Alberto Alparone
LA STATUA DI LEGNO


A Milano nessuno ricordava delle giornate così afose, sul tram la gente boccheggiava,. L’acre odore di sudore spinse un’elegante signora, appena salita, a tornare sui suoi passi, “Qui è peggio che sulle navi degli albanesi.” disse, e ridiscese sul marciapiede, mentre con una mano invitava un taxi a fermarsi.
Il semaforo costrinse il conducente ad arrestarsi all’incrocio dove il sole picchiava violentemente, lui digrignò i denti infuriato e si immerse nei propri pensieri: la sua donna lo aveva lasciato ed ora, mentre lui crepava sotto il sole, era al mare con il suo nuovo amore “la troia”. Fu l’unico sul tram a non accorgersi che all’angolo della strada stava disteso un uomo privo di sensi. Un capannello di gente, per lo più studentesse, ne celava la figura, qualcuno lo soccorreva. Era evidente che si trattava di un barbone, indossava degli abiti pesanti del tutto inadeguati a quel clima torrido, di certo erano tutto ciò che possedeva e non aveva osato lasciarli da qualche parte con il rischio di perderli. Aveva sfidato il caldo ma aveva perso.
Il conducente appena ebbe il via libero partì bruscamente, incurante del fatto che chi era in piedi rischiasse di cadere, i passeggeri non protestarono, nemmeno si resero conto dello scossone, erano concentrati sul barbone e solo quando il tram imboccò una curva dovettero mutare l’obiettivo dei loro sguardi, fu allora che si accorsero di Makanda. Pensarono “Anche quel negro è un barbone”, “Quello non ha pagato il biglietto”, “Di certo ha i pidocchi”, “Sicuramente è un delinquente”. La presenza di quel compagno di viaggio sgradevole rendeva il caldo ancora più insopportabile, a molti crebbe la smania di scendere, qualcuno cercava il coraggio di dirgli qualcosa per buttarlo fuori, uno lo trovò. Dopo avere prenotato la fermata gli passò vicino, facendo bene attenzione a non toccarlo e con voce potente e sicura gli disse con disprezzo: “Sporco negro, torna al tuo paese e portati via questo maledetto caldo africano”. Tutti sentirono ed ammirarono quell’uomo imponente, totalmente calvo, molto virile e lo accompagnarono con gli sguardi nella sua discesa trionfale. Il tram ripartì, il conducente abbandonati i suoi dolorosi pensieri si girò verso l’uomo di colore dicendogli: “Alla prossima fermata ti controllo il biglietto”. Makanda già umiliato dalla frase rivoltagli dal passeggero, sprofondò nell’imbarazzo, tutti lo osservavano mentre da un vocio in crescendo si iniziarono a percepire sempre più definiti gli insulti. Rimase con gli occhi bassi a fissare il legno lavorato che sporgeva dal sacchetto giallo che teneva stretto a se. Il tram si fermò e lui scivolò fuori rapido come un felino appena si aprì la porta alla sua destra. Nella sua discesa fu accompagnato da: “Vai via animale”. L’uomo non provava rabbia, ma vergogna, se la sua pelle non fosse stata del colore della pece, sarebbe arrossito, era abituato a quelle temperature, ma ora sentiva caldo e questa sua debolezza lo umiliò ancora di più. Lui un guerriero Hema, avrebbe dovuto affrontare quegli uomini non vergognarsi, lui non conosceva l’imbarazzo, non aveva paura di nulla e di nessuno, lui era stato un capo, un grande, forte, invincibile capo dei guerrieri Hema. Inspirò profondamente e fissò il sole come per sfidarlo, non appena la luce lo accecò , chiuse gli occhi sconfitto e rammentò: “Solo il sole è più forte di me, il sole di mezzogiorno”.
La notte, disteso sull’erba di un parco, non riuscì a riposare, oltre al sole un altro nemico gli era superiore ma Makanda questo non voleva accettarlo. Da molte settimane questo indeterminato avversario lo attaccava di notte. Appena sprofondava nel sonno arrivava e gli urlava forte nelle orecchie impedendogli di dormire. Pur dormendo, il sogno di essere svegliato era così reale che Makanda si era convinto di passare tutte le notti completamente in bianco per essere pronto a lottare con il suo assalitore notturno.Gradualmente passava dal sogno a uno stato di veglia reale, una veglia angosciante. Anche quella notte si alzò in piedi tremante e nel nulla ripeté tre volte: “Cosa vuoi?”. Non era mai riuscito a riconoscere il suo nemico né a ricordare il senso del suo terribile urlo.
Un’altra notte di riposo era perduta, un altro giorno di stordimento lo attendeva, tirò fuori dal sacchetto il suo tronco e, per rilassarsi, come ormai era sua abitudine, prese ad inciderlo. Era questa l’unica sua difesa contro il suo assalitore notturno, prendeva il coltello che era appartenuto al nonno e, alla luce della luna, penetrava con cura e precisione nella profondità del legno dandogli forma. Stava faticosamente emergendo una figura umana senza che lui ne conoscesse l’esito; l’uomo non aveva un progetto, la sua mano proseguiva quasi in modo automatico ed ogni mattina, quando il sole già alto lo spingeva ad interrompere il suo lavoro, Makanda osservava la sua statua di legno con stupore non capendo chi fosse quel “bambino” che stava nascendo dalle sue mani inesperte che sorprendentemente incidevano con maestria.
