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Il fuorigioco gli stava antipatico
Luciano Bianciardi, Il
fuorigioco mi sta antipatico – il calcio, i politici,
gli intellettuali, l’Italia tra il boom e gli anni di
piombo, nelle risposte ai lettori del “Guerin Sportivo”,
Stampa Alternativa, Roma 2006, pp. 384, euro 16,50
Fresco di torchio per i tipi
di Stampa Alternativa (dicembre 2006). Curato e prefato con
intelligenza critica da Ettore Bianciardi, figlio dello scrittore
maremmano. Presentato in anteprima nazionale a Grosseto mercoledì
7 febbraio con notevole successo di pubblico. Beh, che libro
è questo inedito di Luciano Bianciardi, Il fuorigioco
mi sta antipatico? La domanda non è di quelle oziose,
se non altro perché Il fuorigioco mi sta antipatico,
che raccoglie le gustosissime e provocatorie risposte di Bianciardi
ai lettori del “Guerin Sportivo” tra l’estate
1970 e il novembre dell’anno successivo (quando la popolare
rubrica fu interrotta per l’improvvisa quanto annunciata
morte dello stesso Bianciardi), è senz’altro
un libro sui generis: libro-dialogo composto a quattro mani,
potremmo dire, proprio coi lettori della nota testata sportiva.
Varrà la pena ricordare che a quei tempi il “Guerino”
era diretto dal mitico Gianni Brera, romanziere di vaglia
ancor prima che giornalista sportivo. Non mancavano certo
i tormentoni sportivi del momento (soprattutto ma non soltanto
calcistici): lo scudetto del Cagliari, la Nazionale di Valcareggi,
la staffetta Rivera-Mazzola, la caviglia di Gigi Riva, le
guide incontrastate di Giacomo Agostini, le irresistibili
discese di Gustavo Thoeni ecc.ecc. Ma in filigrana anche tutte
le urgenze politiche, sociali, di costume e culturali che
caratterizzarono quel difficile passaggio della storia del
Belpaese: dalle prime avvisaglie della fine del Miracolo al
“suicidio” dell’anarchico Pinelli, dalle
polemiche sulla RAI a “irresponsabilità limitata”
e dal precoce fallimento della scuola di massa all’incombente
referendum sul divorzio. Interpellato sull’universo
e dintorni, Bianciardi non si risparmia. Va giù duro.
Sempre e comunque. Non di rado con la scure. Eppure loro,
i lettori (che pure sono stregati dal suo rotondo toscaneggiare,
gli pendono dalle labbra, letteralmente lo adorano), non gliene
perdonano una. Lo rimproverano di cerchiobottismo, gli dànno
del coniglio. Da lui sembrano pretendere la parola ultima,
il giudizio irrevocabile e ultimativo. La cassazione. E gli
rifanno cento volte le stesse domande. Testardi e incontentabili.
Insaziabili. La ridondanza di certi temi, la ricorrenza quasi
ossessiva di alcuni quesiti (Motta o Gimondi: chi spedire
al Tour per arrancare dietro a Merckx, l’imbattibile
ragioniere della pedalata? Ma anche: chi fu più grande,
Coppi o Bartali?) si spiegano facilmente col fatto che non
tutti i lettori evidentemente leggevano tutte le settimane
il “Guerino”. Ma Bianciardi è straordinario:
non replica mai due volte la stessa risposta. Ogni bis è
occasione per variare sul tema, approfondire il concetto,
magari rovesciarlo fino alla palinodia. E ogni volta un’invenzione,
una sorpresa, uno scherzo di stile. Sempre con garbo, disincanto
e ironia. Quel che ne vien fuori è lo straordinario
affresco sub specie sportiva di un’Italietta anni ’70
sospesa tra antichi stereotipi regionali e tenaci umori campanilistici
(ancora vivissimi: toscani vs piemontesi, lombardi, siciliani
e… maremmani!), patetici (ma genuini) richiami al Risorgimento
e ai suoi protagonisti quali Padri dell’Unità
e dell’Italica Identità, primi barlumi di consapevolezza
su certi effetti indesiderati del benessere di massa.
Ma che cosa chiedevano i
lettori del “Guerin Sportivo” a Luciano Bianciardi,
caustico narratore di successo (La vita agra su tutto) quanto
poetico volgarizzatore (nel senso più nobile della
parola, ovviamente) del nostro Risorgimento? Definizioni.
