Son quelle serate un po' così, che alla fine mica è facile raccontare

Non so se ho reso in maniera seppur minima, ma quella di sabato 29 Novembre al FondoBoccardi di Massa Marittima è stata una bella serata.
Eccomi qui stasera a disfare i bagagli tornando da Massa Marittima, dopo una due giorni di fine autunno. L’ultima cosa che esce dallo zaino è il libro di Pino Corrias su Luciano Bianciardi, “Vita agra di un anarchico”, che ho sottratto a Stefano, dietro la solenne promessa di scout che glielo ridarò. In copertina Bianciardi, grossetano di nascita, mani in tasca nel cappottone cupo, guarda da una parte, ma non davanti a sé, come se quello che è il normale comportamento del resto del mondo –cioè il guardare avanti- quasi non lo tocchi. Lui guarda da un’altra parte, magari col rischio di sbattere la testa, di sbagliare forse strada, ma certo focalizzando la sua attenzione su tutta una serie di particolari probabilmente illuminanti ai bordi della strada, quei particolari che chi “va dritto per la sua strada” è difficile che colga, ed ancora più difficile che aiuti a far cogliere agli altri.
Facciamo un breve passo indietro.
Dopo una lunga serie di inviti, mezze promesse, mancate occasioni, il Fondo Boccardi, auspice Stefano, ha invitato me e Manuela come ospiti nella presentazione di un libro di poesie in dialetto pugliese, edito da Stampa Alternativa, che si terrà nella sede sociale (leggi Osteria Pian de Mucini) la sera di Sabato 29 Novembre.
Partenza quasi all’ora di pranzo dall’Auditorium, dove Manu ha appena comprato dei biglietti per Battiato da regalare ai suoi genitori per il loro anniversario, destinazione Massa Marittima, strada scelta l’Aurelia; guida, nemmeno a dirlo, il povero Edy, che dopo essersi fidanzato con Manu è stato costretto a comprarsi la macchina diesel…
Sosta per un panino subito dopo Civitavecchia, poi di nuovo in viaggio, con questo tempo lasco e indecifrabile, sempre lì lì per piovere o per aprirsi a una giornata fantastica. Poco prima di arrivare ancora una sosta, anche qui con un cielo mezzo grigio e mezzo blu da ricordare, poi verso le 16.15 siamo nei pressi di Massa, con Stefano che ci aspetta al distributore Esso. Appena arrivati neanche ci saluta, monta in macchina e ci dice di seguirlo, che “forse si fa in tempo, dai”.
Capisco subito dove punta: la tomba di Daniele, che nella visita di Luglio non ero riuscito a trovare. Eccoci così in cima alla collina del cimitero, entriamo di gran carriera dribblando le ultime vecchiette che stanno uscendo, un centinaio di metri e siamo alla tomba di Daniele, in mezzo a tante altre tutte uguali ma diverse, con una sua foto che non avevo mai visto, posta sopra un leggìo in marmo. Sotto, nella spianata, c’è la Toscana delle cartoline, quasi a riempire gli occhi di chi venga qui a piangere un parente o un amico, ed esca almeno con un’immagine forse consueta per quelli di qui, ma invece sempre sorprendente per chi venga da fuori.
Usciamo e andiamo a casa di Stefano, in piena campagna, a posare i bagagli, compresi i sacchi a pelo che ci siamo portati, che lo spauracchio è di dormire sulla paglia della stalla. Ci accoglie il suo cane Benji (si scriverà così? Ma…non lo so, si legge Bengi, un po’ alla brasiliana), splendido cagnone grigio un po’ maremmano un po’ chissà cosa, che nonostante la catena si lancia verso tutti –compresi ladri e malintenzionati- con fare amichevole, lasciando una scia di peli buona per fare due materassi.
Casa di Stefano, in realtà, è un po’ una succursale di Feltrinelli, con una camera piena di libri, il salotto pieno di videocassette e Cd, e chissà dove sono le migliaia di foto scattate nell’arco della sua vita, forse apri ogni cassetto e ne trovi, quasi come quella scena di Fantozzi dove la moglie si era invaghita di un panettiere e Fantozzi a casa trovava pane dappertutto. In più, alle pareti, manifesti di tutti i tipi, da Proudhon a foto di vario genere, passando per le cartoline di film in cucina. La stalla, dove dovremmo dormire, è proprio una vecchia stalla, con tanto di nome delle mucche scritte su delle lavagnette di quaranta anni fa, e il vascone per il cibo; tutt’intorno foto, un vecchio impianto di doppiaggio video, addirittura una vecchia bandiera della DDR: un posto impedibile per gli amanti degli oggetti demodè.