Milano con il suo rumore si era rimessa in moto, Makanda, infilò con delicatezza la sua creazione nel sacchetto pronto a vagare senza meta, fu allora che per la prima volta nella sua vita pensò alle donne con stima. Le sue mani stavano dando vita ad un bambino di legno e ciò gli sembrava straordinario, le donne davano abitualmente vita a bambini di carne e ciò era ancora più straordinario. Aveva sempre considerato le femmine oggetti. Di sua madre non ricordava nulla, era morta durante il parto di suo fratello quando lui aveva ancora difficoltà a parlare, le tre sorelle gli erano sempre state del tutto indifferenti. Si erano sposate bambine ed avevano lasciato la casa paterna prima che lui potesse sentirsi legato a loro. Detestava la donna che lo aveva cresciuto, era una prostituta che il padre, prima di morire, trattava come una bestia. Lei riversava la sua rabbia su di lui, indifeso. Orfano all’età di otto anni era stato arruolato in una squadra della morte della sua tribù, il Generale era stato per lui un vero padre ed i guerrieri la sua vera famiglia. Era contento di vivere con quegli uomini violenti anche se lo stavano addestrando ad obbedire ad ogni loro ordine. Con lui c’erano altri bambini ed insieme vivevano come un gioco le più tremende “avventure”. Gli avevano inculcato il ruolo di belva feroce che gli piaceva, solo così poteva farsi rispettare anche dai suoi compagni più grandi. Gli adulti lo portavano d’esempio ed il Generale, che l’aveva nominato Maresciallo, lo chiamava sempre per primo quando c’era da dare una lezione ad un Lendu.
Due cacciatori della tribù nemica furono fatti prigionieri, avevano catturato alcune scimmie.
Erano legati ad un albero, nudi, quando il Generale chiamò: “Makanda. Hanno ucciso delle scimmie del nostro territorio. Tagliagli le dita” Solo allora vide la vera paura nel volto d’un uomo. Gli occhi dei due Lendu erano sbarrati, la loro pelle stirata aderiva perfettamente al teschio e le labbra, tese dalla muscolatura contratta, non riuscivano a chiudersi, lasciando a vista i loro pochi denti che battevano rapidamente producendo un involontario ticchettio. Il più giovane perse i sensi. Makanda prese il machete, con il polpastrello carezzò il filo della lama, ferendosi. Come un vero uomo, quel bambino, sotto gli occhi esterrefatti degli amici, si accostò al prigioniero vigile e colpì con forza la sua mano destra. Le urla fecero rinvenire il compagno, sangue si versò ovunque, ma l’energia non era stata sufficiente, le dita restavano con un lembo di carne unite alla mano. Makanda indispettito, senza dare il tempo a nessuno di dire una parola, colpì l’uomo una seconda volta, la potenza fu notevole a scapito della precisione e tutta la mano del prigioniero cadde con un tonfo sordo su una pozza del suo sangue. Il Generale applaudì, i compagni si unirono a lui. Makanda, con il viso ricoperto di sangue, era felice. Proseguì il suo lavoro con precisione e quindici dita dei due uomini caddero in terra in pochi minuti. Il Generale disse: “Ora castrali” Makanda, diede un rapido sguardo agli amici della sua età che lo guardavano a bocca aperta con ammirazione e paura e quindi , soddisfatto di sè, obbedì.
Il suo primo rito d’iniziazione era compiuto, Makanda pensò di essere diventato un uomo, un guerriero Hema.
Nei giorni seguenti si dovette ricredere, nonostante si sentisse stimato, rispettato e persino amato, era ancora troppo piccolo per essere un vero guerriero e non erano sufficienti le sue dimostrazioni di freddezza ed ubbidienza a porlo sullo stesso piano degli adulti.
Il tempo passò ed il suo corpo si sviluppò. Aveva tredici anni quando il Generale di ritorno da una missione punitiva in un villaggio Lendu, portò sei giovanissime prigioniere. Chiamò Makanda e gli disse di sceglierne una, sapendo che, come aveva fecondato la terra con gli amici, avrebbe saputo possedere la sua prima donna. Scelse la più grande e davanti a tutti dimostrò la propria virilità. Il Generale soddisfatto del suo pupillo strappò un fucile dalle mani di uno dei suoi uomini, si avvicinò a Makanda che si alzò e si mise sull’attenti con la verga ancora eretta. “Questo è il tuo fucile, domani mi seguirai e mi potrai dimostrare di essere diventato veramente un uomo. Anche gli animali si accoppiano, solo i guerrieri sanno sparare.” disse il Generale e rivolta l’arma verso la prigioniera in terra, esplose un colpo. La testa della ragazza esplose e pezzi di cervello si sparsero sull’erba. Makanda prese il suo fucile, si inginocchiò a testa bassa e baciò il piede destro del suo comandante.
