna sonora al fiotto di sangue che accompagna i suoi testicoli, mentre cadono ai miei piedi – plòf! plòf! - e paiono rimbalzare a terra in un ballo macabro, tribale. Riapre gli occhi e già non è più un essere umano. Brandisce di nuovo il coltello. Ha le guance infuocate. Vuole sgozzarmi? No… se lo ficca nell’addome. La lama affonda nella carne e scompare. Non la vedo più, ma so che sta tagliando, facendo scempio. Ed ho ancora le sue grida, le sue richieste d’aiuto e perfino l’ultimo rantolo: un ribòbolo catarroso rimastogli in gola, a colmarmi le orecchie, mentre si squarcia deciso, feroce, nemmeno volesse punire qualcosa o qualcuno rincantucciato dentro di lui, infinitamente più forte ed orrendo del poverocristo che ora sta morendo ai miei piedi, contorcendosi come un vermiciattolo idiota e senza senso.