Entriamo in casa e salutiamo i suoi due figli, Emiliano –ventunenne ultrà del Livorno e universitario a Siena- e “Totti” –studente diciottenne somigliante al Popone, con chioma fluente. Due chiacchiere in casa, sul Fondo Boccardi il suo futuro e il suo presente, stretto fra la voglia di fare qualcosa di più ed i problemi contingenti, oltre che i rapporti non sempre facili con il padre di Daniele, anch’egli testa difficilmente governabile, poi si va verso Massa, che Manu e Edy non l’hanno mai vista.
La piazza non sarà proprio Machu Picchu, cioè uno di quei tre/quattro posti al mondo dove capisci tutto, ma è pur sempre uno spettacolo eccezionale con quella cattedrale che sembra costruita con i lego da uno di quei bambini bravini e perfettini; lo spettacolo, poi, è tanto più eccezionale questa sera, con la luna che fa capolino dietro al campanile, e quel gioco di ombre e luci che sembra studiato da un grande esperto di scenografia. Due passi per il paese, fra mura e chiostri di quasi 1000 anni fa, poi un salto ad un incontro di poesia organizzato da un’altra associazione “amica ma concorrente”, che poi è anche un modo per convocare qualcuno per la serata in osteria. C’è un gruppo che suona, un poeta vincitore del Premio Viareggio che declama, ma è il classico incontro magari interessante, e però col distacco classico di queste occasioni fra chi sta sul palco e chi lo guarda, sulla sua sediolina di plastica, che si guarda intorno e pensa “ma chi me l’ha fatta fare a venire qui: du’ palle…”
Risaliamo in macchina, breve sosta a casa per prendere una bottiglia di vino e un salame di Campotosto di prima categoria portato da Manu, e siamo in Osteria. Saluto con piacere Michele, uno dei fondatori dell’Associazione nonché gestore del ristorante, pugliese di origine, ma in realtà cittadino del mondo che ne ha viste parecchie oltre il suo stomaco prominente. Mentre stappiamo il vino e affettiamo il salame arriva la notizia che il Siena ha vinto 3-0 con la Lazio, momento di grande tristezza, amplificato dal fatto che abbia segnato addirittura un certo Menegazzo: Lazietta mia, siamo alle solite.
Si prepara il banchetto con i libri, arriva (da Firenze) il protagonista principale dell’incontro, Vincenzo Ruotolo, con moglie e coppia di amici al seguito; Camilleri direbbe che è un cinquantino con i baffetti e l’occhio vispo, uno di quelli che hai già visto da qualche parte, ma che se rincontri per strada forse non li riconosci.
Alle otto e trenta l’osteria comincia a riempirsi di gente, e qualche minuto dopo si comincia a mangiare: ravioli al ragù, cinghiale in umido, fagioli e torta, il tutto innaffiato dal rosso della casa, e da parecchie battute, su questi tavoloni di legno posti a far da contorno a questa stanza gialla nella quale alle pareti campeggiano le locandine degli incontri precedenti, compreso il mio di fine Luglio. Verso le nove, in tempo per la torta, fa la sua apparizione anche Dario, reduce dal tortello di mammà (rigorosamente con l’accento sulla a), terzo (e più giovane) socio della Fondazione.
Saremo una trentina di persone quando, alle dieci in punto, Michele chiede attenzione e comincia a presentare, con Stefano che se lo guarda sussurrandomi “Ma se la presentazione dovevo farla io…”. In realtà sono solo pochi secondi, poi la palla gli viene subito passata e lui prima aggiorna tutti sulle ultime del Boccardi, poi presenta subito me e Manu, spacciandoci per due fantastici bloggers (leggasi: scrittori sul blog), che invita a andare a visitare, e passando a sua volta la palla a Dario per una veloce lettura di qualche brano. Non è facile il compito di Dario, soprattutto con il libro di Manu, che è un romanzo unitario e che difficilmente si presta al giochino del “leggiamo un pezzo”, anche perché è un libro da guardare, che ci sono inserimenti continui di pezzi e sensazioni che è difficile spiegare. Poi legge anche il mio, e qui il problema è che in un paio di passaggi osa addirittura l’accento romanesco, ottenendo un effetto Boldi in Fratelli d’Italia, ma comunque abbiamo rotto il ghiaccio, va bene così.
