Da "il manifesto", 14 gennaio
2006
LEGGI SPECIALI
Alò Salò alalà
ANTONIO TABUCCHI
Ai
primi dell'anno, per fare gli auguri all'Italia è approdata
al Senato una legge voluta dalla destra e firmata dal senatore
di Alleanza nazionale Riccardo Pedrizzi che equipara partigiani
e repubblichini, perché considerati «militari
belligeranti». Per ora quella proposta è stata
bocciata, ma questo fatto positivo non cambia la gravità
del disegno. Naturalmente sarebbero stati compresi nell'equiparazione
anche i sopravvissuti delle famigerate bande Koch e Carità,
e altre bandette assassine e torturatrici che davano una mano
ai nazisti nei loro eccidi al di sotto della linea gotica.
Dalla sinistra ferita, specie molti esponenti Ds, si sono
levate esclamazioni di indignazione. L'Italia è un
paese privo di coerenza politica, visto che questa legge non
è altro che la logica conclusione di un percorso iniziato
qualche anno fa proprio da un esponente Ds, l'onorevole Luciano
Violante. A lui si deve, in un incontro con l'onorevole Fini
il conio del gentile sintagma «ragazzi di Salò»
per denominare i militi repubblichini. Se si abbassa l'età,
le responsabilità diminuiscono, e poco importa se molti
dei saloini, soprattutto i caporioni, erano vecchi fascisti
incarogniti come il maresciallo Graziani.
Inoltre la parola «ragazzi»
è portatrice di tenerezza e di affetto: si dice dei
calciatori della nazionale, dei militari italiani in Iraq
al seguito di Bush.
Con questo lessico che richiama
sempre alla mente la mamma e che ha qualcosa di giocoso (perché
i ragazzi giocano, anche «I ragazzi della via Paal»
facevano la guerra fra di loro, ma era una guerra per gioco)
l'Italia ha giocato tanto nel secolo scorso. Pensate, «i
nostri ragazzi» andarono in Libia, in Abissinia, in
Albania, tentarono di spezzare le reni alla Grecia sul bagnasciuga,
e altre missioni di questo tipo. Eventualmente in Abissinia
e in Libia fu lanciato qualche gas asfissiante, fu bombardata
Tripoli, furono usati i lanciafiamme nei villaggi con capanne
di paglia, ma questo faceva parte del gioco. E poi erano ragazzi.
Insomma per il suo irrefrenabile spirito giovanilistico che
tutto il mondo ci invidia l'Italia non ha da chiedere scusa
a nessuno, e infatti non l'ha mai fatto. E dunque non deve
chiedere scusa neanche a quella parte dell'Italia che i repubblichini,
a fianco dei nazisti invasori, deturparono con eccidi osceni.
Anche perché, le torture, i rastrellamenti, i massacri,
le complicità con le Ss venivano da un profondo ideale
che i «ragazzi» nutrivano, e un ideale, si sa
è pur sempre un ideale.
Per capire bene l'ideale
dei repubblichini bisogna pensare che essi fecero quelle scelte
«credendo di servire ugualmente l'onore della propria
patria». Questo ribilanciamento dell'ideale repubblichino
viene dalle alte parole del Presidente della Repubblica Carlo
Azeglio Ciampi il quale, il 14 ottobre 2001, durante una cerimonia
sulla resistenza, in un paese vicino a Bologna, pronunciò
solennemente le seguenti parole che il protocollo del Quirinale
mi fece allora pervenire via fax: «Abbiamo sempre presente,
nel nostro operare quotidiano, l'importanza del valore dell'unità
d'Italia. Questa unità che sentiamo essenziale per
noi, quell'unità che oggi, a mezzo secolo di distanza,
dobbiamo pur dirlo, era il sentimento che animò molti
dei giovani che allora fecero scelte diverse e che le fecero
credendo di servire ugualmente l'onore della propria Patria».
In quell'occasione pubblicai
su Le monde un articolo dove dicevo che Ciampi aveva «pronunciato
parole improponibili per una Repubblica nata dall'antifascismo».