Nella sua prima battaglia Makanda seppe dimostrare il proprio valore, riuscì ad uccidere tre nemici e al ritorno nell’accampamento fu festeggiato e ottenne i gradi di tenente.
Lui così giovane comandava compagni più grandi di lui, ora si che era un guerriero, un grande guerriero, un capo.
Tra gli Hema la sua fama negli anni si accrebbe, ormai adulto comandava una sua squadra della morte. Aveva due donne che trattava come serve, la più prosperosa lo aveva reso padre, ma un serpente aveva strangolato nel sonno il figlio mentre lui era lontano a combattere. Il suo bambino era gracile ed agile, le sue mani intagliando il legno non lo stavano certo raffigurando, la statua che stava prendendo forma era tozza e Makanda non ricordava bambini così nella sua tribù e non riusciva a capire chi fosse il modello che inconsciamente lo ispirava.
I Lendu, dopo anni di guerriglia, stavano prendendo il sopravvento e si stavano vendicando distruggendo villaggi interi dove, come avevano fatto gli Hema, straziavano anche donne e bambini. I mercanti bianchi avevano venduto alla squadra di Makanda mitragliatrici micidiali ed un bazooka, ma i Lendu erano molto più numerosi e gli stessi mercanti avevano dotato anche loro dei medesimi armamenti. Gli Hema cominciarono ad avere paura.
Makanda continuò coraggiosamente a combattere con i propri uomini, non trascurando di portare il terrore nei villaggi nemici, e forse sarebbe morto da soldato se il suo nemico notturno non avesse cominciato a tormentarlo.
Con i Lendu si poteva combattere, ma quell’avversario che era dentro di lui e che gli impediva di dormire, urlandogli chissà cosa, era insopportabile, Makanda temeva di impazzire.
Sperando di ritrovare la propria serenità decise di fuggire allontanandosi dai compagni durante una battaglia. Nella sua tribù lo credettero morto ed iniziarono a narrare storie fantastiche sul suo conto; diventò un mito per i giovani Hema.
Makanda si era imbarcato e già sulla nave che lo condusse in Europa aveva imparato a sopportare il suo nemico notturno intagliando un tronco d’ebano.
Senza meta e senza riposo era giunto a Milano e quella mattina Makanda si rese conto che era stato inutile percorrere tutti quei chilometri, sarebbe stato meglio per lui morire veramente in battaglia da eroe, quella prima notte in quella città ostile gli aveva dimostrato che il suo nemico non l’aveva mollato.
Mangiò per alcuni giorni immondizia ed erba dai prati. Era distrutto, vomitava ripetutamente nascosto sotto ad un ponte. Dopo le ultime notti insonni la sua statua di legno era quasi completata. La luna, approfittando di un improvvisa folata di vento che sparpagliò le nuvole che la nascondevano, fornì la luce sufficiente per permettere a Makanda di ultimare il proprio lavoro. Con la punta del coltello scavò prima la pupilla sinistra e poi quella destra e solo allora ricordò.
Era un pigmeo, quel pigmeo che lui aveva mangiato. In bocca percepì nuovamente il salato della sua carne. Era ubriaco quando, insieme ai suoi compagni, aveva massacrato quel ragazzo. Era vestito a festa perché si stava recando al suo matrimonio. Lo avevano circondato e gli avevano strappato i monili che indossava e poi le vesti. I pigmei erano considerati degli inferiori, delle scimmie imbelli, deboli, incapaci di combattere.
Dopo averlo insultato e picchiato Makanda con un colpo netto di machete gli aveva tagliato la testa. Lo avevano cucinato e divorato. Ormai sazio aveva voluto dare ai suoi soldati un esempio di coraggio, si era fatto portare la testa del pigmeo che era rotolata in un avvallamento ed infilzandone l’occhio destro, con lo stesso coltello con il quale ora aveva inciso quello della statua, lo aveva estratto dall’orbita e dopo averlo rosolato sul fuoco l’aveva messo in bocca masticandolo lentamente, molto lentamente e l’aveva deglutito.
Quell’occhio ora era tornato al suo posto, Makanda, esausto e malato, sprofondò nel sonno, e vide la statua di legno che lo fissava mentre gradualmente si animava, il pigmeo tornato a vivere digrignò i denti e con un balzo si avventò sul collo di Makanda che non aveva la forza per opporre resistenza. Sognava e per la prima volta capì ciò che il suo nemico notturno gli urlava: “Assassino, assassino, assassino.” ma Makanda questa volta non si svegliò.
Il suo cadavere lo trovò la mattina un nano che lavorava in un circo, era sceso sotto il ponte incuriosito dal frastuono di numerosi corvi festanti che con il beccò frugavano nel collo di Makanda alla ricerca di pezzi di carne fresca.
Si mise a gridare per allontanare quegli uccelli famelici, ma ci riuscì solo per un attimo, giusto il tempo di prendere la statua di legno, era così bella. Si allontanò veloce portandosela via mentre i corvi ripresero il loro banchetto.