| Ed
avevamo gli occhi troppo belli
Sotto un cielo ribelle che cielo non è.
Immersi in una luce sguirguente.
(S)persi in un rapporto base-altezza sui 16/9.
Arriviamo in Maremma. Io, Edy e Alessandro.
Scodinzolo fin dalla mattina. Ché conoscerò
Stefano, iuppi.
Alessandro annuncia che non sa dov'è casa di Stefano.
Ché lui, a luglio, non c'era stato.
E in quel preciso istante, non un momento prima, giuro, nè
uno dopo, mi arriva un messaggio di Stefano:
Di' al tozzi che vi aspetto al distributore Esso davanti al
posto dove ha dormito l'altra volta.
Ecco, non solo per questo episodio, Stefano, secondo me, è
maturo per il bokononismo. Per dire.
Comunque.
Sulla destra vedo un distributore Esso.
E' questo! Dico, febbrile.
No. Dice Alessandro. E' più in là.
Ma, nel parcheggio del distributore, un uomo del tutto somigliante
a Stefano che aspetta qualcuno su una macchina del tutto somigliante
a quella che dovrebbe avere Stefano.
E' lui. Insisto.
E Alessandro confessa: Sì, è lui, ma allora
dove ho dormito io l'altra volta?
Stefano dice solo: Dai, che forse ci si fa.
Lo seguiamo. Al cimitero. Da Daniele Boccardi.
Un cimitero particolare, per quanto questa
espressione possa avere un senso.
Con tombe per terra e molta aria.
Mentre cerchiamo Daniele tremo un po'.
Lo troviamo e capisco che è tutto vero.
Ancora una volta, i libri e le parole, tutte, mi appaiono
ben piccola cosa.
Daniele è lì in una tomba.
Fin troppo bella per una cosa tanto brutta.
Qualcosa di cui non so parlare.
Sono felice che Edy fosse con me.
Avrei avuto difficoltà a raccontargli di Daniele e
della sua tomba. Un libro in marmo beige con una scritta:
se vuoi un mondo diverso, non prendere esempio da questo.
O qualcosa del genere.
Qualcosa dai mille significati e senza alcun senso.
Abbastanza in silenzio, ma sereni. Perlopiù.
Andiamo a casa di Stefano.
Una casa bella e bordata di rosso.
Con un cane pieno di vivacità e multirazziale.
Stefano ci fa vedere la stalla dove dormiremo.
Dopo un po' capisco che scherza.
Quello che non sa è che per me sarebbe andata bene
lo stesso. Vino antico, vecchie foto e tanti oggetti belli.
Per quel poco che avevo intenzione di dormire...
Comunque entriamo dentro.
C'è Raffaello, il secondo figlio di Stefano, che gioca
con la Playstation. Tanti libri, tanti cd. Mi trovo subito
a mio agio.
Ché le stanze dove abito io, ad esempio, sono così.
Parliamo molto, con Stefano. E non mi stanco di ascoltarlo.
Ha occhi grandi e vivi e parole uguali.
Facciamo un giro a Massa Marittima centro. Bellissima. Senza
esagerare. Ha una piazza piena di inaspettati dislivelli,
di pianta particolare e improvvise viuzze. Salite ripide e
poi discese. Come piace a me.
Passiamo in un posto dove c'è la presentazione di un
libro di poesia.
Un gruppo canta musica mediterranea. Penso ai MadreDeus, ad
esempio.
Conosco Paola. Iniziamo, subito, una discussione tra le righe
e oltre.
Poi a casa, dove incontriamo Emiliano. Il primo figlio.
Di Stefano, obviuously.
E poi nella PornOsteria. Un posto indescrivibile.
Sede degli incontri del Fondo Boccardi.
Che da fuori non sospetteresti mai un tale intreccio di storie,
vite e modi di fare. Di una sguirguenza indicibile.
C'è Michele che assomiglia a Paolo Nori.
E subito stappa una delle bottiglie di Alessandro.
Eloisa, una delle pornocuoche, porno'o'e, in realtà,
arriva chiacchierando.
Porge la mano da stringere, ride.
E subito affetta una delle mie mortadelle di Campotosto.
Il vino è forte. Conosco Christian.
Il vino è forte. Si dicono mille e deliziose idiozie.
Esce Ambra, seconda porno'o'a e ragazza di Eloisa.
Vagamente più timida.
Dico a Eloisa di assaggiare la mortadella.
Flebilmente mi dice che non può, che è a dieta.
Ma lo dice flebile e ne prende una fettina.
Ambra la scopre e piomba dalla cucina, con un coltello, in
un balzo.
Lascia lì. Le dice. Non puoi. Non puoi.
Ormai l'ho tocca'a! Grida Eloisa, oltre il coltello, ma di
poco.
E mentre lo grida, continua a passarsi la fettina di mano
in mano.
Ormai l'ho tocca'a! A stringerla anche.
Come per dire: se la lasciassi adesso andrebbe buttata. Pazze.