Tocca quindi a Vincenzo Ruotolo. Da raccontare è la sua storia con Marcello Baraghini, deus ex machina di Stampa Alternativa, e mentore da lontano anche del Boccardi, perché amico di Stefano da una vita. Vincenzo aveva mandato questo suo libro di poesie, Figli di Babele, mezzo in italiano mezzo in dialetto barlettano, a varie case editrici, ottenendo dei sussiegosi “No, grazie”; solo Marcello gli aveva detto che il suo libro era valido, ma che la poesia in Italia aveva bisogno di altri presupposti. Vincenzo, quasi a freddo, riscrive quindi un po’ sfrontato a Baraghini dicendo che è facile fare gli editori con dei libri che vendono sicuro, e in pratica scommette con lui che riuscirà a vendere duemila copie del suo libro: Baraghini accetta, incontro per concludere il contratto alla stazione di Firenze, e il libro si fa. Primi applausi, anche perché Vincenzo è un buon affabulatore, credo sia professore di liceo.
Quindi tocca alle poesie. Libro in mano, seduto di sguincio da una parte, Vincenzo comincia a “declamare”. Ma lo fa senza prosopopea, anche perché è conscio della difficoltà del linguaggio, e quindi ti accompagna ammiccando, spesso senza leggere ma andando a memoria, sottolineando con maestria i passaggi più salienti. Bravo, non c’è che dire, tanto che Manu alla fine dirà “qui ormai per scrivere bisogna fare anche una scuola di recitazione”. Ne legge prima due brevi, poi una lunga (forse troppo lunga, ma bella, sui pescatori alle prese con Gesù), infine sorprende tutti e attacca con una nella quale il tema dominante sono “i pompini”, nonostante in sala ci sia una ragazzina adolescente, che ha in braccio un cucciolo di cane splendido.
In quel mentre, annunciato ma comunque a sorpresa, entra un poliziotto della stradale, che porta in osteria un plico che gli ha dato una signora di Grosseto, frequentatrice del Fondo, la quale non poteva venire ed ha chiesto il favore di portare lì un suo contributo letterario: la realtà assume spesso contorni del tutto indefinibili, ma così assurdamente affascinanti.
Letta l’ultima poesia, la palla torna a Dario che legge altri due passi miei e di Manu, poi è la volta di Michele che legge il mio “Quelli che gli avvocati” (che, capisco, senza note a piè di pagina tutto non si capisce, c’è poco da fare), quindi chiede se il pubblico –fin lì partecipe, anche se nessuno ha fatto interventi particolari- ha nulla da dire. E’ quasi mezzanotte, ridendo e scherzando, e non essendoci domande Vincenzo ne approfitta e riparte per Firenze, che la strada è lunga. Ci salutiamo scambiandoci i libri, e chissà se ci rivedremo, ma il mondo alla fine è piccolo, che si continui a scrivere oppure no. Nel frattempo è arrivato Alberto da Follonica, autore di Potassa –libro del Fondo appena pubblicato- ed anche Alessandro da Grosseto, autore di Blue Light Lisboa, edito per Prospettiva: Dario sorride e si lecca il baffo, cinque autori in una serata non si vedono spesso in queste latitudini. Accompagnati dal vinsanto le marcature saltano, e il gruppo si disperde a chiacchierare di tutto e di niente fino a che, qualche minuto dopo, andati via la maggior parte degli avventori, non ci si ritrova con lo “zoccolo duro”, a parlare di Baraghini e di letteratura. E’ qui che, imponente, si staglia la figura di Potassa, che vive fra Grosseto e Brest (a casa di un amico francese nazionale di caccia al sussidio governativo), e che qualche anno fa, mentre sbarcava il lunario facendo il pizzaiolo, ha per un po’ di tempo fatto come lavoro le tesi di laurea, in accordo con un’agenzia truffaldina che gli trovava i clienti (si parla di sette milioni a tesi, mica cazzi). I racconti si susseguono, a tratti esilaranti, fra figure di pigri cronici con una bottiglia accanto al letto per non dover alzarsi per pisciare a quello di ragazze che non avevano mai sentito il termine illuminismo a vecchi laidi, Potassa ci illumina su un pezzo di mondo abbastanza oscuro, almeno a me, e lo fa offrendo particolari fra l’esilarante e il grottesco, fra le risate di tutti. Alberto poi ha un modo di ridere davvero particolare, e cioè si butta tutto all’indietro senza quasi respirare, e comincia a traballare, emettendo dei suoni indistinti: un fenomeno assoluto. Il suo Potassa, un libro sugli anarchici grossetani, è appena uscito ma già sta riscotendo un buon interesse (ed anche alcuni furti, da qui la battuta “Potassa va a ruba”), soprattutto in una torrefazione di Follonica, il che la dice lunga su quali siano, nel terzo millennio, i luoghi deputati a diffondere la cultura.
Si va avanti a oltranza, e si andrebbe avanti ancora per molto, se solo a un certo punto non decidessimo di trasferirci da Stefano per una spaghettata aglio e olio. Ci abbandonano solo Dario e la ragazza, nel buio dell’aia antistante l’osteria; quasi non ci salutiamo neppure, come se dovessimo vederci di lì a breve, forse è l’effetto blog, che alla fine uno magari non si vede mai, ma se si parla tre/quattro volte a settimana non è mica poco.
