Da "il manifesto", 29 dicembre 2005

Tra le comunità kolla, in lotta per la sopravvivenza nel nordovest argentino
Visioni del cosmo ai piedi delle Ande
Una cultura legata alla natura e alla terra, gelosamente conservata dalle comunità dei kolla argentini, ma messa sempre più in pericolo dalla privatizzazione dei terreni - presi e recintati dalle multinazionali - e dall'assimilazione linguistica
ALBERTO PRUNETTI
JUJUY (ARGENTINA)

Arrivano un po' alla volta nei pressi del cimitero della Chacarita, a Buenos Aires. C'è chi mi guarda con un po' di sospetto, non è così frequente che un gringo si presenti a una cerimonia indigena. Cerco subito i kolla con cui ho parlato nel pomeriggio, loro garantiscono per me. Solo per le fotografie bisogna aspettare, è meglio consultarsi con gli anziani che condurranno il rito. Nel frattempo mi metto a parlare con una signora. Lei è originaria della provincia di Jujuy, la vasta zona del nordovest argentino al confine con Bolivia e Cile. È questo il territorio dei kolla, un gruppo di agricoltori e pastori andini che da millenni vivono nella zona delle punas, gli altopiani desertici posti sulla fascia dei 3-4mila metri. Il suo nome è Kutury, la stessa parola che gli Aymara usano per indicare il condor. Mi spiega che per partecipare alla cerimonia di ringraziamento della Pachamama, la Madre Terra, è opportuno portare qualche alimento e un po' di tabacco. Corro a comprare empanadas e sigarette.

La Pachamama

Al mio ritorno i kolla stanno accendendo un fuoco che già rischiara i profili degli alberi, ormai ingoiati dall'oscurità. Ci sistemiamo in circolo intorno al fuoco, un uomo accanto a una donna, per rispettare l'idea di dualità che è sottintesa nella cosmovisione dei popoli andini. Un'anziana distribuisce alcune foglie di coca, pianta sacra per eccellenza sulle Ande. Cibo, tabacco, bibite e foglie di coca sono disposti nei pressi del fuoco, su un panno tessuto con abilità magistrale. Per terra viene scavata una buca, mentre un'altra anziana passa a fianco dei convenuti investendoli con i fumi di un braciere, carico di carbone e coca.

Macero lentamente tra i denti le foglie di coca insieme a un frammento di yista, una massa ottenuta dalle ceneri di alcune piante mescolate a farina di patate disidratate. La yista libera l'alcaloide delle foglie e mentre queste iniziano a formare un bolo le mie labbra si anestetizzano. Respiro profondamente seguendo il pulsare del tamburo, poi trattengo il respiro nella lunga emissione dell'erquencho, uno strumento tradizionale a fiato, montato su una lunga canna.

Un anziano inizia a rivolgersi ai convenuti. Dice che la Madre Terra ha bisogno di aiuto, perché l'uomo occidentale la sta avvolgendo nel filo spinato e sta distruggendo l'equilibrio del pianeta. Spiega che in questa cerimonia i kolla si propongono di ringraziare la Madre Terra e restituirle una parte di quello che lei offre, in reciprocità, perché continui a offrire i suoi frutti alle prossime generazioni. I kolla vogliono sostenere la Madre Terra contro la devastazione dell'uomo occidentale.

Sento molti sguardi posarsi su di me, che poi la penso alla stessa maniera ma per esprimermi utilizzo metafore più materialiste. Terminato il discorso l'anziano inizia a prendere una parte del cibo e lo getta nella fossa, lo stesso viene fatto con le bibite e le sigarette, in omaggio alla Pachamama. Il rito non ha nulla del formalismo occidentale: la gente parla, si fanno gruppetti, c'è chi ride e scambia battute. Si forma una fila, in cui si mantiene la dualità maschile/femminile. Tutti offrono una porzione di alimenti alla Madre Terra, prima che la cerimonia si sciolga.

Ho promesso di incontrarli il giorno dopo. L'appuntamento è nel circolo culturale dei kolla che vivono a Buenos Aires, al numero 1922 di calle Lavalle. Quando arrivo loro sono già tutti lì. Parliamo dei pericoli che minacciano il loro popolo, nel nord-ovest argentino. Come per i loro fratelli Mapuche, il problema della terra è il più pressante. La terra comunitaria viene privatizzata, e i kolla non hanno titoli di proprietà. Ci sono comunità kolla che rischiano di essere traslocate di forza in altri luoghi, perché il territorio in cui vivono è stato ceduto a qualche multinazionale.

La questione della terra è fondamentale per il mantenimento della cultura ancestrale. Lo spiegano loro stessi: «Se c'è terra, possiamo mantenere il nostro stile di vita e sviluppare la nostra cultura. Senza terra non è possibile. Chi non ha più terra, di solito va a vivere nella periferia della città più vicina. Le città si allargano verso i monti e i monti vengono recintati col filo spinato. Chi recinta i monti? Le multinazionali straniere».

Il mate e l'erba del diavolo

Siamo una decina di persone intorno al tavolo e le voci si sovrappongono. Qualcuno porta un vassoio con mate e pava, il contenitore metallico pieno di acqua calda. Il cebador, colui che versa l'acqua calda nella zucca colma di foglie triturate di Ilex paraguariensis, mi offre il secondo turno. Io sono un appassionato di questa pianta stimolante, conosciuta a lungo dai popoli Guaraní. Chiedo se sanno la ragione per cui il mate dei Guaraní e la coca dei kolla furono considerate erbe del diavolo da parte dei conquistadores spagnoli.