Aiuto Stefano a sistemare i libri sul banchetto. Intorno intorno
è pieno di foto. E manifesti di presentazioni del FondoBoccardi
nell'osteria.
Poi arriva gente.
Vincenzo Ruotolo, autore de I figli di Babele, ad esempio.
E si mangia: tortelli alla maremmana, su tutto.
Ché è già singolare chiamare tortelli
i ravioli. Secondo me.
E il vino sempre tanto. E il mio bicchiere sempre rosso.
E tutto sfuocato e vivo allo stesso tempo.
Non so cosa ho detto a Christian durante la cena, ad esempio.
Quelle frasi leggermente fuori fuoco, quei gesti un po' eccessivi.
Forse.
Ché mi ricordo poco, confuso e sguirguente.
Conosco Dario, pieno di De Andrè e anarchia(,) e Sabrina.
Inizia la presentazione.
Dario ha stampato dei pezzi dal blog e mi chiede quale vorrei
che leggesse.
Non lo so. Io non so mai niente, per dire.
Stefano parla, con la macchina fotografica sul petto.
Dice che in sala ci sono sue bloggers. Ah.
Ha belle parole sia per il mio blog, sia per quello di Jotoz.
Ah.
Passa la parola a Dario per la lettura. Legge
un brano dal mio libro. Quello della pesca e del coltello,
per chi ha letto.
E non so dirvi bene.
Sentivo parole mie a riempire tante orecchie diverse.
Vedevo le loro teste piegarsi, le loro palpebre ascoltare,
le loro labbra accennare un sorriso.
Sentivo parole mie che non erano più mie.
E mi piacevano, ad esempio.
Poi Dario legge un brano di Alessandro. Cercando un improbabile
accento romano.
E poi si passa a Vincenzo Ruotolo. Qualcosa di più
serio e strutturato. Legge i suoi brani. Con impostazione
teatrale.
Qua se vuoi scrivere devi essere anche attore e comico.
Ormai è ufficiale.
Le sue poesie, metà in pugliese metà in italiano,
sono disincatate e popolari.
Tutti ridono.
Poi ancora per me. Poi ancora per Alessandro.
Poi Vincenzo Ruotolo va via. Ché deve tornare a Firenze.
Ci scambiamo i libri. Vendo qualche copia del mio.
Alcuni mi chiedono di Berlino.
Una ragazza, addirittura, una dedica.
Accaniti nella quadriglia.
Chi ti lascia e chi ti piglia.
Ding e Dang all'incontrè.
Ding e Dang all'incontrè ancor.
Stefano mi porta a conoscere Alessandro Angeli,
uno scrittore esordiente.
Autore di Blue Light Lisboa.
Ma noi ci eravamo già conosciuti.
Aveva appena preso il mio libro. Per dire.
E poi lo avevo guardato durante la presentazione.
Ché era seduto davanti a me.
Aveva un segnetto nero, come di carbone, sulla tempia.
Più volte avevo avuto l'istinto di poggiargli un dito
sulla testa, per togliere il segno. Più volte avevo
lasciato stare.
Ché è bene, quando, alle volte, qualcosa da
giù giù sale a frenare i miei istinti.
Alessandro ha occhi profondi e neri.
Ci promettiamo di trovare un luogo per noi.
Tra Lisbona e Berlino.
Che sia un'email o un commento o una lettera, non sappiamo.
Ma lo troveremo.
Cerco di andare da Alberto Prunetti. Autore di Potassa.
Alberto, va e viene. Talmente vivo da risultare indescrivibile.
Ha mani veloci e imprendibili. Parla molto e intelligente.
Ride sempre, con tutto il corpo. Gli dico: vieni qua. Più
volte.
Vieni qua ché ci dobbiamo conoscere. L'ha detto Stefano.
Dopo un po' arriva e comincia a raccontare la sua vita scombinata
tra la Maremma e la Bretagna.
Come scrittore di tesi a pagamento e pizzaiolo.
Ridiamo moltissimo.
Tra aneddoti e battute che non riesco a raccontare.
Tra vino e vino.
Poi andiamo via. A casa di Stefano.
Ché io devo scrivere Il Profeta di Mardin Nihil Mardin.
E quindi devo intervistarlo.
Salutiamo Dario e Sabrina con dei baci al buio di una gioiosa
bellezza che non saprei. Ritrovare il viso di Sabrina nel
buio più pesto che c'è. E non vedere più
la sua borsetta allegra con la chiusura bordeaux ma immaginarla,
soltanto.
E salutarla con affetto, anche per questo.
Ché tanto mi scriverà presto, lo ha detto e
ridetto più volte.
A casa di Stefano.
Io, Edy, Alessandro, Stefano, Michele e Alberto.
Spaghetti aglio e olio.
Michele non vuole cucinare. Ché non è al lavoro.
Allora Stefano mette l'acqua.
Ogni tanto la controlliamo insieme, ché mi piace stare
nei dintorni di Stefano.
Dopo ore che ci conosciamo non perdo lo stupore.
E l'acqua bolle e ci metto il sale. E torno di là.
Si chiacchiera.