Paragoni. Paralleli. Paradossi. Ucronìe. A tutto campo.
E Bianciardi macina trovate e provocazioni. I suoi lettori
amano la natura fulminea (e spiazzante) delle risposte, tanto
di intimargli: sii telegrafico. Stai a vedere che prima o
poi mi assumono alle Poste & Telegrafi, commenta compiaciuto
il grossetano. Il Cagliari dello scudetto: una squadra-capolavoro.
Gigi Riva? Un mercenario longobardo al soldo dei pastori sardi.
Rivera? Ricama, laddove Mazzola si limita a imbastire. Se
poi abbiam voglia di metafore letterarie: il nerazzurro gioca
in ottonari, la mezzala del diavolo sillaba invece nel metro
principe della nostra tradizione: l’endecasillabo. La
RAI TV è una “rogna” che meriterebbe di
saltare in aria. La scuola italiana? Malata di retorica, del
tutto incapace di raccontare (e quindi: tramandare) il pathos
popolare garibaldino. Chi sarebbe stato l’avvocato Agnelli
se fosse vissuto ai tempi del Risorgimento? Cavour. Valcareggi?
Carlo Alberto, ovviamente, il re Tentenna. Gigi Riva? Senza
ombra di dubbio Nino Bixio. Mancino come lui e come lui iracondo.
Perché il ciclismo muore? Perché è uno
sport povero e quando muore la povertà…
Basterebbero questi aspetti
a fare de Il fuorigioco mi sta antipatico, nonostante la sua
natura postuma e compilativa, un libro di tutto rispetto.
E attuale. Ma c’è poi lo scrittore di razza,
che di tra le righe di questa corrispondenza apre spesso il
fuoco da par suo. Come quando risponde in fiorentino schietto
(con tanto di grafìe ad hoc) a una lettrice che gli
scrive dal capoluogo toscano. O come quando discorre del livornese
Armando Picchi: còlto da ‘inspiegabile’
incontinenza poetica, senza ragione apparente si mette a compitare
alcuni celebri versi livornesi dedicati da Giorgio Caproni
alla madre (Picchi Anna, guarda caso), poi fa finta di scusarsene
coi lettori… ma ormai il curioso elogio all’incontrario
di una letteratura come regno dell’analogia è
cosa fatta. O quando, infine, si misura, più o meno
faceto più o meno esplicito, coi suoi colleghi romanzieri.
Ironico a volte. Cassola, per esempio, è definito “sadico”
perché nega ai suoi personaggi anche l’ombra
di una pensilina (il mediocre Ferrovia locale aveva riscosso
notevole successo di vendita appena due anni prima). Ma anche
complice, su certi temi scottanti, col Pier Paolo Pasolini
corsivista corsaro (poi luterano): dalla sua “diseducazione
sentimentale” nella Milano del Miracolo alla “mutazione
antropologica” teorizzata, di lì a poco, dal
poeta di Casarsa. Vabbè che sulla moda ‘capellona’
si trovano agli antipodi, ma quanto a TV e scuola…
Beh, direi che può
bastare.
Antonello Ricci
Un brano
2 novembre 1970
SCOPIGNO E GARIBALDI
“Caro Perrone, andiamoci
piano, il nostro Risorgimento non fu poi così spassoso
come tu credi, e i generali non furono tutti dei tattici esilaranti.
Ne rammento uno che sapeva il fatto suo, Giuseppe Garibaldi.
No, non è una mia fissazione: la presa di Palermo –
fatto tattico incredibile, che non sono riuscito ancora a
spiegarmi – suscitò esplosioni di ‘tifo’
persino a Irkustk, in Siberia. Abraham Lincoln (tu sai chi
fu), nel ’62, offrì a Garibaldi il comando di
una armata nordista, e Garibaldi rifiutò, perché
aveva in mente, pensa, l’impresa di Aspromonte. Lo so,
un Garibaldi direttore della Nazionale ancora non è
nato, e qualche allenatore somiglia di sicuro ai nostri generali
abbacchiati del Risorgimento. La sconfitta è una vocazione
nazionale. Ma per stavolta, abbi pazienza, non facciamo confronti.
Auguriamoci che rinasca Garibaldi. Per la precisione: Scopigno
non è Garibaldi. È al massimo Pianell, forse
Armando Diaz. Vince le battaglie perché non rompe troppo
l’anima ai suoi soldati.”
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