Mi risponde Domingo, che ha antenati kolla da un lato, e Guaraní dall'altro: «Le chiamavano yerbas del diablo solo perché appartenevano a un'altra cultura: non le conoscevano, e quindi dovevano essere cosa del diavolo». Ribatto che «l'erba del diavolo» perse tutto il suo carattere demoniaco solo quando i gesuiti compresero che la coltivazione del mate poteva essere un affare molto redditizio per le missioni. Infatti oggi il mate è uno dei simboli dell'Argentina.

Anche la coca è stata a lungo tollerata dagli invasori spagnoli: sopprimendo lo stimolo della fame e fornendo una sensazione di forza, permetteva di far lavorare gli indigeni nelle miniere boliviane di Potosí senza darsi troppa cura di quanto mangiavano. Ma per i kolla la coca è una pianta sacra e si infiammano quando parlo delle pressioni statunitensi per la distruzione delle coltivazioni: «Questa è solo una cortina di fumo della propaganda nordamericana. A loro non interessa distruggere la cocaina, si limitano a distruggere i campi di foglie di coca. Vogliono controllare tutta questa zona andina per impossessarsene, per gestire il Kollasuyo. Stanno facendo la stessa cosa con l'acqua. C'è una grande riserva d'acqua nell'America latina, che va dal Brasile fino alla Patagonia, si chiama Aqüífero Guarani, una delle riserve d'acqua dolce più grandi al mondo. L'acqua attira l'interesse degli Stati uniti, così come il gas boliviano. Ma in Bolivia c'è stato un forte risveglio delle culture indigene: i nostri fratelli Quechua e Aymara si sono contrapposti con successo all'influenza nordamericana».

La polvere del tropico

Millesettecento chilometri più a nord, dopo ventisei ore di autobus, mi ritrovo nella Quebrada di Humahuaca, nel nord-ovest argentino. Taglio il tropico del Capricorno, mi muovo tra i 2 mila e i 4200 metri, salgo e scendo di continuo da vecchi autobus polverosi e quando sono fortunato rimango senza la scomoda compagnia dei turisti occidentali: a volte io e Sara, che viaggia con me, siamo gli unici gringos.

Fuori c'è la polvere ocra che si stende sulla precordigliera andina, e il paesaggio è puntellato dai cardones, i mille cactus che per secoli hanno fornito l'unica risorsa di legname degli indigeni. I kolla vivono in alto, sulle punas, gli altopiani desertici: chi è rimasto sulla fascia dai duemila ai tremila metri si dedica al piccolo artigianato e al commercio coi turisti. Chi vive sopra i tremila metri pratica l'allevamento di lama, di alpaca, e ormai anche di pecore.

Verso gli occidentali c'è molta diffidenza, e penso che sia un atteggiamento ragionevole. Per secoli i kolla sono stati ridotti in schiavitù dagli invasori europei. Quando non ignorano deliberatamente gli occidentali, i loro sguardi sono duri. Un uomo mi dice: «Non abbiamo bisogno di aiuti alimentari, abbiamo bisogno di terra e di essere lasciati a noi stessi. Come indigeni, abbiamo bisogno solo di questo: che ci tolgano il piede dal collo». Un altro si lamenta di aver perso l'idioma dei suoi antenati: «Siamo nati e moriremo con solo questa lingua, il castigliano, la lingua degli invasori».

L'arcangelo archibugio

Non c'è la stessa fierezza nell'indio che mi fa vedere un quadro realizzato con fiori essiccati, rappresentante l'arcangelo archibugio, a suo dire riconosciuto dalla chiesa cattolica. Io ci riconosco solo le vesti di un conquistador, e mi rendo conto che l'invasione continua. Da quando la zona è stata scoperta dal turismo internazionale i prezzi degli affitti sono raddoppiati. Il governo dà sussidi a chi costruisce impianti turistici, ma i proprietari delle nuove infrastrutture vengono tutti da Buenos Aires.

Dalla metropoli platense arrivano anche ondate di fricchettoni europei alla ricerca di zone isolate in cui fondare comunità. Ma la pressione dei freaks può risultare devastante: il piccolo villaggio di Iruya, incastonato tra montagne meravigliose, è ormai invaso dagli hippies e dai loro cani. Alcuni sembrano delle caricature dell'iconografia inca hollywoodiana: ricoperti con poncho e gorro, il copricapo andino, sfilano per le strade polverose inanellandosi piume d'uccello tra i capelli. «Hai visto?», sussurra una vecchia india a un'altra, che non smette di masticare foglie di coca, «Sono arrivati gli indiani!». E il loro volto si crepa d'un riso scarno e sdentato.

 

Dall'impero inca alla repubblica
I kolla sono gli abitanti del Kollasuyo, una delle quattro regioni andine che un tempo formavano l'impero inca del Tawantinsuyo. Tra molte difficoltà i kolla riescono a conservare alcuni tratti tipici della loro cosmovisione e del loro stile di vita ancestrale, sostenendosi con l'allevamento, l'artigianato e poche coltivazioni d'altura. In alcuni casi praticano un'economia non monetaria, basata sul baratto e il mutuo appoggio.