Il Corriere della Sera, dove allora scrivevo si rifiutò
di tradurlo. La Stampa che ha un accordo con Le Monde, anche.
Mi rivolsi all'Unità. Me lo pubblicò Furio Colombo
(«L'italia alla deriva», il 21 ottobre 2001).
Il giorno seguente l'onorevole Piero Fassino interveniva con
un articolo sdegnato nei miei confronti. Come avevo osato
contraddire l'alto concetto di Carlo Azeglio Ciampi? Forse
che il nostro paese non aveva bisogno di unità e non
di ulteriori lacerazioni che tanto male ci avevano fatto nel
passato? E poi, ribadiva Fassino, anche quello dei repubblichini
era un ideale, seppur sbagliato. Ecco: si trattava di ragazzi
che avevano «sbagliato». In buona fede.
Ah, la buona fede! Ma il
mondo è pieno di buona fede, lo è sempre stato.
Quando l'inquisizione mandava gli «eretici» sul
rogo, lo faceva in buona fede e per la buona fede, quella
vera. E quanto ai «ragazzi» delle Ss che commettevano
eccidi nel nostro paese, quanto agli addetti ai forni crematori,
molti dei quali volontari, non lo facevano forse in buona
fede? Il loro, in fondo, non era un ideale? È vero,
quell'ideale prevedeva un ripulisti dalla faccia della terra
di razze considerate inferiori, soprattutto gli ebrei e voleva
la dominazione assoluta della razza ariana (che fra l'altro
come sappiamo è un fenotipo inesistente). Ma non si
può negare che fosse un ideale.
Io credo che in un'Europa
unita come la nostra il governo italiano dovrebbe unire i
suoi sforzi a quelli di analoghi equiparatori di altri paesi
affinché i loro «militari belligeranti»
godano dello stesso statuto di coloro che combatterono per
l'altro ideale. Il ministro degli estri Fini dovrebbe avere
la forza di chiedere al Parlamento europeo al suo omologo
tedesco e francese il riconoscimento di aver lottato per un
ideale ai militi delle Ss, ai membri della Gestapo e ai miliziani
di Vichy. Fare questa riabilitazione da soli sembra un autismo
insensato in un'Europa dei diritti. Sempre per seguire la
logica, le stesse persone dovrebbero riconoscere che anche
i piloti di Al Quaeda che si sono infilati nelle torri gemelle
erano «ragazzi» che avevano un loro ideale, anche
se sbagliato. Così come sempre per un ideale, seppure
sbagliato alcuni «ragazzi» palestinesi entrano
negli autobus con una cintura di tritolo sotto la giacca.
La logica impone che se si parte dalla A si deve arrivare
alla lettera Z. Perciò, se si riconosce un ideale,
che si abbia il coraggio di andare fino in fondo. In questo
modo, probabilmente gli equiparatori riusciranno a stabilire
quell'armonia e quella pace la cui assenza lacera oggi sciaguratamente
il mondo.
Dunque, del tutto contraddittorie,
paiono oggi le lamentazioni di quella sinistra che dopo aver
riconosciuto l'uguaglianza degli ideali si vorrebbe fermare
lì, rifiutandosi incongruamente di accettare le conseguenze
pratiche di tale principio. Se però tali equiparatori
avessero dei dubbi nel venire al sodo, allora si leggano Primo
Levi, Walter Benjamin, Anna Harent, Habermas e altri storici
e filosofi della storia. Cioè, si facciano una cultura,
anche minima, anche elementare, siano essi segretari o presidenti,
onorevoli o onorevolissimi, sottosegretari o portavoce. Perché
si ha l'impressione che la loro formazione sia avvenuta piuttosto
sui testi di Oriana Fallaci e Giampaolo Pansa. È tardi,
si sa, e l'università versa nelle condizioni che sappiamo.
Ma esistono ancora ottime scuole serali, scuole per anziani
che vogliono imparare cosa significa un'affermazione che tocca
la storia di una nazione e le sue ferite più profonde.
(antonio tabucchi)
|