Alberto Prunetti,
Potassa. Storie di sovversivi, migranti, erranti, sottratti
alla polvere degli archivi, Roma, Stampa Alternativa,
2003, pp. 80, euro 5,00
Edito a cura del Fondo Daniele Boccardi
di Massa Marittima, Potassa è un libro intrigante.
Già dal titolo: se infatti "il cloruro di potassa
è un forte agente ossidante utilizzato nella fabbricazione
di fiammiferi, di fuochi artificiali, di esplosivi",
Potassa è anche un borgo di quattro case lungo l'Aurelia
vecchia nella Maremma grossetana. Qui comincia la narrazione:
il 13 luglio 1921, Marchettini Domenico detto "Ricciolo",
facchino comunista, rincorre un camion carico di "nerocamiciati"
che hanno ferito suo cognato. Segue una polifonia di storie
che s'intrecciano secondo un suggestivo contrappunto.
Il primo tema racconta, attraverso carte di polizia, alcune
vicende accadute in Maremma nell'insanguinato biennio 1921-22.
Latitanza e fuoruscitismo del gruppo di sovversivi che trucidarono
due notabili tatterini di simpatie fasciste: oltre il Marchettini,
Maggiori Giuseppe, Biancani Roberto e Innocenti Albano. Comunisti
e anarchici. Antimilitaristi e disertori alla macchia. Tutti
"cani di maremmani" restituiti al lettore fuggendo
ogni facile retorica, col loro carico di miserie e violenza
ma anche di fierezza libertaria. Maggiori e Innocenti se la
caveranno in Francia. Il Marchettini farà perdere ogni
traccia di sé. Biancani finirà invece nel tritacarne
dello stalinismo, fucilato a Mosca come spia.
Attraverso un'intervista, il secondo tema parla di Lanciotti
Umberto, anarchico marchigiano venuto a morire in Maremma
alla fine degli anni '60, dopo lunga militanza all'estero:
Stati Uniti e Inghilterra. Argentina: anche qui storie di
attentati dinamitardi, faide nel movimento internazionale,
delazioni, arresti e torture, rappresaglie contro fascisti
e aguzzini della polizia locale.
I due piani s'incrociano come in un canone cancrizzante: da
un lato fonti scritte, narrazione cronologica, diaspora dei
perseguitati politici; rimpatrio e rievocazione, racconto
"a spola", testimonianze orali dall'altro.
Ma Potassa è un testo già non più
storiografico. La voce di Prunetti si pone a un provocante
trivio tra storia, letteratura e antropologia. Abolisce le
note a piè pagina per non prendersi "la silicosi
negli archivi", romanza interviste "per non passare
da serio studioso di fonti orali", inventa di sana pianta
carteggi e diari. Insomma è uno studioso irresistibilmente
attratto dal fascino dell'affabulazione: "non mi manderà
all'inferno una bugia di più", insinua a proposito
del diario apocrifo di Vito Cincalla, presunto poliziotto
torturatore italo-argentino.
Maremmano, Prunetti rifiuta poi le cartoline d'una Maremma-Arcadia,
compresa quella engageé anni '50. "Niente
agiografie, per favore": i suoi carbonai sono "meno
esistenzialisti di quelli di Cassola", "mangiano
leccio e cacano carbonella". Desta però qualche
perplessità il postulato secondo cui la "felice
inciviltà delle genti locali" a quei tempi era
un valore in sé: un contro-idillio moralista che fa
di Potassa un libro ancora non pienamente
maturo in senso narrativo.
Ma queste vecchie storie di rivolta e sovversione sono anzitutto
metafore per il presente. Non a caso il personaggio di Cincalla
è nato pensando al G8 di Genova. E Potassa,
ambientato nel ventennio, si chiude con un'amara invettiva
contro gli effetti di 50 anni di egemonia comunista sulla
Maremma. Le catene morali che asservono i maremmani di oggi.
Quella "bonifica" che né Medici né
Lorena né fascismo seppero fare, fu ultimata "in
pochi decenni di dominio stalinista". Dopodiché
"della sovrana brutalità dei maremmani" rimase
"ben poco".
Antonello Ricci
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