Arieccoci a casa di Stefano alle due e trenta del mattino. Dopo qualche minuto tornano anche i figli del Pacini, che cominciano a prenderlo per il culo, che l’Inter è andata a vincere a Torino per 3/1, e Stefano è della Juve (toh! non ce lo facevo), mentre loro due sono interisti, ed Emiliano si va subito a mettere la maglia dell’Inter (mentre Totti, nella notte, indosserà quella dell’Aston Villa, forse un amichevole).
Si comincia a preparare la pasta, che risulterà essere una delle cotture più complesse della storia di Massa, con doppio sale, aggiunte di spaghetti, peperoncino in abbondanza e cottura discutibile, il tutto condito da risate di vario genere, in cucina ed anche fra di noi che siam lì fuori ad aspettare questo parto difficile.
Io verso le tre sono quasi in coma, ma le chiacchiere vanno avanti fin quasi alle quattro, quando la compagnia si scioglie ed io mi ritrovo nel sacco a pelo sul divano, scomodo quanto vuoi, ma nel giro di 18 secondi netti sono già al terzo sonno.
Mattina dopo sveglia alle 11, un pallido sole ci appare dalle finestre, ci alziamo alla spicciolata, Stefano apprende con sgomento che l’organizzatore del convegno di ieri ha avuto un infarto durante la notte (per fortuna si è salvato), e verso mezzogiorno Manu inizia la sua intervista a Stefano, come gli aveva promesso. Primi argomenti: il viaggio in Portogallo nel 1974 a 18 anni su una Mini in tre, qualche spunto politico (da Ferrara ai radicali), Sartre, ricordi del vecchio volantinaggio, per finire poi a tavola con gli 83 morti in guerra fucilati dai nazisti qui vicino.
All’una saliamo a tavola, luogo dove in pratica siamo da quasi 16 ore consecutive, dove c’è la madre di Stefano, che ci ha preparato pasta e pollo, innaffiati da due ottime bottiglie di vino toscano. Scendiamo, ancora due chiacchiere, faccio vedere all’illustre fotografo le foto del Perù, gli rubo il libro su Bianciardi, e mentre inizia Quelli che il calcio, fra un saluto nazista di Totti e una battuta di Stefano, salutiamo tutti e andiamo via, che la strada è ancora lunga.
Al ritorno passiamo per l’abbazia di San Galgano, poi una giratina veloce a Siena, quindi imbocchiamo la Cassia, con discussione fra me e Manu su Baricco “fra estimatori e detrattori; esagerano forse tutti e due?”. Breve sosta nella sempre magnifica Bagno Vignoni, e via dritti per Roma, nonostante la nebbia scenda velocemente. Alle 21.30 siamo a Roma, recupero la macchina, un panino e ci salutiamo.
Insomma, una due giorni di quelle che, alla fine, ti accorgi che racconti racconti e non hai detto niente, che bisognerebbe vedere i volti, e le storie, e le battute dette; leggere attraverso le vite, capire o non capire, sperare che ognuno trovi la sua strada, qualunque essa sia e dovunque lo porti. Un’occasione per apprezzare gli angoli della vita, quelli inattesi, degli incontri che non ti aspetti e che a volte ti rimangono dentro, come quegli amori improvvisi per le cose che fino a un’ora prima nemmeno conoscevi, delle scoperte che ti sparigliano la vita. Della serata rimangono decine di foto, scattate da Manu, Stefano ed anche altri, addirittura delle riprese video fatte da un certo Cristian, ed ancora qualche resoconto dove magari nemmeno te lo aspetti, che so, sul mio blog…
Rimane da qualche parte, in lontananza, questa immagine di Bianciardi in copertina, padre putativo di Daniele Boccardi, che con le mani in tasca guarda da un’altra parte, come a suggerirci che la vita, forse agra ma di certo vita, sia da un’altra parte, e vada sempre vissuta di sguincio, che se ti abitui ad andare dritto poi cambi modo di vedere le cose, ed alla fine non ti ricordi nemmeno più perché ci sia qualcuno che ami guardare di sguincio, e mica capisci perché lo fa, e pensi che sia anche un po’ pazzo, mentre lui ha solo un’altra prospettiva, tutto qui, non fa mica nulla di male.
Forse avrà la vita più agra, questo sì. Certo più complessa. Ma vedrà anche dei pezzi di mondo che gli altri nemmeno sognano che possano esistere.
Sarà forse per questo che Bianciardi, a osservarlo bene, nella foto sembra che sorrida.

Jotoz, da jotoz.clarence.com