Nella stanza dove dormirò ci sono mille libri e Alberto.
Ci chiediamo come si possa dormire lì dentro senza
distrarsi con tutti quei titoli.
Ora posso dirti che si può, Alberto. Poco, ma si può.
Torno in cucina e vedo Stefano con la scatola del sale...
...noooo! Ma ormai è troppo tardi.
Sì, ce l'avevo messo io. Prima. Eh.
E allora tutti ridono.
E giù mille battute di rito.
Su donne, cucina, ingegneria, scirttura.
Che io, per dire, il nesso ancora non lo trovo.
Comunque.
Aggiungiamo un po' d'acqua. Buttiamo gli spaghetti per cinque.
Tornano Emiliano e Raffaello. Hanno fame.
Giro gli spaghetti con Raffaello.
Mettiamone un altro po'.
Sì.
Aggiungiamo altri spaghetti.
In gran segreto.
Ché di là, quelli, sono di una pignoleria.
Poi arriva Emiliano e Raffaello confessa che, quella con me,
era già la seconda aggiunta. Bene. Ridiamo. Mettiamo
l'olio.
A occhio.
Un occhio pericoloso e sciapo.
Aggiungiamo peperoncino a gocce.
Ché è micidiale. Dice Emiliano.
La pasta è un tutto disomogeneo.
Assaggiamo uno spaghetto in tre. E' crudo.
Ne assaggiamo un altro. E' scotto.
Ridiamo. Chiudiamo la porta. Ché di là non devono
sapere.
Poi decidiamo che è cotta.
Raffaello annuncia: Prendo un rumolo.
Emiliano tiene la pentola inclinata sui piatti.
Io, con forchetta, e Raffaello, con rumolo, cerchiamo di farla
scendere docilmente nei piatti.
L'operazione non è delle più facili.
Per la collosità della pasta e le nostre risate.
Però, alla fine, non è male, la pasta.
Stefano, Emiliano e Raffaello giocano ai nazisti.
Prendono una foto del duce. Sottratta dalla PornOsteria.
Michele va via.
Ciao. Grazie. Alla prossima. Ciao. Ciao. Baci.
Poi anche Alberto. Va via.
Ciao. Ciao. Ciao. Ciao.
Mi dispiace. Spero di rivederlo presto, Potassa.
Gli ho detto: Ma è evidente che sei sprecato per Brest...
torna qua.
Chissà. Mi ha detto che è una parentesi che
sta per chiudersi.
Eh, la fuga dei cervelli, in Italia, è un problema
reale.
L'intervista la facciamo domani. Ma parliamo un altro po'.
E' mattina, ormai. Andiamo a letto. Nella stanza dei libri.
Alessandro sul divano. Emiliano e Raffaello di fronte con
magliette dell'Inter e dell'Aston Villa. Rispettiva mente.
Stefano giù in fondo, il profeta.
Mi piaceva pensare di dormire tutti insieme. Sotto lo stesso
tetto. Ero agitata. Non dormivo. Volevo uscire. Andare a correre.
Poi ci alziamo.
Quando esco, Stefano è in giro con il cane.
Poi torna e iniziamo l'intervista.
Mi rendo conto che mai potrò riportare tutto e bene.
Ché io, in quegli anni, non c'ero. Ma proverocci.
Pranziamo e chiacchieriamo ancora. E ancora vino.
E ancora fascisti su Marte. E ancora risate.
Guardiamo le foto del Perù di Alessandro.
Mentre Emiliano, bocca piccola occhi grandi cervello bello,
cerca di giocare con la playstation.
Mentre Raffaello, occhi vispi parola contro rossore ingenuo,
mi fa leggere i discorsi di Stalin.
Aveva un suo stile, per dire. Stalin.
Frasi corte. Punti improbabili. Pochi verbi.
Poi andiamo. E non so dire quanto mi è dispiaciuto.
Durante il viaggio ci scriviamo. Come a prolungare.
Passiamo per San Galgano, una chiesa senza tetto. Con spada
nella roccia. E la storia di Galgano, pagano godereccio convertito
a eremita morto di stenti sei mesi dopo e diventato santo.
Tipo Bokonon, per intenderci.
Si capisce subito che c'è qualcosa che non va. Aveva
aggiunto Stefano quando mi aveva raccontato la storia.
Poi a Siena, sempre bella.
Poi a Bagno Vignoni. Un posto onirico e un po' diabolico.
Con buio, vapore e luna ovunque.
E a Roma. Pipì, finalmente! E panino.
Poi salutiamo Alessandro. Ci diciamo grazie.
E insieme osiamo dire: Grazie Stefano.
A mani giunte e in direzione nord-est.
Io e Edy ripartiamo, pieni osceni ameni e lievi.
Che bella serata ch'è stata.
Che bella serata passata.
Attenzione battaglione.
L'ultimo ballo del mattone.
Allacciatevi nel lento.
Cade un festone sul pavimento.
Guidate con prudenza.
Guidate con prudenza.
Guidate con prudenza.
E buonanotte.
Mardin, da mardin.clarence.com |